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Creato da antonioi0 il 05/02/2009
CULTURA E GIUSTIZIA
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L’APPROCCIO ALLA CONSERVAZIONE DEL CENTRO STORICO: CONSIDERAZIONI SUI CASI IRPINI
Post n°4754 pubblicato il 25 Ottobre 2025 da antonioi0
sempre nell’ambito di centri storici nei quali si è intervenuto attraverso un abaco tipologico, il caso di sant’andrea di conza rappresenta, dal punto di vista dell’intervento urbanistico-edilizio un caso “misurato”. il piano, nel 1982, fu affidato all’ing. cristiano che agì in collaborazione stretta con i tecnici comunali, approntando, in primo luogo, un rilievo metrico e fotografico estremamente dettagliato di tutto l’abitato. non vi erano stati grossi crolli ma la maggior parte degli edifici venne dichiarata inagibile. l’intervento deciso fu impostato sull’attenzione al centro storico di sant’andrea come un unicum stratificato, in cui l’impianto medievale era però ancora estremamente chiaro e leggibile, nonostante gli interventi realizzati nel tempo sui singoli lotti edificati. un incastellamento che partiva proprio dal complesso del fortilizio in cima al paese e si distribuiva poi sul fianco della collina verso valle. oggi sant’andrea ha mantenuto tutto l’assetto viario medievale e lì dove si è potuto recuperare il costruito lo si è fatto con interventi misurati, seppur a volte limitati alle tecniche in uso all’epoca, mentre dove era necessario abbattere si è lasciato a verde. sono stati restaurati, ugualmente, i monumenti come il castello e le chiese e solo nella parte più bassa e già di espansione sono stati realizzati interventi più spinti di architettura moderna. ma come gli altri paesi del cratere soffre il medesimo abbandono e la ripresa economica prospettata non si è realizzata. una riflessione particolare richiedono gli ultimi tre “paradigmi”. la storia post-sisimica di lioni segue un iter che è l’esatto opposto dei precedenti. subito dopo il terremoto, a parte le ulteriori perdite fisiche dovute all’azione delle ruspe che cancellarono spesso le uniche emergenze esistenti nel centro storico, non vi fu una assembleare volontà da parte degli abitanti a recuperare il paese, piuttosto una confusione amministrativo-politica che impedì materialmente l’affidamento dell’incarico per la stesura del piano e la definizione delle modalità di intervento. in un primo momento l’intenzione era quella di siciliana memoria prospettante la demolizione di un’ingente quantità di edifici e un ridisegno totale e avveniristico dell’abitato, sulla quale il consiglio comunale stesso “cadde”. dopo un paio di anni, solo nel 1983 e con una maggiore stabilità governativa l’incarico per il p.d.r. venne affidato e dalla relazione si evinse subito quale sarebbe stato il futuro di lioni. pur riprendendo i dettami, questa volta pedissequamente, della legge 219/81, riguardo la tipologia di interventi prevista per il piano di recupero, si afferma la sporadicità di testimonianze di interesse storico-ambientale o architettonico, dovute alla continua ricostruzione di lioni su se stessa, dopo i numerosi eventi sismici subiti. mentre il paese limitrofo trovava nella stratificazione, dovuta anche alle ricostruzioni in sito, un valore ambientale, lioni attraverso la stessa lettura del centro storico ne decretava la completa ricostruzione, o meglio, attraverso lo strumento del piano di recupero mascherava una completa ricostruzione e sostituzione del costruito esistente, senza alcun tentativo di recupero. l’uso del piano di recupero può essere stato giustificato dai finanziamenti, ma più che di un piano di recupero si trattò di un vero e proprio piano di ricostruzione. inizialmente partito dagli interventi dettati dalla legge passò, attraverso numerose varianti, da quella che venne chiamata “diradazione edilizia” indispensabile ad un recupero igienico, di ottocentesca memoria, ad una graduale sostituzione edilizia, dove fece fatica a permanere anche l’antico tracciato viario fatto di viuzze e scalinate, allargate e spianate per “motivi di sicurezza” e per gli standard abitativi che prevedevano il quantum necessario di parcheggi al di sotto o nelle vicinanze di tutti i nuovi edifici, adibiti ad abitazioni o al commercio. le tipologie edilizie, come si vede anche dal rilievo fotografico, furono ibridi tra la tradizionale e la