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Storia nostra 171-175

Post n°2599 pubblicato il 19 Febbraio 2016 da valerio.sampieri
 

Storia nostra
di Cesare Pascarella

CLXXI

Noi, però, sempre fissi in quer pensiere
De risiste’ a qualunque condizione,
Daje a cercà’ li modi e le maniere
Pe’ trovasse ’na via de sarvazione.

E oggi se scavaveno trincere
Pe’ véde’ de sarvà ’na posizione;
Domani se muraveno macere
Pe’ protegge’ le bocche de cannone.

Intanto, pe’ le vigne e giú fra l’orti
Tutti li fossi de li precipizi
De le Mura s’empiveno de morti.

E come ch’uno se poteva scioje
De l’assedio pe’ via de l’armistizi,
Se sortiva e s’annaveno a riccoje’.

CLXXII

Be’, vedi, da quer tempo sino a adesso
De tempo Dio lo sa si n’è passato,
Che tanti fatti me ne so’ scordato
E tant’antri li so, cosí, a un dipresso;

Ma quella de li morti, te confesso
Che da quer giorno lí che ce so’ stato
A riccojeli, me li porto appresso
Come ci avessi tutto qui stampato.

E come ne ridico ’na parola,
Quer tanfo de le carne infracicate
Me lo risento, qui, drento la gola!

E quanno ce ripenso, tutti quanti
Quelli che ho visto lí in quelle giornate
Me pare de riavécceli davanti!

CLXXIII

Certi se ritrovaveno abbottati,
Pallidi che pareveno de gesso,
Che ne l’arzalli te veniva appresso
La carne co’ li vermini attaccati.

Cert’antri invece ch’ereno restati
Ar sole, sempre lí, j’era successo
Che li portavi via neri a l’eccesso,
Quasi peggio che fossero abbruciati...

E tutti che metteveno paura,
Senz’occhi, senza piú l’effigge umane,
Co’ l’interiori for de la montura;

E Dio liberi, come se toccaveno,
Li vermini... le mosche e le zampane
A nuvoli!... Le vespe te cecaveno.

CLXXIV

E poi te credi tu che la nazione
De dov’ereno, immezzo a quel’orrore
Che te saressi vomitato er core,
Lo capivi da quarche distinzione?

Ma da gnente! Perché quanno uno more
In guerra e tu je levi er paragone
De la montura e l’antre guarnizione
De l'abiti, so’ tutti d’un colore.

Defatti quanno quelli ereno vivi,
Chi fossero co’ tutto quer lavoro
De l’odio de la guerra lo capivi;

Ma lí per terra, l’unico divario
Pe’ distingue' li nostri da li loro
Consisteva sortanto ner vestiario.

CLXXV

Quanno c’era! Perché tante le vorte
Nun solo se trovaveno magnati
Da le bestie e ridotti in quela sorte
De modo che t’ho detto, ma spojati.

Basta, lí, dopo avelli sotterrati,
Sia che tutto quer senso de la morte
Ci avesse, se pô di’, pacificati,
Invece de rientrà’ drento le porte

Se stava assieme e, fino a che durava
L’armistizio, qualunque divisione
Spariva e quasi fino se scherzava;

Ma ner mejo che tutti ereno amichi,
Ecchete er primo córpo de cannone,
Tutti ridiventaveno nemichi.

Cesare Pascarella

 
 
 
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