
La centralità della classe operaia
La proposta della vertenza generale
In primo luogo nella classe operaia.
Contro tutte le ideologie e i vaniloqui che in tanti anni e da
tante parti si sono affrettati a sentenziarne la scomparsa o la
marginalità, resta un fatto inequivocabile: la classe operaia non solo
esiste, ma cresce. Si estende in Italia il lavoro dipendente. Si
accresce persino la classe operaia industriale. E nonostante i
drammatici arretramenti, la precarizzazione dilagante e i processi di
demoralizzazione, quello resta, anche in termini soggettivi, il
principale crinale di contraddizione con le politiche dominanti.
Cosa significa se un milione di operai dice no al protocollo del 23
luglio, nonostante il carattere burocratico e truffaldino della
consultazione? Cosa significa se quel milione si concentra in primo
luogo in quelle grandi fabbriche che hanno fatto la storia del
movimento operaio e sindacale italiano, a partire da tutti gli
stabilimenti della FIAT? Significa che contro tutti i ricercatori
vecchi e nuovi, di nuove centralità sostitutive e di nuovi surrogati,
la contraddizione tra capitale e lavoro si ripropone come perno
centrale dello scontro. Senza partire da qui non si ricostruisce
un’opposizione reale e di massa. Tanto meno si ricostruisce un più
ampio blocco sociale alternativo.
Qui sta la nostra proposta di una vertenza generale unificante del mondo del lavoro.
Sono decenni che la classe operaia italiana è privata di una
piattaforma di lotta indipendente. E sono decenni che essa subisce
sulla propria pelle il negoziato sulle piattaforme padronali, senza che
nessun soggetto politico e sindacale, anche tra le forze
anticoncertative, avanzi una proposta reale di ricomposizione e di
svolta.
Noi ci proviamo.
Quando rivendichiamo una piattaforma generale che combini
consistenti aumenti salariali, l’abolizione di tutte le leggi di
precarizzazione del lavoro, il salario garantito ai disoccupati che
cercano lavoro e ai giovani in attesa di prima occupazione, il ritorno
della previdenza a ripartizione; quando indichiamo la fonte di
finanziamento di queste misure nelle tasche e nei portafogli di chi non
ha mai pagato (a partire dai grandi profitti, dalle grandi rendite, dai
grandi patrimoni), non facciamo una lista letteraria della spesa, né
proponiamo una nuova politica economica a qualche simposio
intellettuale. Avanziamo una proposta generale di lotta che tracci una
linea di ricomposizione, nell’azione, tra l’operaio, il precario, il
disoccupato, l’immigrato, le grandi masse del Meridione, con la
consapevolezza che tanto più oggi, tanto più nel quadro di una crisi
sociale che ha diviso, frammentato, indebolito il mondo del lavoro,
solo una lotta generale può ricomporre la sua unità; solo una lotta
generale può replicare all’aggressione del capitale contro i
lavoratori, al livello attuale dello scontro; solo una lotta generale
può dare un riferimento vero, oltretutto, non solo a milioni di giovani
precari o disoccupati, ma anche a quasi 3 milioni di lavoratori
immigrati, arabi, senegalesi, albanesi, rumeni, altrimenti destinati
non solo al supersfruttamento della marginalità, del ricatto odioso
delle espulsioni e delle vessazioni poliziesche, ma ad essere usati
cinicamente contro i lavoratori italiani, come strumento di divisione
sociale, o come pretesto di campagne politiche contro i diritti di
tutti.
Certo non siamo noi, con le nostre sole forze, a poter
determinare una vertenza generale unificante del mondo del lavoro. Ma
possiamo e dobbiamo batterci in ogni movimento e in ogni lotta per
avanzare questa prospettiva. Perché se le sinistre di governo hanno il
mandato di disinnescare il conflitto e dividere i lavoratori, il nostro
partito investe, al contrario, nella prospettiva di un’esplosione
sociale generale, concentrata e radicale. L’unica che possa ribaltare i
rapporti di forza e dischiudere dal basso uno scenario nuovo. E proprio
la crisi diffusa di consenso verso le politiche dominanti, nonostante
le immense difficoltà, fornisce una base oggettiva a questa nostra
proposta.
L’impostazione della nostra battaglia sindacale
Questo è il senso del nostro stesso lavoro sindacale, su cui svilupperemo dopo il congresso, uno specifico approfondimento.