nuova architettura ed infine quasi nulla venne recuperato. anche il tentativo di rifunzionalizzazione, tradottosi solo in un sostanziale modello edilizio composto ai piani terra da porticati e vani adibiti al commercio e che spesso contrastava la conservazione, portò la tradizionale vocazione commerciale, che lioni aveva acquisito nei secoli, poiché nata e sviluppatasi limitrofa alle strade di passaggio e alla ferrovia, a dissiparsi ed oggi, come altri comuni, vive un momento di semiabbandono e di sopravvivenza. come lioni, anche san mango, fra i paesi devastati subì, in irpinia la stessa sorte di totale ricostruzione. e infine i due casi, quello di teora e quello di conza della campania, che per altre ragioni ancora si discostano dai precedenti quattro casi, poiché non si tratta, per loro, dell’utilizzo canonico del piano di recupero, bensì di un’interpretazione dello stesso. nel caso di conza abbiamo una delocalizzazione dell’intero abitato e su conza vecchia un progetto di recupero non a fini abitativi, teora invece opera attraverso il piano di recupero un progetto si accostamento del nuovo all’antico in maniera del tutto differente rispetto ai precedenti piani. in questo ultimo caso, pur trattandosi dello stesso tipo di aggregato, formatosi in periodo medievale e sviluppato stratificandosi fino al terremoto dell’80 sul versante di una collina, ci troviamo di fronte ad un centro con un danno del quasi 90% del costruito aggravato dal devastante uso delle ruspe che lasciò del paese ante-sisma solo la traccia planimetrica e pochi edifici interi. di fronte a questo i progettisti giorgio grassi e agostino renna, con un progetto approvato nel 1983, intervennero immaginando di realizzare sull’impianto esistente una città che fosse un insieme armonico tra antico e nuovo. a rendere singolare tale piano è anche l’analisi che lo precede: i progettisti riprendono i dibattiti svoltisi subito dopo il terremoto e i documenti dei convegni realizzando una relazione programmatica che fa rientrare il piano di recupero nel più ampio progetto di programmazione territoriale che relaziona, o avrebbe dovuto relazionare, la teora recuperata al resto dell’irpinia, al fine di consentire la realizzazione anche di quell’opportunità di rinascita economica auspicata e consentita dalla legge. è forse proprio in riferimento a questa opportunità e alla constatazione degli enormi danni al patrimonio edilizio antico che i progettisti, verificando una vocazione marcatamente turistica del luogo ancora in possesso dei valori ambientali provano con il piano di recupero a inserire nuovi valori architettonici. sovrapponendo la mappa di microzonazione sismica a quella del rilievo effettuato dei “resti” di teora, realizzano un piano che vede una compartimentazione concentrica del paese, in cui la parte sommitale, quella più antica ma maggiormente sismica, è dedicata ad un progetto di ridisegno totale, in cui castello e chiesa madre, fuochi dell’antica città e asse assieme a quello ad esso perpendicolare dell’intero disegno urbano, vengono mantenuti con l’inserimento però di architettura nuova con funzione pubblica. l’intento era di ridare agli abitanti la propria città, ricostruendone il cuore e facendoli riappropriare di questo. la zona circoscritta a questa, invece, quella prettamente residenziale, gravemente danneggiata ma nella quale si leggeva ancora la traccia dell’antica architettura, la sua intima connessione al terreno e alla curve di livello, con i piani interrati, le strette vie e le scalinate di collegamento, sarebbe stata interessata da un progetto di ricostruzione dove era, come era, coadiuvata in questo da un’ampia documentazione fotografica, grafica e catastale. la corona più esterna, infine, caratterizzata da edilizia di espansione, sarebbe stata interessata da interventi di ripristino degli edifici esistente, con un ampia fascia di verde attrezzato. il progetto venne portato a termine, anche se nella fase di realizzazione non fu più presente l’arch. grassi come direttore dei lavori. ad oggi, il progetto è completato. la parte sommitale del paese, come descritto nel capitolo precedente, è una sorta di grande piazza pubblica, divisa in ambiti, con i due fulcri della nuova chiesa madre e del “castello”, ricostruiti in chiave moderna, con il centro polifunzionale “castello” ancora inutilizzato. se l’intenzione dei