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« I FRATTALI TRA ESTETICA ...I FRATTALI TRA ESTETICA ... »

L’APPROCCIO ALLA CONSERVAZIONE DEL CENTRO STORICO: CONSIDERAZIONI SUI CASI IRPINI

Post n°4754 pubblicato il 25 Ottobre 2025 da antonioi0

sempre nell’ambito di centri storici nei quali si è intervenuto attraverso un abaco tipologico, il caso

di sant’andrea di conza rappresenta, dal punto di vista dell’intervento urbanistico-edilizio un caso

“misurato”. il piano, nel 1982, fu affidato all’ing. cristiano che agì in collaborazione stretta con i

tecnici comunali, approntando, in primo luogo, un rilievo metrico e fotografico estremamente

dettagliato di tutto l’abitato. non vi erano stati grossi crolli ma la maggior parte degli edifici venne

dichiarata inagibile. l’intervento deciso fu impostato sull’attenzione al centro storico di

sant’andrea come un unicum stratificato, in cui l’impianto medievale era però ancora

estremamente chiaro e leggibile, nonostante gli interventi realizzati nel tempo sui singoli lotti

edificati. un incastellamento che partiva proprio dal complesso del fortilizio in cima al paese e si distribuiva poi sul fianco della collina verso valle. oggi sant’andrea ha mantenuto tutto l’assetto

viario medievale e lì dove si è potuto recuperare il costruito lo si è fatto con interventi misurati,

seppur a volte limitati alle tecniche in uso all’epoca, mentre dove era necessario abbattere si è

lasciato a verde. sono stati restaurati, ugualmente, i monumenti come il castello e le chiese e solo

nella parte più bassa e già di espansione sono stati realizzati interventi più spinti di architettura

moderna. ma come gli altri paesi del cratere soffre il medesimo abbandono e la ripresa economica

prospettata non si è realizzata.

una riflessione particolare richiedono gli ultimi tre “paradigmi”.

la storia post-sisimica di lioni segue un iter che è l’esatto opposto dei precedenti. subito dopo il

terremoto, a parte le ulteriori perdite fisiche dovute all’azione delle ruspe che cancellarono spesso le

uniche emergenze esistenti nel centro storico, non vi fu una assembleare volontà da parte degli

abitanti a recuperare il paese, piuttosto una confusione amministrativo-politica che impedì

materialmente l’affidamento dell’incarico per la stesura del piano e la definizione delle modalità di

intervento. in un primo momento l’intenzione era quella di siciliana memoria prospettante la

demolizione di un’ingente quantità di edifici e un ridisegno totale e avveniristico dell’abitato, sulla

quale il consiglio comunale stesso “cadde”. dopo un paio di anni, solo nel 1983 e con una maggiore

stabilità governativa l’incarico per il p.d.r. venne affidato e dalla relazione si evinse subito quale

sarebbe stato il futuro di lioni. pur riprendendo i dettami, questa volta pedissequamente, della legge

219/81, riguardo la tipologia di interventi prevista per il piano di recupero, si afferma la sporadicità

di testimonianze di interesse storico-ambientale o architettonico, dovute alla continua ricostruzione

di lioni su se stessa, dopo i numerosi eventi sismici subiti. mentre il paese limitrofo trovava nella

stratificazione, dovuta anche alle ricostruzioni in sito, un valore ambientale, lioni attraverso la

stessa lettura del centro storico ne decretava la completa ricostruzione, o meglio, attraverso lo

strumento del piano di recupero mascherava una completa ricostruzione e sostituzione del costruito

esistente, senza alcun tentativo di recupero. l’uso del piano di recupero può essere stato

giustificato dai finanziamenti, ma più che di un piano di recupero si trattò di un vero e proprio piano

di ricostruzione. inizialmente partito dagli interventi dettati dalla legge passò, attraverso numerose

varianti, da quella che venne chiamata “diradazione edilizia” indispensabile ad un recupero

igienico, di ottocentesca memoria, ad una graduale sostituzione edilizia, dove fece fatica a

permanere anche l’antico tracciato viario fatto di viuzze e scalinate, allargate e spianate per “motivi

di sicurezza” e per gli standard abitativi che prevedevano il quantum necessario di parcheggi al di

sotto o nelle vicinanze di tutti i nuovi edifici, adibiti ad abitazioni o al commercio. le tipologie