Il lavoro sindacale dei comunisti non è una sfera separata, è parte
di una battaglia di massa tesa a conquistare la maggioranza della
classe ad una prospettiva politica indipendente.
Per questo non ci identifichiamo, come PCL, in questo o
quell’altro sindacato. Ci identifichiamo in un progetto politico
complessivo da condurre in tutti i sindacati. In tutti i sindacati in
cui i nostri compagni sono collocati, nella CGIL, nella CUB, nello SDL,
tra i COBAS, nello SLAI-COBAS, portiamo avanti la nostra proposta di
indipendenza e unificazione del fronte di classe: in primo luogo contro
la politica della burocrazia sindacale, e della CGIL in particolare,
che porta tra i lavoratori gli interessi del capitalismo italiano; ma
anche contro ogni logica che subordini lo sviluppo e la
radicalizzazione del movimento di lotta all’interesse conservativo,
reale o presunto, di questa o quell’altra sigla o componente.
Con questo metodo ci siamo battuti e ci battiamo per l’unità
d’azione di tutte le forze del sindacalismo di classe, ovunque
collocate, come in occasione degli scioperi generali contro le
finanziarie del governo Prodi o il protocollo di luglio.
Con questo metodo abbiamo proposto una grande assemblea nazionale
dei delegati del NO al protocollo come momento di autorganizzazione
democratica e di unificazione dell’avanguardia sociale, per consentire
a quel milione di lavoratori che si è opposto all’accordo non solo di
contrastare la svendita parlamentare del loro no, ma di porsi come
soggetto di riferimento di più vaste masse, di definire finalmente una
propria piattaforma e una propria proposta di lotta da rivolgere
all’insieme del movimento operaio, provando ad aprire una pagina nuova.
Ed è significativo, lasciatemelo dire, che mentre questa proposta è
stata accolta e rilanciata da settori limitati ma preziosi
dell’avanguardia operaia (dal comitato del NO della FIAT di Cassino al
comitato del NO del porto di Genova, passando per le avanguardie delle
meccaniche FIAT di Mirafiori ) quella proposta elementare è stata
invece respinta o ignorata, non solo com’è ovvio dalle sinistre di
governo, da subito protese alla svendita, ma anche dall’insieme delle
sinistre critiche o antagoniste: ognuna in realtà preoccupata non di
unire e sviluppare il movimento reale, ma di difendere prioritariamente
la propria rendita di posizione dal movimento reale e da una possibile
dialettica libera, su basi democratiche e senza steccati che avrebbe
potuto svilupparsi al suo interno.
E’ stata un’esperienza preziosa perché anche qui passa, vedete, la
distinzione tra il nostro partito e le altre sinistre. Chi vuole
semplicemente proteggere il proprio spazio di sinistra critica o
antagonista, finisce con l’essere settario verso il movimento reale e
il suo sviluppo. Chi vuole costruire un partito rivoluzionario non ha
altro interesse da difendere che il movimento reale delle masse e, in
esso, una libera battaglia anticapitalistica per l’egemonia.
Centralità operaia non è economicismo
Per una risposta di classe a tutte le domande di liberazione
Al tempo stesso la centralità della classe operaia non significa
per noi economicismo: un curarsi dei temi sindacali a scapito di altre
domande e tematiche di emancipazione e liberazione, quasi vi fosse una
sorta di superiorità di valore del tema del salario o della pensione
rispetto alla difesa dell’ambiente, alla lotta antimperialista, alla
liberazione della donna.
No.
Per noi centralità della classe operaia significa, al contrario,
assumere la classe come leva centrale di ricomposizione, sul terreno
anticapitalistico, di tutte le domande di emancipazione e liberazione:
perché nessuna di quelle domande può trovare soddisfazione fuori da una
prospettiva anticapitalistica; e nessuna prospettiva anticapitalistica
può darsi senza l’irruzione decisiva della classe operaia.
Ma proprio per questo il PCL rompe con una tradizione politica e
culturale di lungo corso, che ha attraversato DP, è passata per il PRC,
è approdata in parte in Sinistra Critica, secondo cui in buona sostanza
si tratterebbe di sommare il marxismo, l’ecologismo, il pacifismo, il
femminismo, come somma arcobaleno di valori e culture “critiche”. E’
una visione subalterna: che da un lato riduce il marxismo a filosofia
tra le filosofie, disimpegnandolo paradossalmente proprio
dall’elaborazione programmatica su terreni complessi e impegnativi; e
che dall’altro priva quelle bandiere dell’ecologismo, del pacifismo,
del femminismo, che pure impugna, di una prospettiva reale di
trasformazione, o riducendole a icone inoffensive, o assumendone le
espressioni ideologiche neoriformiste.
