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TERREMOTO E RICOSTRUZIONI IN IRPINIA IL RESTAURO E I PIANI DI RECUPERO DEI CENTRI STORICI MINORI.
Post n°3852 pubblicato il 20 Giugno 2023 da antonioi0
È evidente già da qui il contrasto che diventerà sempre più palese nel dopoguerra, durante la ricostruzione tra le istanze restaurative e quelle della moderna architettura e dell’inserimento del nuovo nell’antico, come vedremo in seguito218. Paradossalmente proprio dall’antistoricismo futurista, contro l’accademismo della cultura italiana, contro l’imbalsamazione, la ricostruzione, la riproduzione pedissequa dei monumenti e dei modelli antichi, il dibattito sul rapporto tra antico e nuovo e sulle città storiche in generale si approfondisce e dall’inizio del XX secolo fino agli anni trenta, si verifica nell’ambito urbanistico e, dunque, nella redazione dei Piani Regolatori un duplice orientamento, da una parte i piani demolitori, intendendo con questo non solo quei piani italiani che portarono materialmente alla distruzione di molte parti di città antiche ma quei piani che demolivano un modo di fare città, il modo in cui la città si era organizzata ed era cresciuta nei secoli, in nome di una nuova teoria di città vivibili e informate alle nuove tecnologie, ai nuovi materiali, alle nuove scoperte. Sono piani che tentano di dare soluzione ai problemi del sovraffollamento, del disordine del centro città, della crescita disordinata, della mancanza di igiene, attraverso sventramenti, collegamenti tra centro e provincia con la costruzione di assi stradali ampi e rettilinei tesi a tagliare di netto il centro urbano, demolizione di interi quartieri, liberazione dei monumenti ritenuti di valore storico artistico, piani di stampo corbusieriano (Plan Voisin, 1925); dall’altra l’avanzata ipotesi di poter agire sulla città esistente attraverso il rispetto per l’ambiente costruito ed interventi mirati, di influenza prettamente giovannoniana219, legata ancora, però, alla città considerata oggetto d’arte da tutelare in relazione alla apprezzabile scenografia, all’insieme di colori, forme e volumi, vuoti e pieni, relazionati assieme armonicamente nel tempo. Contemporaneamente, già in periodo fascista ma prima che scoppiasse il secondo conflitto mondiale, in Italia si registrano avanzamenti legislativi nel campo della tutela dei monumenti con le due leggi del 1939220: la L. n. 1089 e la L. n. 1497. Le leggi Bottai, approvate in parallelo, a poche settimane di distanza nel luglio di quell’anno, costituenti un corpo unico, perché concepite insieme e perché culturalmente derivanti dal medesimo fondamento che tutela il bello in arte ed in natura221, vengono emanate un anno dopo le Istruzioni per il restauro e derivano quindi dall’approfondimento raggiunto sino ad allora dalla cultura del restauro. Esse aggiornavano, rispettivamente, la legge n.364/1909, “per le antichità e le belle arti”, e la n.778 del 1922 per le bellezze naturali; queste ultime prime vere leggi in materia di tutela e conservazione dell’Italia unita, pur avendo il nostro Paese un’eredità legislativa in materia, già preunitaria222. Le due norme del ‘39, dedicate alle “cose di interesse artistico o storico” (L.n.1089) e alle “bellezze naturali” (L.n.1497), sono improntate ad una tutela di tipo vincolistico che limita il proprietario del bene ad intervenire su di esso se non autorizzato, all’acquisizione da parte dello Stato delle “cose di interesse artistico-storico”, al divieto di esportazione dei beni stessi, per quel che riguarda la L.n.1089, che non considera comunque l’aggregato urbano e l’ambiente. La L.n.1497, dedicata alla “protezione delle bellezze naturali”, pure ampliando la tutela alle ville, i parchi e i giardini non contemplati nella L.1089, ed ai “complessi di cose immobili”, considera il valore estetico degli oggetti da tutelare che sono quelli caratterizzati da “non comune bellezza”, quadri, prospettive, punti di belvedere; c’è, dunque, una visione ancora romantica dell’elemento della tutela, che risente di una visione ottocentesca della storia, aristocratica ed estetica, mentre in realtà anche nella stessa Italia, la storiografia moderna si era già evoluta in un ambito assai più democratico, in cui il monumento o la storia degli avvenimenti salienti era inscindibilmente legata al contesto urbano ossia alla storia degli avvenimenti minori. Nelle leggi, oltre alla razionalizzazione del sistema delle Soprintendenze (istituite con la legge del 27/06/1907 n.386), un elemento positivo è l’introduzione del Piano Territoriale Paesistico, facoltativo, da parte del Ministero della Pubblica Istruzione, che, relazionato ai piani regolatori, lega l’urbanistica alla tutela. Tre anni più tardi fu emanata la Legge Urbanistica Statale italiana, la n.1150 del 17/08/1942. Una legge che segue ad un lunghissimo dibattito iniziato alla fine degli anni venti.. La legge nasce sotto le richieste dei tecnici e la necessità di fermare