edilizie, come si vede anche dal rilievo fotografico, furono ibridi tra la tradizionale e la nuova

architettura ed infine quasi nulla venne recuperato. anche il tentativo di rifunzionalizzazione, tradottosi solo in un sostanziale modello edilizio composto ai piani terra da porticati e vani adibiti al

commercio e che spesso contrastava la conservazione, portò la tradizionale vocazione commerciale,

che lioni aveva acquisito nei secoli, poiché nata e sviluppatasi limitrofa alle strade di passaggio e

alla ferrovia, a dissiparsi ed oggi, come altri comuni, vive un momento di semiabbandono e di

sopravvivenza. come lioni, anche san mango, fra i paesi devastati subì, in irpinia la stessa sorte di

totale ricostruzione.

e infine i due casi, quello di teora e quello di conza della campania, che per altre ragioni ancora si

discostano dai precedenti quattro casi, poiché non si tratta, per loro, dell’utilizzo canonico del piano

di recupero, bensì di un’interpretazione dello stesso. nel caso di conza abbiamo una

delocalizzazione dell’intero abitato e su conza vecchia un progetto di recupero non a fini abitativi,

teora invece opera attraverso il piano di recupero un progetto si accostamento del nuovo all’antico

in maniera del tutto differente rispetto ai precedenti piani. in questo ultimo caso, pur trattandosi

dello stesso tipo di aggregato, formatosi in periodo medievale e sviluppato stratificandosi fino al

terremoto dell’80 sul versante di una collina, ci troviamo di fronte ad un centro con un danno del

quasi 90% del costruito aggravato dal devastante uso delle ruspe che lasciò del paese ante-sisma

solo la traccia planimetrica e pochi edifici interi. di fronte a questo i progettisti giorgio grassi e

agostino renna, con un progetto approvato nel 1983, intervennero immaginando di realizzare

sull’impianto esistente una città che fosse un insieme armonico tra antico e nuovo. a rendere

singolare tale piano è anche l’analisi che lo precede: i progettisti riprendono i dibattiti svoltisi subito

dopo il terremoto e i documenti dei convegni realizzando una relazione programmatica che fa

rientrare il piano di recupero nel più ampio progetto di programmazione territoriale che relaziona, o

avrebbe dovuto relazionare, la teora recuperata al resto dell’irpinia, al fine di consentire la

realizzazione anche di quell’opportunità di rinascita economica auspicata e consentita dalla legge. è

forse proprio in riferimento a questa opportunità e alla constatazione degli enormi danni al

patrimonio edilizio antico che i progettisti, verificando una vocazione marcatamente turistica del

luogo ancora in possesso dei valori ambientali provano con il piano di recupero a inserire nuovi

valori architettonici.

sovrapponendo la mappa di microzonazione sismica a quella del rilievo effettuato dei “resti” di

teora, realizzano un piano che vede una compartimentazione concentrica del paese, in cui la parte

sommitale, quella più antica ma maggiormente sismica, è dedicata ad un progetto di ridisegno

totale, in cui castello e chiesa madre, fuochi dell’antica città e asse assieme a quello ad esso

perpendicolare dell’intero disegno urbano, vengono mantenuti con l’inserimento però di architettura

nuova con funzione pubblica. l’intento era di ridare agli abitanti la propria città, ricostruendone il

cuore e facendoli riappropriare di questo. la zona circoscritta a questa, invece, quella prettamente residenziale, gravemente danneggiata ma nella quale si leggeva ancora la traccia dell’antica

architettura, la sua intima connessione al terreno e alla curve di livello, con i piani interrati, le strette

vie e le scalinate di collegamento, sarebbe stata interessata da un progetto di ricostruzione dove era,

come era, coadiuvata in questo da un’ampia documentazione fotografica, grafica e catastale. la

corona più esterna, infine, caratterizzata da edilizia di espansione, sarebbe stata interessata da

interventi di ripristino degli edifici esistente, con un ampia fascia di verde attrezzato. il progetto

venne portato a termine, anche se nella fase di realizzazione non fu più presente l’arch. grassi come

direttore dei lavori. ad oggi, il progetto è completato. la parte sommitale del paese, come descritto

nel capitolo precedente, è una sorta di grande piazza pubblica, divisa in ambiti, con i due fulcri della

nuova chiesa madre e del “castello”, ricostruiti in chiave moderna, con il centro polifunzionale