Vogliamo fare l’opposto.
Vogliamo sviluppare il programma rivoluzionario del marxismo su
tutti i temi dell’emancipazione umana, dare una risposta di classe e
comunista a tutte le domande di liberazione; che non è solo il modo di
sviluppare il marxismo “sul suo proprio terreno”, come affermava
Gramsci, ma è anche e soprattutto indicare l’unica risposta reale, non
ideologica, ai bisogni di emancipazione di vaste masse.
Perché non c’è risposta reale alla tematica di liberazione della
donna senza mettere in discussione quell’organizzazione capitalistica
della società che rialimenta e riproduce ogni giorno l’oppressione di
genere.
Non c’è risposta reale alla domanda ecologico-ambientale senza
colpire un sistema capitalista basato sulla legge cieca del profitto:
che riduce a merce non solo il lavoro ma la natura, e dunque lo stesso
rapporto tra l’uomo e la natura; come rivela il business dei rifiuti,
l’intossicazione dei cibi, lo scempio delle coste, ed oggi persino
l’assunzione della stessa sensibilità ecologica di più ampi settori di
massa come terreno di nuove speculazioni di mercato e di nuovi
inquinamenti.
Non c’è risposta reale alla domanda di pace senza l’aperta rottura
con l’imperialismo e innanzitutto il nostro imperialismo: quindi senza
andare al di là del pacifismo, chiamando in causa gli interessi delle
nostre classi dominanti e i crimini delle nostre truppe tricolori: come
quelli compiuti in Iraq nella battaglia dei Ponti con l’assassinio
impunito di decine di irakeni. Perché tutti ricordano i militari
italiani uccisi a Nassiriya. Nessuno ricorda bimbi e donne gravide
colpiti dal piombo delle truppe italiane in quella terra. Nessuno
denuncia lo scandaloso silenzio bipartisan che copre ancora oggi le
menzogne dei nostri generali e le false informazioni del governo.
Ecco: a differenza delle Sinistra arcobaleno, il partito che
vogliamo costruire non piegherà mai la verità alla retorica tricolore,
al codice del silenzio e della complicità.
E così nella lotta contro la Chiesa.
Non c’è una risposta reale alla stessa domanda laica e
anticlericale, così presente in larga parte della società italiana,
senza ricondurre le lotte importanti per i diritti civili alla messa in
discussione del potere materiale della Chiesa e della sua connessione
profonda con il capitalismo italiano e internazionale: senza
rivendicare, ad esempio, non solo la soppressione dei finanziamenti
pubblici oggi elargiti a scuola e sanità private, ma l’esproprio del
gigantesco patrimonio immobiliare della Chiesa e la sua devoluzione ai
bisogni e alle esigenze sociali di milioni di lavoratori e di
diseredati.
Il cardinal Bertone rivendichi pure il Togliatti dell’articolo 7
come modello per Walter Veltroni, noi all’opposto vogliamo rompere con
la lunga, ossequiosa sudditanza storica della sinistra italiana al
Vaticano. Quando diciamo che siamo “coerentemente anticlericali perché
coerentemente anticapitalisti”, vogliamo esattamente intendere questo.
Insomma: l’anticapitalismo non è per noi un’ideologia.
E’ la cifra concreta di quel programma di trasformazione
dell’ordine materiale della società senza la quale tutte le domande di
emancipazione finiscono sul binario morto delle evocazioni vuote,
magari imprigionate nel finto ping pong di un’alternanza senza
alternativa.
Per questo in ogni movimento di lotta, nel movimento contro la
guerra, nelle lotte contro l’inquinamento, gli inceneritori o la
privatizzazione dell’acqua, nelle manifestazioni del movimento delle
donne, nelle mobilitazioni per i diritti civili, dobbiamo combinare la
partecipazione piena ai movimenti, che è anche lavoro di costruzione e
unificazione delle loro lotte, con l’articolazione di una proposta
programmatica di rottura con la borghesia.
Proprio l’elaborazione e l’articolazione di una nostra proposta
programmatica anticapitalista in ogni settore di intervento, che superi
i limiti del nostro primo documento congressuale (come sul tema
dell’ambiente), sarà un compito importante del nuovo partito, dei suoi
gruppi dirigenti, delle sue commissioni di lavoro.
