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« L’aribbartatura der...L'incarico a la volpe »

Didone

CAPITOLO XL.
Didone, Reina di Cartagine.


Dido, la quale prima ebbe nome Elisa, fu edificatrice di Cartagine. E piacenti a lode di questa parlare alquanto più lungamente, se per ventura con le mie poche lettere potessi in alcuna parte almeno tor via la infamia messa indegnamente all’onore di castità. Acciocchè io cominci alquanto più di lungi a sua gloria: i popoli di Fenicia, secondo che è assai famosa cosa, molto conosciuti per industria, venendo quasi dell’estremità dell’Egitto allo lido di Soria, edificarono in quello molte famose città. Fra gli altri fu loro re Agenore, famoso al nostro tempo non che al suo; dal quale fu creduto che difendesse la gloriosa schiatta di Dido, lo cui padre fu Belo, re di Fenicia; lo quale nell’isola di Cipro, soggiogata da lui, morì. E alla morte lasciò la giovinetta e Pigmalione, alquanto maggiore, suo figliuolo, raccomandando quegli ai suoi cittadini; i quali fecero re Pigmalione in luogo di suo padre, e Elisa, eccellentissima di bellezza, diedero per moglie a Aterbo, chiamato Sicheo, sacerdote d’Ercole, lo quale avea maggior degnità appresso del re, questi s’amarono insieme con gran Santità. Era Pigmalione oltre a tutti gli uomini cupidissimo e insaziabile d’oro, così Sicheo era ricchissimo; benchè, conosciuta l’avaritia del re, egli tenesse nascosta la sua moneta; ma non avendola potuto nascondere alla nominanza, tratto Pigmalione da cupidità, per avere speranza d’avere lo suo tesoro, uccise a tradimento lo cognato, lo quale non si guardava. La qual cosa come Elisa seppe portolla sì impazientemente, che appena s’astenne d’uccidersi. E avendo consumato molto tempo indarno, e pianto, chiamando ispesse volte lo suo diletto Sicheo; e mandata contro a suo fratello, e chiamata ogni crudele bestemmia, deliberò fuggire; o che ella l’avesse per ammaestramento di visione, secondo che dicono alcuni, o che ella lo facesse per proprio consiglio di sua mente; forse perche l’avarizia del fratello non conducesse anco lei alla morte. E messa giuso la debilezza di femmina, e fermato l’animo con fortezza d’uomo (per la qual cosa ella meritò d’essere chiamata dappoi Dido in lingua di Fenicia, che e a dire in lingua latina forte donna) innanzi all’altre cose trasse a sua volontà alcuni de’ principi delle cittadi, i quali per varie cagioni ella sapeva avere in odio Pigmalione: e tolte le navi del fratello, apparecchiate per mandare lei, o per altra cagione, fece subito riempierle dai compagni. E di notte, tolto lo tesoro del marito, il quale ella sapeva, e quello che ella potè torre al fratello, fecelo nascosamente mettere in nave; e con deliberata malizia fece legare fardegli pieni d’arena sotto vista che fusse lo tesoro di Sicheo, e in presenza d’ogni uomo fecegli mettere in mare, cioè in nave. E essendo già larghi in mare, maravigliandosi quegli che non sapevano il fatto, comandò, che i detti fardegli fussero gittati in mare; e con lagrime affermò, sè aver trovato modo di aver la morte, la quale ella avea lungamente desiderata, avendo gittato in mare lo tesoro di Sicheo; ma dice, che avea compassione ai compagni, i quali, ella non dubitava, se ne andassino a Pigmalione, essere con lei insieme duramente tormentati dallo avarissimo e crudelissimo re: ma se eglino volessero fuggire con lei, affermò di non mancare a loro, e a’ suoi bisogni. La qual cosa udendo i miseri nocchieri, benchè gravemente lasciassero la patria dove egli erano nati, e le proprie case, nondimeno per paura della crudel morte impauriti consentirono lievemente d’andare in esilio. E volte le navi, a guida