“castello” ancora inutilizzato. se l’intenzione dei due architetti era quella della riappropriazione del

centro da parte degli abitanti, purtroppo, è malriuscita. fare i conti con il disegno della città e

riproporre una teoria che contenesse i principi antichi non è bastato: il razionalismo architettonico

delle nuove costruzioni, il materiale freddo del cemento, la sproporzione delle dimensioni che crea

ampie piazze e abnormi edifici, in un paese invece spazzato dai venti, dove le case addossate le une

alle altre, i vicoli stretti, nella storia, erano funzionali anche al clima, ha reso la nuova teora un

nucleo semi deserto e poco vissuto. dal punto di vista sociale, teora subisce la stessa sorte delle

consorelle limitrofe, un abbandono in crescendo e un’economia non ripresa, in contrasto con quelli

che erano i principi a base della relazione programmatica dei piani attuativi del 1983. non si è

compiuta quella pianificazione di insieme prospettata da grassi, che comunque richiedeva un

impegno di tutti gli elementi del sistema riaggregati insieme da un unico piano urbanistico

comprensoriale che ne desse una visione più ampia futura.

quindi conza della campania. come teora esso si discosta dagli altri, in questo caso perché unico

centro ad essere delocalizzato. qui il piano di recupero fu utilizzato per dare nuova funzione al

centro distrutto dal sisma. nonostante la distruzione diffusa, dovuta alla vulnerabilità di un edificato

non manutenuto, in cui il crollo di parte delle costruzioni provocò una reazione a catena rispetto al

resto della struttura addossata alla collina, nello sgombero delle macerie, resti della compsa romana

vennero alla luce, rendendo, forse l’abbandono del centro meno traumatico, proprio nella

prospettiva di recuperare i resti dell’antica civiltà compsana e sperando di far rientrare il parco

archeologico in un circuito turistico anche redditizio. la decisione di ricostruire il centro in una

zona sismicamente più sicura avvenne all’indomani del sisma in un’assemblea nella quale i cittadini

all’unanimità scelsero di ricostruire la loro città altrove ma al contempo di recuperare la memoria

storica dell’antico centro. il piano, a firma del prof. corrado beguinot, prevedeva la costruzione di

una nuova città nella piana sottostante la collina che ospitava l’antica conza e di fare di quest’ultima un parco archeologico legato alla nuova città da un asse attrezzato. nella costruzione

della nuova città si adottarono tutte le recenti concezione urbanistiche e le tecniche costruttive

antisismiche. la vecchia città avrebbe ospitato il parco archeologico che metteva in luce l’intera

storia della città dall’antica compsa romana fino alla conza anni ottanta. gli edifici di servizio

sarebbero stati ricavati dal recupero di alcuni di quelli esistenti e dalla costruzione di nuovi lungo

l’asse attrezzato ovvero la strada che connette ancora oggi compsa con conza nuova. in un primo

momento, dopo un iniziale sopralluogo, non tutta la popolazione sarebbe stata costretta ad

abbandonare il nucleo antico: alcuni edifici residenziali potevano essere recuperati, costituendo

quasi un “nucleo doppio” tra colle e valle, cosa che probabilmente avrebbe incentivato la relazione

urbana. ma, la prospettiva di una nuova abitazione fornita di tutti i servizi moderni di una nuova

città risultò la scelta migliore per tutti i cittadini i quali lasciarono, dunque, le loro proprietà al

comune. il centro antico venne così definitivamente abbandonato e per esso fu indubbiamente più

difficile essere recuperato, da una parte perché, oramai vincolato dalla soprintendenza come bene

archeologico, rientrò in tutte quelle complesse pratiche burocratiche che ne ampliarono i tempi,

dall’altro perché prioritaria divenne la ricostruzione della città e della comunità. oggi il parco

archeologico è attivo, non tutto è stato messo in sicurezza per cui è visitabile solo una parte e sono

stati recuperati alcuni edifici, di cui uno adibito a museo. l’antica cattedrale è stata recuperata

come “museo a cielo aperto” di se stessa e dei resti romani ritrovati al di sotto del piano di calpestio

della stessa. a parte questo, il parco è un esperimento, forse un po’ confuso, di museo di se stesso,

non valorizzato per ciò che realmente è anche perché non rientra effettivamente nel circuito più


ampio dei beni archeologici campani.

 
 
 
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