due architetti era quella della riappropriazione del centro da parte degli abitanti, purtroppo, è malriuscita. fare i conti con il disegno della città e riproporre una teoria che contenesse i principi antichi non è bastato: il razionalismo architettonico delle nuove costruzioni, il materiale freddo del cemento, la sproporzione delle dimensioni che crea ampie piazze e abnormi edifici, in un paese invece spazzato dai venti, dove le case addossate le une alle altre, i vicoli stretti, nella storia, erano funzionali anche al clima, ha reso la nuova teora un nucleo semi deserto e poco vissuto. dal punto di vista sociale, teora subisce la stessa sorte delle consorelle limitrofe, un abbandono in crescendo e un’economia non ripresa, in contrasto con quelli che erano i principi a base della relazione programmatica dei piani attuativi del 1983. non si è compiuta quella pianificazione di insieme prospettata da grassi, che comunque richiedeva un impegno di tutti gli elementi del sistema riaggregati insieme da un unico piano urbanistico comprensoriale che ne desse una visione più ampia futura. quindi conza della campania. come teora esso si discosta dagli altri, in questo caso perché unico centro ad essere delocalizzato. qui il piano di recupero fu utilizzato per dare nuova funzione al centro distrutto dal sisma. nonostante la distruzione diffusa, dovuta alla vulnerabilità di un edificato non manutenuto, in cui il crollo di parte delle costruzioni provocò una reazione a catena rispetto al resto della struttura addossata alla collina, nello sgombero delle macerie, resti della compsa romana vennero alla luce, rendendo, forse l’abbandono del centro meno traumatico, proprio nella prospettiva di recuperare i resti dell’antica civiltà compsana e sperando di far rientrare il parco archeologico in un circuito turistico anche redditizio. la decisione di ricostruire il centro in una zona sismicamente più sicura avvenne all’indomani del sisma in un’assemblea nella quale i cittadini all’unanimità scelsero di ricostruire la loro città altrove ma al contempo di recuperare la memoria storica dell’antico centro. il piano, a firma del prof. corrado beguinot, prevedeva la costruzione di una nuova città nella piana sottostante la collina che ospitava l’antica conza e di fare di quest’ultima un parco archeologico legato alla nuova città da un asse attrezzato. nella costruzione della nuova città si adottarono tutte le recenti concezione urbanistiche e le tecniche costruttive antisismiche. la vecchia città avrebbe ospitato il parco archeologico che metteva in luce l’intera storia della città dall’antica compsa romana fino alla conza anni ottanta. gli edifici di servizio sarebbero stati ricavati dal recupero di alcuni di quelli esistenti e dalla costruzione di nuovi lungo l’asse attrezzato ovvero la strada che connette ancora oggi compsa con conza nuova. in un primo momento, dopo un iniziale sopralluogo, non tutta la popolazione sarebbe stata costretta ad abbandonare il nucleo antico: alcuni edifici residenziali potevano essere recuperati, costituendo quasi un “nucleo doppio” tra colle e valle, cosa che probabilmente avrebbe incentivato la relazione urbana. ma, la prospettiva di una nuova abitazione fornita di tutti i servizi moderni di una nuova città risultò la scelta migliore per tutti i cittadini i quali lasciarono, dunque, le loro proprietà al comune. il centro antico venne così definitivamente abbandonato e per esso fu indubbiamente più difficile essere recuperato, da una parte perché, oramai vincolato dalla soprintendenza come bene archeologico, rientrò in tutte quelle complesse pratiche burocratiche che ne ampliarono i tempi, dall’altro perché prioritaria divenne la ricostruzione della città e della comunità. oggi il parco archeologico è attivo, non tutto è stato messo in sicurezza per cui è visitabile solo una parte e sono stati recuperati alcuni edifici, di cui uno adibito a museo. l’antica cattedrale è stata recuperata come “museo a cielo aperto” di se stessa e dei resti romani ritrovati al di sotto del piano di calpestio della stessa. a parte questo, il parco è un esperimento, forse un po’ confuso, di museo di se stesso, non valorizzato per ciò che realmente è anche perché non rientra effettivamente nel circuito più ampio dei beni archeologici campani. |

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