di quella andarono in Cipro: dove ella levò fanciulle, le quali, secondo loro usanza, in sul lido pagavano a Venere la loro prima verginità, per piacere de’ suoi giovani, e per generar li figliuoli; e tolse per compagnia del suo cammino il sacerdote di Giove, e tutta sua famiglia, lo quale indovinava grandi cose di quella fuga. E già lasciandosi alle spalle Creta, e Sicilia dal destro lato, piegò dal lato di Barberia, e entrò nel paese de’ Messali, e finalmente nel golfo assai co[no]sciuto: dove essendo sicuro lo stare delle navi, determinò di dare alquanto di riposo a’ nocchieri, che erano stanchi. E venendo i vicini per desiderio di vedere i forestieri, e alcuni portando vettovaglia e mercatanzia; secondo usanza, cominciarono a pigliare e fare insieme amistà e parentado. E parendo grato agli abitatori, che quegli forestieri rimanessero in quel luogo e essendo venuti ambasciadori da Utica, posta similmente per quegli che erano venuti da Tiro, e quegli confortando pigliare sede in quel luogo, subito andarono, e comperarono solamente in su quel lido tanta terra quanto volgesse un cuojo di bue (benchè ella avesse udito, che il suo fratello la minacciava perseguirla, non impaurita) perchè mostrasse non fare ingiuria ad alcuno, e alcuno non sospettasse, in quella essere gran cosa per lo tempo che dovesse seguire. E questo fu scaltrimento di femmina! per suo comandamento fu tagliata quella pelle di bue in sottilissime correggiuole, e giunta l’una con l’altra, presero molto più, che non pensavano i venditori: e edificò battagliera città sotto l’augurio di una trovata testa di cavallo; la quale ella chiamò Cartagine, e la rocca Birsa dalla pelle di bue. E mostrato lo tesoro che avea tenuto nascosto, e confortato li compagni, che erano fuggiti con lei, a grande speranza; subito furono levate le mura, i palagi, i templi, le mercatanzie pubbliche e private. E avendo ella dato al popolo leggi, e la regola del vivere, e subito essendo cresciuta la nobile città; fu famosa per tutta Africa di grande bellezza e non veduta altra volta, di non udita virtù e castità. Per la qual cosa, essendo quegli d’Africa sommamente inchinevoli a lussuria, avvenne, che il re de’ Musicani s’innamorò di lei, e domandò quella per moglie ai maggiorenti di Cartagine; minacciando, se non gli fusse data, far guerra, e guastar la città che cresceva. E sapendo cittadini lo sacro proponimento di quella vedova reina della inflessibile castità; e temendo per sè molto, essere disfatti per la guerra, se quello domandatore fusse ingannato di suo desiderio; non arditi di dire a lei quello che domandava che quello volesse; pensarono ingannare la reina con parole, e trarla a suo volere con la sentenzia di quella medesima. E dissero a lei, che lo re desiderava ridurre la sgominata gente a più umani costumi, e per questo domandava a loro alcuni ammaestratori, minacciando fare guerra, se non gli fossero dati: e dissono, ch’erano in dubbio, chi dovesse pigliare quella fatica, e lasciare la patria per andare a vivere con sì aspro re. La reina non s’accorse dell’inganno; ma volta a quegli, disse: O nobili cittadini, che ignoranza e che viltà è la vostra? non si può dire, che quello sia dirittamente cittadino, lo quale per la pubblica salute rifiuti la morte, od altra incomodità, se cagione lo richiede: dunque andate allegri, e con poco vostro pericolo rimovete dalla patria lo gran furore della guerra. Con queste riprensioni della reina parve a quegli principi, avere ottenuto quello che egli volevano; e parve loro discoprire i veri comandamenti del re. Le quali cose udite, assai parve alla reina, sè avere affermata la deliberazione con la propria