Nelle lotte di ogni giorno la prospettiva anticapitalista
Via la dittatura degli industriali e delle banche
Proprio perché l’anticapitalismo e una prospettiva socialista non
sono per noi, a differenza di altri, un orpello ideologico, ma un fine
reale, la vera bussola della nostra azione e delle nostre scelte, nelle
grandi come nelle piccole cose, non riduciamo il socialismo a
convegnistica intellettuale, ma lo incorporiamo nella nostra politica.
C’è una tradizione un po’ curiosa, che accomuna gruppi estremisti o
aree centriste di diverso segno, che combina il minimalismo politico
delle proposte con l’apparente radicalità della propaganda. Nei giorni
feriali, si fa per dire, la lotta per il salario. In qualche canonica
festività la commemorazione della rivoluzione d’Ottobre (quando va
bene) o l’evocazione del socialismo come immaginario della letteratura.
In mezzo, il nulla.
Il PCL rompe con questa tradizione e ne recupera un’altra, quella
originaria dei comunisti, di Marx,di Lenin, di Trotskj: quella che
costruisce il ponte tra il presente e il futuro; che fa vivere la
prospettiva anticapitalista in ogni piega della propria azione; che in
ogni movimento, in ogni lotta, cerca di sviluppare la sua coscienza e
le sue potenzialità verso la rottura con l’ordine costituito. Verso la
comprensione che solo la rottura col capitalismo, solo un governo dei
lavoratori, basato sui loro interessi e sulla loro forza, possono
aprire una prospettiva nuova e realizzare un’ alternativa vera.
Per questo, a differenza di tutte le altre sinistre, le nostre
rivendicazioni programmatiche non rispettano le colonne d’Ercole di
questo sistema; non si limitano agli obiettivi cosiddetti
“realizzabili” dentro questa società, ma assumono come unico vincolo le
necessità reali delle classi subalterne contro quelle compatibilità.
Con una radicalità uguale e contraria alla radicalità dello
sfruttamento capitalistico e dell’oppressione quotidiana di milioni di
uomini e di donne.
Di fronte a migliaia di aziende in crisi, di padroni che licenziano
i lavoratori, non ci accodiamo alle compravendite di mercato e alla
negoziazione dei cosiddetti esuberi. Rivendichiamo il licenziamento di
quei padroni, cioè la nazionalizzazione delle loro aziende sotto il
controllo dei lavoratori.
Di fronte ad aziende assassine, responsabili di migliaia di omicidi
bianchi di lavoratori impoveriti e ricattati, non ci accodiamo agli
appelli ipocriti, al “codice etico” o all’annuncio di nuovi ispettori
(compiacenti): chiediamo la galera per i responsabili, l’esproprio
delle loro fabbriche, il controllo operaio su tutti gli aspetti
dell’organizzazione del lavoro, in tutte le aziende di questo Paese.
Che è l’unica risposta reale al cinismo criminale del capitalismo e del
mercato.
Di fronte allo strapotere delle banche, vero bastione della seconda
repubblica, che oltre ad essere responsabili di infinite truffe e
crimini finanziari, impiccano a mutui usurai milioni di famiglie, non
ci affidiamo alle rituali risoluzioni dell’antitrust o alle platoniche
sentenze della magistratura: noi rivendichiamo la nazionalizzazione
delle banche, con la stessa logica con cui si rivendica il sequestro di
un’associazione a delinquere. Ed anzi il PCL vuol fare della battaglia
di massa contro questa associazione a delinquere non solo un elemento
riconoscibile del suo profilo pubblico, ma una proposta politica di
massa sul terreno della ricomposizione di un vasto blocco sociale
alternativo che unisca l’operaio, il precario, il pensionato, ma anche
un vasto settore del piccolo lavoro autonomo e del piccolo risparmio: a
riprova del fatto che proprio un programma anticapitalistico radicale
può saldare attorno al movimento operaio tutta la rabbia sociale contro
gli attuali poteri dominanti.
Per il potere dei lavoratori e delle lavoratrici
Una risposta rivoluzionaria all’antipolitica e al populismo
A chi ci obbietta che questo programma è “irrealizzabile”,
rispondiamo che proprio questo è paradossalmente il suo punto di forza:
dimostra che tutte le necessità più elementari delle grandi masse
richiedono il rovesciamento delle attuali classi dominanti, il potere
dei lavoratori e delle lavoratrici.