un’urbanizzazione sregolata e a macchia d’olio, ma nello specifico della tutela era tutto demandato agli eventuali vincoli imposti dalle leggi vigenti, del 1939 e ai piani paesaggistici se predisposti, ma il cui rispetto non veniva normato in modo specifico perdendo nuovamente l’occasione di fissare il legaccio tra tutela ed urbanistica; per questo motivo i piani paesistici sembrano essere strumento di gestione e tutela di spazi non ben identificati che si bloccano alle porte della città223, regolata invece dai piani comunali, i quali, al contempo non affrontano, propriamente, il tema riguardante i centri storici. A. Bellini, La ricostruzione: frammenti di un dibattito. Tra teorie del restauro, questione dei centri antichi, economia in L. de Stefani (a cura di), Guerra, monumenti, ricostruzione, Marsilio, Venezia 2011, pg. 17. 219 In quest’ambito due piani rappresentativi possono considerarsi il Piano per Bergamo Alta di Angelini e il Piano di Aosta dei BBPR (1936) di chiara ispirazione corbusieriana (Plan Voisin, 1925), quasi considerando la nuova città come “une machine à habiter”, traslando in urbanistica la famosa definizione della casa data dall’architetto svizzero-francese. “Un tracciato regolatore offre garanzie contro l’arbitrio”,(B. Zevi, Storia dell’architettura moderna, Vol.I, Torino, Einaudi, 2004, pag.100) sosteneva Le Corbusier quasi in contraddizione con quanto, nel 1933, egli stesso avallerà nella stesura della Carta dell’Urbanistica; ma quest’ultima, pur contemplando una attenzione per il patrimonio storico mantiene la tutela sempre subordinata alla risoluzione dei problemi della città e alla tensione alla modernizzazione della stessa: la conservazione è contemplata nei casi in cui non pregiudichi la risoluzione dei problemi urbani, consenta di risolvere il problema dei quartieri malsani e soprattutto quando l’opera rappresenti l’espressione di una cultura anteriore che risponda ad interessi generali, nel qual caso si prescrive la liberazione dalle “catapecchie” per far spazio a zone verdi, principi insiti nella progettazione del Plan Voisin. Ma tornando all’esperienza italiana, il Piano per Aosta dei BBPR fu un piano “geometrico” costruito attorno ai monumenti isolati; per diversi vecchi edifici fu prescritta la demolizione per far spazio ad aree verdi e la cinta muraria venne completamente liberata ed affiancata da una passeggiata, dividendo la città ed assegnandovi funzioni esclusive in un disegno assai schematico che rimanda ai dettami della Carta del CIAM. Il duale del piano per Aosta può essere considerato il Piano per Bergamo Alta di Angelini redatto nel 1929-30 e approvato nel 1935 (E.Vassallo, Centri antichi 1861-1974, note sull’evoluzione del dibattito, in «Restauro» n.19/1975, pag.32). In questo la teoria del diradamento, espressa da Giovannoni ha la sua resa pratica. Ciò che informa il Piano è una profonda conoscenza del centro storico di Bergamo. Partendo dalla richiesta di risoluzione di problemi legati all’igiene e ad ambienti malsani, Angelini riconosce però la necessità di conservare ciò che reputa un valore della città antica: la sua conformazione “pittoresca” data dalle stratificazioni nel tempo. Una sorta di insieme spontaneo, di proporzioni e rapporti di forme e colori acquisiti nel tempo che fanno della città un particolare aggregato, prezioso dal punto di vista “estetico”, da salvaguardare qualora questo non precluda il miglioramento delle condizioni igieniche. Quindi poche demolizioni di quegli edifici abbandonati e degradati al punto da non essere recuperabili, liberazione dell’interno degli isolati dalle superfetazioni ingombranti e malsane in modo da sostituirvi giardini o spazi comuni, miglioramento del traffico veicolare e pedonale con la realizzazione di percorsi. Un progetto urbano all’interno di un piano di risanamento sotteso dai principi del diradamento. In questo progetto, poi realizzato completamente dal 1936 agli anni 60, si percepiscono le influenze non solo di Gustavo Giovannoni ma degli scritti di Sitte e delle esperienze di Buls, vivi nel concetto di città come espressione dei popoli che l’anno conformata e vissuta, così come nel concetto, che è poi anche limitazione del piano, di recuperare le prospettive, le visuali, l’insieme delle forme e dei colori della città esistente, lasciando quindi tutto su un piano ancora “estetico” e “pittoresco”. Nonostante queste limitazioni, il piano per Bergamo Alta rappresenta sicuramente un passo avanti nell’approccio al tema dei centri storici, avendo colto la complessità della città antica, forse non nel senso di insieme costituito dallo stratificarsi materiale di mutamenti dovuti al susseguirsi di eventi storici ma almeno nel senso della “complicazione dell’oggetto”, fatto dei numerosi e diversi rapporti tra gli elementi che la compongono (M. Giambruno, Verso la dimensione urbana della conservazione, Alinea, Firenze 2002, pag. 96).
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