sentenzia; e in sè medesima si dolse, non osando contraddire allo inganno dei suoi. Ma, stando ferma in suo proponimento, subito fece questa deliberazione, la quale le parve di bisogno a sua onestà: e disse che mariterebbe, se le fusse dato termine. Lo quale essendole conceduto, e sopravvenendo Enea Trojano non veduto mai; deliberò, piuttosto volere morire, che rompere sua castità: ordinò uno grande fuoco nella più alta parte della terra, per quietare l’anima di Sicheo, secondo lo credere dei cittadini; e vestita di nero, servando varie cerimoniere sacrificati molti animali, montò sopra quel rogo in presenza di molti cittadini, i quali guardavano che ella dovesse fare. Le quali cose avendo fatte tutte per voto, trasse fuori un coltello, che ella avea sotto le vestimenta; e messo quello innanzi al castissimo petto, chiamato Sicheo, disse: Secondo che volete, cittadini miei, io vo’ a marito: e appena fornite queste parole, con somma tristizia d’ogni uomo lasciossi cadere sopra il coltello; e soccorrendo quegli per aiutarla, avendo offesi i luoghi della vita, morì ispargendo lo sangue onestissimo. O Dio! alla tua onestà fu fatta forza, e tu fosti eterno e venerabile onore di viduità! Vorrei che le donne vedove guardessino a te, e in ispezialità quelle che sono cristiane guardassino alla tua fortezza; e, se elle possono, con intera mente considerino te, la quale spargi lo tuo santissimo sangue; e quelle in ispezialità, alle quali fu levissima cosa non dirò andare al secondo marito, ma al terzo, al quarto, e oltre. Io dimando, quelle che diranno, che hanno le ’nsegne della fè di Cristo, guardando quella di strana nazione, e infedele, e dalla quale Cristo non era conosciuto, ad acquistare la lode che deve perire, con così costante animo e con fermo proposito procedere infine alla morte non ricevuta da altri, anzi dalla propria mano, innanzi che ella volesse consentire al secondo matrimonio, e innanzi che ella permettesse, essere isforzato lo venerabilissimo proponimento della sua osservanza? E perchè le donne del nostro tempo sono sottilissime a scusarsi, alcuna dirà, secondo che io penso: Ella dovea fare così perchè ella era abbandonata alla morte dal padre, e dalla madre e da’ frategli; i vagheggiatori la stimolavano con lusinghe: io non potrei contrastare; io sono di carne, e non di ferro. O che giuoco è questo! Dido di cui aiutorio si fidava, la quale avea un solo fratello, e quello era nimico? non ebbe Dido molti vegheggiatori? anzi era Dido di pietra e di legno più che altre donne del nostro tempo? dunque con la mente ciascuna è possente assai: ella fuggì, morendo, per quella via, che ella pensava, non potere resistere con la forza. Ma noi, i quali diciamo, essere sì abbandonati, non abbiamo nel Cristo per rifugio? e egli è certamente nostro ricuperatore, sempre presente a quegli che sperano in lui: pensi tu, che quello il quale campò i Fanciulli della fornace del fuoco, che liberò Susanna dal falso peccato, non possa campare dai legami delle mani dei nemici? Piega a terra gli occhi, e serra gli orecchi; e a simiglianza di uno scoglio ricevi l’onde che sopravvengono; e non muovendoti lascia stare i venti, e rimarrai salva. E forse un’altra dirà: Io avea grandi possessioni, casa bellissima, masserizie reali, e gran quantità di ricchezze; molto desiderava avere figliuoli, acciocchè tanta ricchezza non passasse agli stranj. Ma questo è matto desiderio: non avea Dido regno senza figliuoli? non avea ella ricchezza di re? che dirai tu? Ella rifiutò esser madre, perchè savissimamente pensò, che niuna cosa è più stolta che guastare i suoi fatti per fare gli altrui. Dunque macchierò io la castità per acquistare