Creato da antonioi0 il 05/02/2009
CULTURA E GIUSTIZIA
 

Area personale

 

Archivio messaggi

 
 << Giugno 2026 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30          
 
 
Citazioni nei Blog Amici: 2
 

FACEBOOK

 
 

I miei link preferiti

 
Citazioni nei Blog Amici: 2
 

Archivio messaggi

 
 << Giugno 2026 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30          
 
 

Ultimi commenti

 
 

Ultime visite al Blog

antonioi0perrydgl15Coulomb2003Desert.69mrjbigmatwilliamCars1surfinia60Aragorn231drops.memorycassetta2monnalisa300LSDtripLiledeLumiLrtyudf
 

 

« LE LEGGI DELL’APPRENDIMENTOLE LEGGI DELL’APPRENDIMENTO »

TERREMOTO E RICOSTRUZIONI IN IRPINIA IL RESTAURO E I PIANI DI RECUPERO DEI CENTRI STORICI MINORI

Post n°3448 pubblicato il 20 Maggio 2022 da antonioi0

Premessa e obiettivi

A distanza di trent’anni dall’evento sismico del 23 novembre 1980 e soprattutto a trent’anni da

quella che fu la legge di ricostruzione per antonomasia, la n. 219 del 14.05.1981, lo studio in

oggetto si pone l’obiettivo di analizzare lo stato attuale dei centri storici irpini, interessati prima

dalla distruzione provocata dal terremoto, poi dagli interventi previsti dai Piani di Recupero,

dettati proprio dalla legge di ricostruzione per le zone terremotate, valutando, tra l’altro,

- quali furono i principi ispiratori dei piani;

- se e dove tali piani abbiano rispettato i principi ispiratori;

- quali furono l’iter e le modalità di intervento dei piani;

- quali sono i risultati ottenuti dalla realizzazione dei suddetti piani.

Il 23 novembre del 1980, un sisma di intensità pari al X grado della scala Mercalli colpì quella parte

del meridione italiano definita da Manlio Rossi Doria, l’”osso d’Italia”, con epicentro individuato

nel cuore dell’Appennino campano-lucano, tra i comuni di Conza della Campania (AV) e Laviano

(SA), riducendo molti paesi a sole macerie. Non vi è dubbio che il sisma suddetto, oltre a colpire un

territorio vastissimo, comprendente ben tre regioni, Campania, Basilicata e Puglia, svelò il dramma

delle comunità dell’entroterra meridionale, caratterizzato da quelli che si usavano definire “paesipresepe”,

contornati da scenari suggestivi, con centri storici suddivisi da intricati sistemi di viuzze,

impreziositi da rocche, castelli e antichi edifici, con “antichità” ancora da dissotterrare, serenità e

semplicità di rapporti umani. Questi luoghi furono portati a conoscenza dell’intera nazione dal

catastrofico sisma e svelarono una realtà che poco aveva di bucolico e sereno, sia perché squassata

dal terremoto sia perché già affetta da un degrado atavico, molto spesso caratteristica delle piccole

realtà d’entroterra, dimenticate e poco incentivate allo sviluppo. Un primo sopralluogo rilevò 36

comuni disastrati e 280 danneggiati1, per un totale di 316 comuni terremotati; sopralluoghi

successivi costrinsero ad ampliare l’area interessata, fino a contare 687 comuni interessati dal

sisma2, divisi a loro volta in gruppi caratterizzati da diversa gravità di danno: “disastrati” (37

comuni), ossia contraddistinti da un danno al costruito superiore all’80%, “gravemente danneggiati”

(314), con danni al costruito tra il 40% e l’80%, “danneggiati” (336), con danni al costruito inferiori

al 40%. L’area del “cratere”, come si definì la zona epicentrale, comprese molti dei comuni

dell’”alta irpinia”, parte a sua volta della provincia di Avellino, certamente la più danneggiata: di

1 Il 13 febbraio 1981, il Consiglio dei Ministri rende noto, con un decreto, l’elenco dei comuni colpiti dal sisma,

dividendoli in due allegati: Allegato A per i comuni “disastrati” di cui 19 in provincia di Avellino, 9 in provincia di

Salerno e 9 in provincia di Potenza, Allegato B per i comuni “gravemente danneggiati”.

2 D.P.C.M. 30.04.1981, in G.U. n.126 del 09.05.1981

4

119 comuni, 18 furono classificati come “disastrati”, 99 come “gravemente danneggiati” e solo due

come “danneggiati”.

Il “cratere”, come quasi tutta la provincia di Avellino, era, ed è tutt’ora, un vasto territorio

disseminato di piccoli nuclei urbani, tutti di antichissima fondazione, spesso conservati nella loro

integrità ambientale, formata da densissima stratificazione edilizia che contraddistingue solitamente

i luoghi di secolare persistenza abitativa3: raccoglie i paesi nati attorno alle sorgenti di due

importanti fiumi, il Sele e l’Ofanto; da questi e dal territorio, costellato di piccoli monti e colline, i

comuni del cratere prendono le loro caratteristiche principali, poiché fu per queste due principali

ragioni che in epoche lontanissime vi si insediarono i primi nuclei abitativi. Questi ultimi,

crescendo, ebbero a far parte tutti della stessa storia che li vede uniti e dipendenti da quello che è

poi il vero epicentro del terremoto: Conza della Campania, uno dei gastaldati più importanti della

Langobardia minor, che dal V al IX secolo vide formarsi, in senso compiuto, quasi tutti i paesi

dell’Irpinia. Questi ebbero uno sviluppo omogeneo nel tempo fino alla fine del XIX sec., da cui un

progressivo declino fino alla fine degli anni 60 del XX sec.

