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Storia nostra 181-190

Post n°2710 pubblicato il 01 Aprile 2016 da valerio.sampieri
 

Storia nostra
di Cesare Pascarella

CLXXXI

E come risentivi dí: Fratelli
D’Italia..., rivedevi tutti quanti
Co’ l’accétte, li sassi, li cortelli,
Corre’ a le Mura e ributtasse avanti;

Tutti li rivedevi!... Fino quelli
Chiusi ne l’ospedali, agonizzanti,
Li rivedevi pallidi, tremanti
Scenne’ da letto e uscí da li cancelli;

Rivedevi li morti insanguinati
Che riapriveno l’occhi, se riarzaveno
Da per terra dov’ereno cascati,

E senza sentí’ piú li patimenti
De le ferite, se ristracinaveno
Su le Mura e moriveno contenti.

CLXXXII

Che volevi fa’ piú? Per quanto orribile
Fosse la morte senza che giovasse
A nessuno, per quanto mai terribile,
Era l’unica ormai che ce restasse.

Che volevi fa’ piú? Tutto er fattibile
S’era fatto e oramai che se sperasse
Che er Governo de Roma nun parlasse
De resa, era sperà’ ne l’impossibile.

Defatti a l'Assemblea li deputati,
Che, insomma, nun poteveno annà’ avanti,
Per quanto loro fossero angustiati

De discute’ e approvà’ che la Difesa
Fosse cessata, pure tutti quanti
Cominciaveno già a parlà’ de resa.

CLXXXIII

Ma siccome mancava la presenza
De Garibardi, appena venne letta
La proposta che Roma era costretta
Pe’ forza a terminà’ la resistenza,

Pensanno che, si fosse a conoscenza
De quello, quarche idea l’avrebbe detta,
Fu decretato, subito, d’urgenza,
De spedije, de corsa, ’na staffetta,

Che come lo trovò che difendeva
L’urtime baricate der Gianicolo,
Je disse che er Governo lo voleva.

E lui, benché straziato da l’idea
De lassà’ queli posti lí in pericolo,
Vorta er cavallo e corre a l’Assemblea.

CLXXXIV

E ’rivato davanti ar Parlamento,
Che in queli giorni lí se ridunava
A Campidojo, appena che fu scento
E che vestito come se trovava,

Co’ la spada che nu’ j'entrava drento
Ner fodero, che ancora je gocciava
De sangue sur mantello che portava
Li segni ancora der combattimento:

Come comparve, rosso (der colore
De la battaja!), a védelo coperto
De porvere, de sangue, de sudore,

Fu un urlo! Un urlo solo!, e cosí forte
Ch’io dico che l’intesero de certo
Quelli che se batteveno a le Porte!

CLXXXV

Poi, come a poco a poco fu quietato
Tutto quer terribilio e fu costretto
A dí’ franco si avesse immaginato
Drento la mente sua quarche progetto;

E che si pure fosse esagerato,
Ma che, insomma, potesse avé’ l’effetto
Che arméno Roma avesse ritardato
De quarch’ora, che lui l’avesse detto,

Lui, come che er Governo je l’impose
(Mentre tutte le gente ridunate
Lí drento nun fiataveno!), rispose:

- Uno ce n’è, ma bisogn'esse’ pronti:
Passà’ fiume, lassà’ le baricate
Da l’antra parte e fa’ sartà’ li ponti. -

CLXXXVI

Era troppo! E poi, tutto carcolato,
Pure che ricorrevi a quel’eccesso,
Che avressi fatto?... Avressi ritardato
De quarch’ora, ma dopo? Era lo stesso.

Ma quello invece, appena fu forzato
De risponne’ si dopo d’avé’ messo
In pratica quer mezzo disperato,
Cosa poteva poi speracce appresso;

- C’è da sperà’, rispose, che oramai
Si c’è da restà’ sotto a le rovine,
Ce se resti; ma scegne’ a patti, mai! -

E, senza sta’ a aspettà’ che fosse sciorta
La seduta e approvassero la fine,
Córse a combatte’ ancora ’n’antra vorta.

CLXXXVII

Fino all’urtimo. E quanno che la resa
Fu decisa, straporta li sordati
A San Giovanni e appena l’ha schierati
Sur piazzale davanti de la chiesa:

- Giovenotti!, je fece, Roma è presa!...
Io nun cedo; percui,v’ho ridunati,
E, si nun volete esse’ disarmati,
Venite, e seguitamo la difesa.

Nun ve sforzo, perciò venga chi vole,
Ma chi viè se ricordi ch’ho promesso
Fatiche, fame, sete, vento e sole! -

Nun disse antro. E sortito da la Porta
Lui co’ quell’antri che j’annorno appresso,
Qui a Roma la Repubbrica era morta.

CLXXXVIII

Era quell’ora de malinconia
Quanno la luce cala e se fa scura;
E mentre er sono de l’avemaria
L’accompagnava giú for de le Mura,

Mentre che quello se n’annava via,
Svicolanno framezzo a quel’arsura
De la campagna e a Tor de Mezza Via
S’internava piú drento a la pianura,

Dicheno che ’gnitanto se vortasse.
Forse nun j’era morta drento ar core
L’idea de Roma che lo richiamasse!

Ma li lumi de Roma a mano a mano
Scomparvero... finirno! E cor chiarore
De l’alba, se fermò a Ponte Lucano.

CLXXXIX

Cosí che se pô dí’ che ner momento
Che, fra l’ulivi, immezzo a li pastori,
Scejeva er posto de l’accampamento
Sopra le ville de l’imperatori,

Qui a Roma, terminati li lavori
De l’assedio, distrutto er Parlamento,
Li francesi oramai staveno drento
Le Mura dapertutto vincitori.

E de la truppa che passò davanti
San Lorenzo in Lucina e dopo prese
P’er Corso, me ricordo, tutti quanti

Ne la chiesa riveddero la bara
Co’ le làmpene intorno ancora accese
Der mortorio de povero Manara.

CXC

De Manara che fu l’urtimo morto
E se trovava lí drento la chiesa
Perché je fu potuto fa’ er trasporto
Prima che terminasse la Difesa.

E fu mejo! Ché armeno ebbe er conforto
De chiude’ l'occhi prima de la resa
E d’annassene senza essese accorto
Che tutto era perduto e Roma presa.

Mejo lui che tant’antri poveretti,
Che rimasti pe’ tanti e tanti mesi
Drento l’infermerie, furno costretti

Ne l’urtimo delirio de la morte
De rivedesse intorno li francesi,
Da padroni, girà’ drento le Porte.

Cesare Pascarella

 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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