posseditori ai campi, alla splendida casa, e alle masserizie, e che spesso avviene che sono consumatori? e se tu hai ricchezze grandi, certamente tu le dei spendere, e non gettar via: molti sono poveri di Cristo, ai quali infino a che tu dai le ricchezze, tu edifichi per te eterni palagi, e illumini la tua castità d’un altro splendore. Ancora a verno gli amici, de’ quali niuno è più convenevole erede, perchè ciascuno gli ha sì fatti come egli li domanda; ma i figliuoli non sono sì fatti come tu gli vuoi, ma quali la natura gli produce. Verrà la terza, e dirà, che le conviene così fare, perchè lo padre gliele comandò, e perchè i parenti ne la costringono, i vicini ne la confortavano; quasi come noi non sapessimo, che il suo appetito l’avesse confortata, anzi l’avesse comandato quello disfrenato, d’una negazione avrebbe annichilato ogni cosa: Dido potè morire per non vivere disonesta, questa non potè negare lo matrimonio per vivere onesta. Forse si presenterà un’altra, che (a suo credere) sarà più scaltrita che le altre, e dirà: Io era giovane; (come tu sai) la gioventù è calda; io non potrei stare continente: lo Dottore delle genti dice, che meglio è maritarsi, che ardere: lo cui consiglio io seguito. O come bene è detto questo! quasi come io sia un fanciullo, e comandi stare casto alle vecchiette, o come Dido non fusse giovanetta, quando dispose stare casta. O come quella è scellerata opera! non sia tolta in devozione la parola di San Paolo così santo, ma anzi piuttosto a difensione del peccato molto s’alleghi, quello che è più brutta cosa! Noi possiamo restaurare la mancata forza co’ cibi e non possiamo menomare coll’astinenza la superflua? Quella pagana donna per vanagloria potè signoreggiare allo suo ardore, e porgli legge; e una donna cristiana per acquistare vita eterna non potrà signoreggiare sè medesima? Oimèi mentre noi pensiamo ingannare Iddio con sì fatti modi sottraiamo noi medesimi allo caduco onore, non dico allo eterno, e sospingiamo noi medesimi allo pericolo d’eterna dannazione. Dunque si vergognino quelle che considerano lo morto corpo di Dido; e pensando la cagione di sua morte, alleggino lo volto dolendosi quella che è cristiana essere avanzata in onestà da quella che è membro di diavolo. Nè pensino, che, come hanno pianto il morto corpo vestite di nero, abbiano fatto ogni suo dovere: deesi salvare l’amore infino alla fine, se vogliono adempiere l’officio del vedovatico; e non pensino passare ad altro amore. La qual cosa alcune fanno piuttosto per satisfare a suo ardore sotto colore del matrimonio, che per ubbidire al sagramento del matrimonio: e che tanto è cercare consorzio di tanti uomini, e a tanti cogiungersi, che, seguendo Valeria Massalina, entrare per le caverne, e per gli luoghi disonesti. Ma di questo altra volta si dirà; perchè confesso, avere passato troppo i termini del cominciato lavorio: ma chi è quegli che sia sì suo signore, che alcuna volta non sia tratto del suo proposito? Domando perdonanza a quegli che leggerà: e i tornerò onde io mi partii. Dunque i suoi cittadini con pubblico pianto e tristizia celebrarono la sepoltura di Didone, grande e magnifica non solamente d’onori umani, ma eziandio di divini a suo potere; e onoravano quella non solamente in luogo di comune madre e reina, ma in luogo di gloriosa Dea. E continuamente obbedendo a quella infino che durò Cartagine, ebbero quella in reverenzia con are, templi e sacrificj.

Giovanni Boccaccio

De claris muljeribus
VOLGARIZZAMENTO
DI MAESTRO DONATO ALBANZANI DA CASENTINO
[ca. 1336 - fine secolo XIV]

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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