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Storia nostra 176-180

Post n°2617 pubblicato il 27 Febbraio 2016 da valerio.sampieri
 

Storia nostra
di Cesare Pascarella

CLXXVI

E se riprincipiava. Ma che vôi
Riprincipià’ de piú; quanno me dài
Che t’accorghi che tu nun ce la pôi,
Per quanto tu t’arrampichi, che fai?

Quello che su per giú facemio noi,
Che per quanto nun se finisse mai
De resiste’, la fine era che poi
Piú stava e piú cresceveno li guai.

Defatti, piano piano, a poco a poco,
Contornati dovunque de rovine,
Chiusi drento in un gran cerchio de foco,

Erimo già venuti a quer momento
Fatale der principio de la fine,
De l’urtim’ora der bombardamento.

CLXXVII

Razzi e bombe fioccaveno! Ma pure
Framezzo a le rovine e li sfaceli
De li palazzi, in mezzo a le paure
De quell’urtimi strazi piú crudeli,

Nun se cedeva. E er Pincio e l’antre arture,
La Trinità de Monti... a l’Areceli
S’empiveno de donne e de crature
Che cantaveno l’inni de Mameli.

Li cantaveno tutti! E intanto quello
Che li scriveva, consunto dar male,
Co’ ’na gamba tajata, poverello!,

Dar giorno che fu fatta la sortita
Der tre giugno, languiva a l’ospedale
In un fonno de letto in fin de vita.

CLXXVIII

E chissà quante vorte da quer letto
De morte, chiuso ne l’infermeria,
Mentre sentiva in fonno a la corsia
Le bombe che schioppaveno sur tetto,

Chissà quante mai vorte, poveretto!,
Quell’inni scritti ne la frenesia
De la vita sarà stato costretto
De risentilli immezzo a l’angonia!

Chissà quante mai vorte, a mano a mano
Che cessaveno er foco, e a l’aria quieta
Forse li risentiva da lontano,

Chissà che avrà pensato cor pensiero
Quello che nun sortanto era poeta,
Come se dice, ma poeta vero?

CLXXIX

Perché quello che tu ci avevi drento
Ner core tuo senza sapello esprime’,
Lui ci aveva quer dono der talento
De scrivelo stampato co’ le rime,

In un modo, che tu fin da le prime
Parole che capivi l’argomento,
Quell’inni sui te li sentivi imprime’
Ne l’anima co’ tutto er sentimento!

Tanto che come usciveno stampati,
Me ricordo che manco se guardaveno
Co’ l’occhi, che se l’erimo imparati.

E er piú bello de tutto quanto, poi,
Era questo: che quanno se cantaveno
Ce pareva d’avelli scritti a noi!

CLXXX

Per questo, quanno ’na dimostrazione
Passa co’ le bandiere fra la gente
Che a quell’inni rimane indiferente,
Io quasi me ne fo de ’na ragione.

Perch’io dico, che tutta l’impressione
De quell’inni, ma come la risente
Uno che nun se porta co’ la mente
A queli giorni de rivoluzione,

Quanno bastava ’na parola sola
De quell’inni, bastava a malappena
De risentinne di’ mezza parola,

Perché fatiche, fame, avvilimento,
Qualunque affanno de qualunque pena,
Tutto sparisse come nebbia ar vento.

Cesare Pascarella

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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