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Storia nostra 261-265

Post n°2929 pubblicato il 27 Giugno 2016 da valerio.sampieri
 

Storia nostra
di Cesare Pascarella

CCLXI

E quanno er capo de la Presidenza
Se vedde vení avanti quel’ometto
In guanti, grassottello, piccoletto,
Co' l'occhiali... je fece: - Abbia pazienza,

Qui, come vede, c’è una conferenza,
Dove che, come già gli avranno detto,
Uno c’entra per via der suo biglietto
Dove lui rippresenta una Potenza;

Percui, mi scuserà, ma è mio dovere
Di domandargli subito, anche a nome
Di tutti, che ci faccia un po’ sapere

Con qual titolo lei ci si presenta,
Ed abbia la bontà di dirci come
Si chiama e che nazione arippresenta. -

CCLXII


Quello rispose subito: - Io mi chiamo
Cavurre e rippresento la nazione
Che si chiama l’Italia. - Va benone,
- Fece quell’antro, - ma noi l’avvertiamo,

Per sua norma, che tutti quanti siamo
Ridunati qui drento a ’sto salone,
Der Piemonte ne abbiamo cognizione,
Ma quest’Italia nu’ la conosciamo. -

Allora lui, tranquillo, indiferente,
Se mésse ar posto suo facenno véde’
Quasi che nun sapesse dije gnente;

Ma drento a sé diceva: - Caro mio,
Nu’ la conoschi? Be’, mettete a séde',
Che adesso te la fo conosce’ io. -

CCLXIII

Defatti mentre li rappresentanti
De li Stati e de tutte le nazioni,
Cor petto pieno de decorazioni,
De tracolle de seta e de brillanti,

Uno per uno metteveno avanti
Sur tappeto le sue proposizioni,
E cercanno de dí le sue ragioni
Discuteveno insieme tutti quanti,

Cavurre, invece, quello sempre zitto,
Sempre composto facenno l’indiano
Guardava co’ l’occhiali su ar soffitto,

E senza fa’ capí gnente a nessuno,
Se li sentiva tutti, e piano piano
Se li pesava tutti uno per uno.

CCLXIV

Uno per uno! E quanno fu er momento
Che lui capí che aveveno finito,
S’arzò da dove stava e, arzanno er dito,
Fece: - Signori miei, giacché qui drento

Ancor io, come loro, arippresento
Quarche cosa, e siccome ho già sentito
Che ciascuno di loro ha interloquito
Ner Congresso cor suo ragionamento,

Io li prego, si Sua Eccellenza vôle
E a tutti lor Signori nun dispiace,
Di poter dire anch’io quattro parole.
 -
E quelli, giacché ognuno era sicuro
Che nun sarebbe stato mai capace,
Je fecero: - Ma certo! Dica puro! -

CCLXV

Allora accadde proprio tale e quale
Come quanno d’estate uno s’aspetta
Er sole e invece viè’ ’na nuvoletta,
Poi ’n’antra... un'antra appresso... un'antra uguale...

Poi ’n'antra... E, mentre sona a temporale,
Vedi zompà’ qua e là quarche vaghetta
De grandine, poi viè’ quarche goccetta
Spersa e poi viè' er diluvio universale!

E vedi, fra li lampi e fra li toni,
La gente zuppa fracica che corre
Drento de le botteghe e li portoni;

E quanno sta pe’ ritornà’ er sereno,
Sur celo, fra le cupole e le torre
Lustre, vedi spuntà’ l'arcobaleno.

Cesare Pascarella

 
 
 
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