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CULTURA E GIUSTIZIA
 

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« LA FISICA CHE FA BENELA FISICA CHE FA BENE »

TERREMOTO E RICOSTRUZIONI IN IRPINIA IL RESTAURO E I PIANI DI RECUPERO DEI CENTRI STORICI MINORI

Post n°3871 pubblicato il 08 Luglio 2023 da antonioi0

La seconda guerra mondiale arresta, però, questa già stentata evoluzione. All’indomani del conflitto

il bagaglio culturale è dato dalle leggi di tutela da poco emanate (1939), da una esperienza legata ad

alcuni piani regolatori che registrano, grosso modo, due filoni, uno moderno corbusieriano come

quello del piano aostano (1936) e quello più misurato e conservativo che vediamo, per esempio, nel

piano per Bergamo Alta (1935), ed infine un aggiornamento della cultura del restauro e della

conservazione che annovera la Carta di Atene (1931) e quella del Restauro Italiana (1932), infine la

legge urbanistica del 1942. Le distruzioni conseguenti ai bombardamenti, il degrado politico,

economico e sociale dovuto ad anni di dittatura fascista costituivano problemi prioritari per un’Italia

che aveva necessità di ricostruire e mettersi al passo con gli altri paesi europei; “lavoro e casa”224

divennero i punti focali del progetto di ricostruzione e ricrescita italiano e l’attenzione per certa

architettura storica sembrò essere velleità di fronte al recupero di tanta distruzione. Un evento di indubbia importanza, anche nel merito della tutela, nell’immediato dopoguerra è costituito dalla

scrittura della carta costituzionale: entrata in vigore il 1° gennaio del 1948, nata dalle vicende della

guerra, dal rifiuto del fascismo e della monarchia complice, e dalla Resistenza, impone tra gli

articoli fondamentali quello per cui «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca

scientifica e tecnica. Tutela (la Repubblica)il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della

Nazione.(art. 9)». Con questo articolo, non solo la parola “patrimonio” entra a pieno titolo a

descrivere mobili ed immobili, con caratteristiche storiche, artistiche e paesaggistiche ma si

sancisce la duplice caratteristica di “culturale” e di “pubblica utilitas” dalla quale discende

l’appartenenza a tutta la Nazione e l’impegno della Repubblica alla tutela e promozione del

patrimonio stesso. La derivazione dell’art. 9 dalle leggi del 1939 è chiara, ma la Costituente fa un

passo avanti, non solo con l’uso della parola “paesaggio” piuttosto che “bellezze naturali”, ma

legando in modo inscindibile paesaggio e patrimonio artistico e storico e sottolineando, nel primo

capoverso la natura attiva della tutela, non chiusa dentro il conservatorismo puro o il sistema

meramente vincolistico delle precedenti leggi ma promuovendo e rendendo fruibile il patrimonio a

tutti.

 

Il dopoguerra, la ricostruzione, i centri storici

Nonostante il principio rivoluzionario, durante la ricostruzione postbellica qualcosa di quell’articolo

andò accantonato. Per molto tempo fu l’urgenza a caratterizzare la ricostruzione, quindi lo

straordinario, che però, a volte, pur non perfettamente giustificato permise la convergenza di

energie e il raggiungimento di risultati altrimenti impossibili225. La ricostruzione non stimolò,

almeno non da subito, un equivalente e contemporaneo riordino urbanistico, anzi entrò

segnatamente in conflitto con i dispositivi urbanistici esistenti226, nel caso specifico i Piani di

Ricostruzione, spesso guidati da interessi economici, sicuramente non ispirati alla conservazione

dell’esistente se non in casi di “palese monumentalità”227. Ma anche in questi casi, intenso fu il

dibattito sul restauro dei monumenti danneggiati dai bombardamenti; esso riguardava le modalità

con le quali intervenire ma soprattutto la necessità di intervenire in fretta per il pericolo della perdita

stessa del monumento; proprio l’atteggiamento nei confronti dei restauri urgenti fu motivo di

diversi scontri e numerose polemiche in cui i cultori della materia che, giustamente e spesso, si

attardarono, perdendo di vista ciò che succedeva all’intera città. Lo stesso Giovannoni, a proposito

della ricostruzione, fu costretto a tornare sulla sua teoria del diradamento ammettendone la crisi di