Questo, in definitiva, è ciò che segna più nel profondo la natura e
l’identità del nostro partito. Noi poniamo in ultima analisi al centro
della nostra politica la questione del potere, la questione di chi
comanda, la questione della forza.
Senza questa prospettiva tutto il vocabolario anticapitalista
resta retorica vuota o si riduce, per dirla con Marx, alle armi della
“critica”.
Senza mettere in discussione il potere reale di quella minoranza
di industriali e di banchieri che concentra nelle proprie mani tutte le
leve di comando, in osmosi profonda con l’apparato dello stato e con i
partiti dominanti (in Italia come in tutte le democrazie borghesi), non
si dischiude alcuna prospettiva di alternativa di società, come ci
rivela la lunga storia italiana.
Vogliamo introdurre in ogni lotta il seme di questa consapevolezza.
A chi ci obbietta, in nome del “realismo”, che non è questo il
tempo di evocare la prospettiva della rivoluzione, ma solo di agitare
temi sociali immediati, facciamo osservare che proprio la realtà della
crisi sociale pone la radicalità delle soluzioni politiche. A loro modo
ne sono oggi coscienti persino settori dominanti.
E’ un caso che a fronte del disarmo politico e culturale di una
sinistra sempre più omologata siano oggi ambienti borghesi e reazionari
a sdoganare paradossalmente il termine “rivoluzione”?
La seconda repubblica è stata presentata come rivoluzione liberale.
La Lega di Bossi evoca la “rivoluzione padana”, e persino l’immagine dei fucili.
Berlusconi presenta il suo nuovo partito come l’inizio di una “avventura rivoluzionaria”.
La verità è che il disincanto di massa verso le politiche
dominanti, combinato con l’assenza di un’opposizione di sinistra
antisistema, ha spianato la strada ad una demagogia populista anche
all’interno di settori operai e popolari. Ed oggi è talmente profondo
il disincanto popolare che le operazioni politiche più conservatrici, e
persino reazionarie, devono cercare di presentarsi come
“rivoluzionarie” per esercitare suggestione e raccogliere consenso.
Sarebbe davvero paradossale, tanto più oggi, se fossero proprio i
comunisti a temere di parlare di rivoluzione. Di più, sarebbe
irresponsabile. Perché significherebbe avallare ed ampliare lo spazio
di suggestione del populismo più reazionario.
La necessità che abbiamo è esattamente opposta: quella di dare al
disincanto popolare e all’umore di massa una traduzione di classe,
totalmente alternativa al populismo ma altrettanto radicale e di
rottura. Restituendo al termine di rivoluzione il significato che
Gramsci gli diede quando disse, sullo sfondo dell’avanzata dello
squadrismo, che l’unica vera rivoluzione possibile in Italia è la
rivoluzione socialista.
E questa prospettiva socialista va fatta vivere nella nostra
politica con il linguaggio più accessibile e popolare, fuori dal finto
bon ton del politichese. Per questo, a fronte della marea montante
dell’antipolitica e del suo veleno qualunquista, non dobbiamo temere di
essere noi a rivendicare un altro potere e un altro stato: ad esempio
con deputati revocabili dai loro elettori, con lo stipendio di un
deputato del popolo pari a duemila euro mensili, con l’abolizione di
ogni privilegio, di ogni barriera divisoria, materiale e simbolica, tra
le grandi masse e la politica; ma anzi restituendo alla maggioranza
della società il potere non solo di votare, ma di decidere sulla
propria vita e sul proprio futuro. Che è poi il vero potere reale.
E su questi temi crediamo importante che il nuovo partito appronti
nella prossima fase una precisa iniziativa politica e pubblica.
La costruzione autonoma del PCL al di là delle varianti dello scenario politico
Questo programma generale, proprio perché ancora la nostra stessa
esistenza a un progetto di fondo, è uno strumento essenziale per tenere
oggi la rotta della nostra impresa, al di là dei mutamenti della
situazione politica e delle sue infinite variabili.
Il PCL nasce per vivere a lungo. E dunque per misurarsi col saliscendi inevitabile degli avvenimenti politici e sociali.
Gli scenari politici futuri, anche prossimi, potrebbero vedere, come tutti sappiamo, modifiche sensibili del quadro politico.
Il governo Prodi è in larga parte consunto, al di là della sua formale sopravvivenza.
