
«Redleigh», chiamò con voce eccitata il capitano, «fate il punto per i nuovi arrivati.»
«Sissignore. Una meteora di classe Behemoth corre a 7.5 nodi solari, su una rotta parallela alla nostra e in direzione opposta, ad una distanza pari a 12.2 leghe astronomiche. Non c’è nessun pericolo, signore.»
«Dodici leghe astronomiche… Può mangiarsi questa distanza in un sol boccone! Non fatevi ingannare, uomini: non è una classe Behemoth, ma un nugolo di piccole meteore esploratrici venute a cercarci. Stanno in gruppo, compatte, pronte a sguinzagliarsi e circondare la preda. Sono veloci e astute, dovremo stare attenti.»
Qualcuno di noi mormorò un assenso all’avvertimento del capitano, pur non avendo ancora compreso bene di che cosa stesse parlando.
«Fra qualche minuto», attaccò il capitano, «entreremo nella fionda gravitazionale del sole: sfrutteremo la sua massa per lanciarci in un’ardita parabola di folle velocità verso il Velo, e poi più in là, verso la nebulosa Testa di Cavallo.»
A quella esposizione facemmo tutti cenno di sì con la testa.
Achab prese a passeggiare avanti e indietro: «Tutta l’energia della nave sarà consumata dai propulsori, che ci dovranno garantire una velocità sufficiente per non farci precipitare nel sole. Se quelle piccole infingarde decidessero di attaccarci, noi non avremmo energia per alzare scudi difensivi sul fianco esposto.»
Redleigh stralunò gli occhi e prese la parola: «Signore, si tratta di una meteora… Di un nugolo di meteore, d’accordo. Non possono cambiar rotta per attaccarci.»
«Rotta!», sbottò Achab, mettendosi a ridere. «Come può il caos essere pianificato, progettato, previsto, messo su una rotta?»
Small si infilò delicatamente nei miei pensieri: «I suoi occhi non vedono, ma il suo cuore sente. Facciamo attenzione, Ismaele, perché il nostro capitano è un impavido ed è sicuro di quel che dice: capiremo se il pazzo è davvero lui oppure tutti noi, che non gli daremo ascolto.»
«Certo che sì!», sbottò Achab, che anche questa volta aveva percepito i pensieri di Small. «E vi prenderete la responsabilità per ciò che deciderete, perché in questo stesso momento rimetto a voi il comando e la scelta da compiere.»
«Signore, sono certo che non dovreste cedere il comando, né dubitare della fiducia dell’equipaggio…», cercò di addolcirlo Redleigh.
«Ahr!», esclamò il capitano, tra l’irato e il sorpreso. «Primo ufficiale Redleigh, assumerete il comando insieme agli altri graduati qui presenti», e ci indicò, ancora tutti uniti e fermi in un angolo. «Sarete responsabili di voi stessi, della nave e del vostro capitano.»
Redleigh, sconsolato nel dover prendere atto della situazione, si rivolse a noi, con uno sguardo speranzoso e supplicante comprensione. Avanzammo, quasi a far cerchio intorno al primo ufficiale, per prendere il nostro primo comando fra le stelle: fummo tutti d’accordo nel proseguire la manovra della fionda gravitazionale, certi di non correre pericolo alcuno.
Il capitano continuò a passeggiare su e giù per il ponte di comando, bofonchiando a voce troppo bassa perché lo si potesse comprendere; Redleigh stava al centro, con i piedi piantati a terra, le mani dietro la schiena, in attesa del delicato ingresso nel campo di attrazione gravitazionale solare. Il resto di noi si appropinquò ciascuno al monitor e alla consolle di comando di competenza, con un occhio puntato alla meteora e uno al capitano.
Passarono diversi minuti. Avvertimmo un lieve senso di nausea, come se avessimo attraversato un gorgo gravitazionale.
L’allarme di prossimità del fianco di babordo si accese, ululando per la comparsa improvvisa di un oggetto sconosciuto a qualche centinaio di metri da noi.
«Aaahrg!» L’imprecazione del capitano fu l’ultima cosa che sentimmo prima di finire gambe all’aria, scaraventati per il ponte di comando, in seguito ad un tremendo impatto sullo scafo del Cetus 9.