L’iter storico benché restituisse paesi semiabbandonati permise la persistenza di caratteri distintivi

figurativi, tipologici e costruttivi, lasciando leggere nella stratificazione l’identità culturale del

luogo. Il terremoto rappresenta la battuta d'arresto, l'anno zero da cui inizia una nuova storia

riformatrice del disegno di ognuno dei paesi scelti come casi studio per la loro paradigmaticità

rispetto al modo di affrontare la ricostruzione.

3 Ministero dei beni culturali e ambientali Soprintendenza generale agli interventi post-sismici in Campania e

Basilicata, Dopo la polvere, Rilevazioni degli interventi di recupero (1985-1989) del patrimonio artistico-monumentale

danneggiato dal terremoto del 1980-1981. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Roma, 1994

5

CAPITOLO 1

L’EVENTO SISMICO DEL 23 NOVEMBRE 1980

«Dopotutto, non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», fu la

riflessione di J.J. Rousseau, nel 1756, con lo sguardo rivolto ad una Lisbona distrutta dal terremoto.

Giustino Fortunato, dal canto suo, indicava il terremoto come uno dei tre legati ereditari, insieme

alla malaria e alle frane, del Sud italiano.

Così, anche in Irpinia, il 23 novembre 1980, alle ore 19:344, quei paesi, chiamati presepi, furono

schiacciati come un piede schiaccia un formicaio, in 90 secondi scarsi. E non era stata la natura ad

ammonticchiarli lì, ma secoli e secoli di opera umana, dimentica ogni volta dell’esperienza passata.

Eppure non era lontano l’ultimo terremoto, generazioni ancora vive ne avevano vissuti anche due, e

la storia stessa di quei paesi rimandava ad avvenimenti seriali5. Come fosse una tara ereditaria da

doversi portare dietro, o un Tifeo mitologico impossibile da prevedere ed affrontare, la maggior

parte dei paesi aveva replicato il proprio abitato su se stesso, non avendo, in alcuni casi, e

disattendendo, spesso, quella, seppur insufficiente, normativa edilizia in materia6.

La notizia, quella sera, venne data frettolosamente dai telegiornali, anche se in una stanza

dell’Osservatorio di Monte Porzio Catone, il sismografo aveva registrato, senza alcuno che lo

notasse, il diagramma disegnato dall’ago quasi impazzito. Subito dopo la scossa, le comunicazioni

crollarono” e non si seppe dare immediata evidenza alla catastrofe. Nelle prime ore si parlava di

4 La scossa sismica durò un minuto e venti secondi, due scosse di magnitudo 6.8 e 5 con un intervallo di 40 secondi.

L’epicentro tra Laviano, Lioni e Oliveto Citra (F. Mangoni, M.Pacelli, Dopo il terremoto la ricostruzione, Edizioni

delle Autonomie, Roma 1981, pg.3), dichiarò a cavallo delle due Regioni Campania e Basilicata, interessando anche la

provincia di Foggia, con risentimenti estesi anche nelle province circostanti, per una superficie di 25000 kmq (N. Di

Guglielmo, Terremoti in Campania. Aspetti storici e scientifici, Atti della Quinte Giornate storiche Andretesi,, 19-20

agosto 1990, pg.151). L’onda sismica a bassa frequenza ha quindi investito il territorio delle tre regioni, manifestandosi

con intensità estremamente elevata nei comuni limitrofi all’epicentro, e gradualmente decrescente con l’allontanarsi

dello stesso, ma non in maniera omogenea, bensì con una modalità che venne definita a “pelle di leopardo” (Unione

Regionale Camere di Commercio Campania, Scheda informativa sulle zone colpite dal sisma del 23 novembre 1980,

Napoli s.d.).

5 In un elenco prodotto dall’Osservatorio vesuviano nel 1986, si rilevano, nei 2000 anni precedenti il sisma del 1980,

circa 149 terremoti in tutto il territorio italiano, 83 localizzati solo nel meridione, dei quali 49 solo in Campania; nei tre

secoli precedenti, partendo dal terremoto del 1694 che colpì la medesima area colpita dal terremoto del 23 novembre,

95 sono stati i terremoti in tutta Italia, 49 solo nel meridione, 24 in Campania, 10 nella sola Irpinia, di cui la metà dal

1905. Una rapida valutazione porta a definire tutto il territorio italiano come territorio sismico e sicuramente la zona

dell’appennino meridionale, fortemente sismica. (Osservatorio Vesuviano, Servizio di Didattica delle Scienze della

Terra, Appunti di sismologia. Storia della sismica italiana, Quaderno n.3, Ercolano, 1986, pp. 45-49)

6 Si veda L. Landolfo, L’evoluzione della normativa sismica in «Costruzioni metalliche», Anno LVII, gennaio-febbraio

2005, pp. 54-66; A. Giuffrè, Cento anni di norme sismiche in «Ingegneria sismica», Anno IV, n.2, Patron Editore,

Bologna 1987; E. Giancreco, La normativa sismica: tappe e prospettive in E. Giangreco, Fondamenti di Ingegneria

sismica, Edizioni Tipografia Negri, Bologna 1983.

6

pochi feriti; solo giunti, tardivamente e con molta difficoltà, sul posto, carabinieri, polizia, esercito e

 

reporter poterono iniziare a contare le vittime e i danni.

 
 
 
Vai alla Home Page del blog
 
 

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963