Una parte importante di quei poteri forti che l’hanno sostenuto e che hanno beneficiato della sua politica, guarda già oltre.
L’asse negoziale tra Veltroni, Berlusconi e Bertinotti attorno alla
ricerca di una nuova legge elettorale, introduce un ulteriore fattore
di destabilizzazione. Sia che si concluda attorno alle ipotesi
formulate, sia che fallisca.
Nell’un caso come nell’altro, le risultanti possibili sono molto
diverse tra loro: dalla continuità ancor più precaria di questo
governo, alla corsa verso elezioni anticipate con la presente legge
elettorale, sino addirittura a ipotesi, alquanto improbabili ma non
impossibili, di governi istituzionali di unità nazionale.
Su questo scenario più prossimo e sui nostri compiti più immediati
presenteremo, a conclusione del congresso, un breve e specifico ordine
del giorno.
Ma è evidente che dobbiamo esser pronti ad ogni evenienza, a fronteggiare ogni possibile variante.
Denunciando in ogni caso, sin dai prossimi giorni, l’ipocrisia di
una cosiddetta “verifica di governo” che non riguarda i salari ma le
convenienze elettorali, non l’interesse dei lavoratori ma quello di
coloro che li usano per i propri specifici interessi.
Sviluppando una nostra battaglia controcorrente per una legge
elettorale proporzionale pura, contro tutte le proposte dominanti
funzionali a rafforzare esclusivamente la stabilità dei governi
borghesi, e quindi la governabilità delle loro rapine contro i
lavoratori.
Rivendicando più che mai il bilancio del fallimento generale del
Centrosinistra e delle sinistre che l’hanno sorretto: indipendentemente
dal fatto che continuino a sostenere Prodi, o che vengano scaricate
all’opposizione dopo il lavoro sporco prestato, o che persino decidano
di staccare la spina al governo per negoziare più liberamente con
Berlusconi una legge elettorale che consenta domani di ricomporre un
governo con Veltroni.
In ogni caso, le ragioni del Partito Comunista dei Lavoratori, di
una nuova sinistra italiana, sono e saranno documentate dai fatti.
Proprio perché forti delle nostre ragioni dovremo nel nostro lavoro,
già nella prossima fase, combinare la difesa intransigente della nostra
autonomia con la più ampia proiezione esterna. Predisponendoci a
intercettare, sulle nostre basi politiche e sui nostri programmi, tutto
ciò che l’esperienza dei fatti potrà liberare verso di noi.
Tra i tanti compagni di base del PRC, che oggi si interrogano più
di ieri, più di un anno e mezzo fa, sul proprio destino politico: ai
quali il voto sul protocollo, l’annullamento del simbolo, il rinvio del
congresso, sta ponendo l’onere di decisioni non più rinviabili.
E soprattutto nell’avanguardia sociale dei movimenti e della
classe operaia, dove abbiamo registrato nell’ultima fase un interesse
crescente verso di noi da parte di settori preziosi d’avanguardia, in
particolare in alcune grandi fabbriche.
Peraltro, l’affllusso più ampio di nuove richieste di adesione al
PCL che ci sono pervenute via e-mail nell’ultima fase, e in particolare
nell’ultimo mese, non sono solo ragione di soddisfazione, pur nella
consapevolezza della modestia ancora delle nostre forze: sono anche la
spia di potenzialità nuove e più ampie, iscritte nella crisi profonda
della sinistra italiana che sta a noi cercare di capitalizzare.
Lavorando a combinare, magari meglio che in passato, i due elementi
decisivi di metodo che nel documento congressuale abbiamo richiamato:
il rigore e l’apertura.
Il rigore, perché senza il rigore dei principi non si costruisce
nulla di nuovo, perché senza un partito di militanti e di quadri non si
va da nessuna parte, men che meno si persegue il nostro fine.
L’apertura nell’azione di raggruppamento e di costruzione del PCL,
perché a differenza di altri non ci diamo come compito quello di
conservare noi stessi, ma di costruire, sulle nostre basi, una nuova
direzione dei movimento operaio italiano.
Inviato da: stuntman2
il 04/03/2008 alle 09:33
Inviato da: hunkapi_genova
il 07/02/2008 alle 22:33
Inviato da: hunkapi_genova
il 20/01/2008 alle 02:03
Inviato da: Hunkapi_english
il 31/12/2007 alle 15:43
Inviato da: hunkapi_genova
il 27/12/2007 alle 14:07