fronte a tanta distruzione e riconoscendo la difficoltà di intervenire con tempi idonei alla dovuta

scientificità228. Pur riconfermando la validità dei dettami delle recenti carte del restauro (Atene 1931

e Italiana 1932), Giovannoni esprimeva la necessità di intervenire velocemente anche attraverso

restauri stilistici pur di non perdere “significativi monumenti d’arte”. Si prospetta quindi

l’abbandono di un certo rigore che fino ad allora aveva caratterizzato il restauro, spesso

spingendosi, anche senza bisogno, alla riproposizione stilistica di intere opere guidati dalla

giustificazione di un’istanza psicologica che, seppur valida nella teoria, comportava una riflessione

maggiore anziché un abuso. Contemporaneamente, oltre alle distruzioni già subite con i

bombardamenti, le città italiane dovettero affrontare la speculazione edilizia derivante, non solo,

dall’urgenza della ricostruzione ma anche dall’aumento della popolazione dovuto agli spostamenti

degli abitanti dalle campagne verso la città e dal sud del Paese verso il nord; questo faceva

proliferare, senza il senno di una regolazione urbanistica, costruzioni periferiche rispetto al centro

urbano di un’architettura che si rifaceva al razionalismo italiano ma in maniera industriale ed

omologata, peraltro senza la dotazione dei servizi necessari, il che comportò un peso ulteriore per il

centro che, spesso, da solo doveva sopperire alle necessità direzionali dell’intera città in crescita229.

In linea con quelle che erano le tendenze restaurative relative ai singoli monumenti anche il

recupero dei centri storici, o degli ambienti al contorno dei monumenti, fette di città interessate

dalle distruzioni belliche, si prospettava sempre più spesso come una ricostruzione “dove era come

era” o come un’occasione per recuperare l’intervento di liberazione e diradamento, e

contemporaneamente avanzava velocemente l’interrogativo riguardo il trattamento dell’ambiente

monumentale o piuttosto riguardo il concetto di monumento-ambiente. Il dibattito spesso prendeva

le mosse prorpio dalla riflessione sulla ricostruzione o meno di un monumento andato perduto o

gravemente danneggiato dai bombardamenti, o sugli interventi massicci nelle più importanti città

d’arte italiane, affrontando da qui i temi della conservazione, del restauro, della ricostruzione, se

necessaria, fino all’inserimento di nuova architettura nel palinsesto antico230. Alcune riflessioni

proponevano il recupero della pratica ruskiniana, frequente in Inghilterra231, di lasciare a rudere ciò

che era stato danneggiato, sia che si trattasse del singolo monumento che di interi quartieri,

considerando l’azione di ricostruzione una pratica dovuta ad una reazione emotiva dell’uomo di

fronte alla perdita di un elemento che aveva rappresentato un valore e che ora si tentava di ritrovare

anche ricostruendolo totalmente in un rifiuto di soluzioni di continuità tra passato, ormai perduto, e

presente, il che aggancia in qualche modo anche quell’istanza psicologica che in questi stessi anni

andava sviluppandosi in Italia grazie a Roberto Pane232, il quale riflette sulle condizioni di una città

distrutta completamente dai bombardamenti dei tedeschi e sulla sua comunità e giustifica con

questa gli interventi di ricostruzione massiccia attuati a Varsavia233.

 

«Che la crescita edilizia nell’immediato dopoguerra sia strettamente connessa alle scelte di politica economica e

sociale adottate dai governi guidati da Alcide De Gasperi è dimostrato anche dalla legge del febbraio 1949, fortemente

voluta dal ministro del Lavoro Amintore Fanfani, e fin dal suo titolo: Provvedimenti per incrementare l’occupazione

operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori. E’ il piano Ina-Casa, che in quattordici anni realizza quasi

due milioni di vani, pari a 355 mila alloggi. (…) Ma è anche, l’Ina-Casa, la testa di ponte perché le città prendano

direzioni di sviluppo ardentemente auspicate da settori della produzione fondiaria» (F. Erbani, Antonio Cederna e

l’Italia sventrata, prefazione in F. Erbani (a cura di), Antonio Cederna. I vandali in casa, Laterza, Roma 2007, pp.

 

XXIV-XXV).

 
 
 
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