
«Allarme rosso! Allarme rosso! Tutti ai posti di combattimento!»
L’interfono ripeteva ininterrottamente il richiamo. Ci infilammo nei condotti di servizio e, come posta pneumatica, piombammo negli hangar, dove le navi cavalcacoda attendevano di entrare in azione. Sei navi stazionavano nella stiva del Cetus 9, e ognuna conteneva a sua volta sei gozzi spaziali.
La voce di Achab risuonava ovunque, incitandoci ad agire, a lottare. La nave, sospinta dal vento solare, rollava e beccheggiava violentemente, si innalzava e si inabissava, come se stesse davvero percorrendo onde ciclopiche di una tempesta marina. Le quattro navi (due sarebbero rimaste di scorta) scivolarono fuori dalla stiva non senza difficoltà.
Io e Small ci ritrovammo alla consolle di comando e, mentre la nostra cavalcacoda virava per intercettare gli sciami di meteore, orientammo i radar di puntamento tattico.
Il nero dello spazio era acceso dal luccichio ambarico delle vele, e striato dal bianco spettrale delle comete: queste puntavano alle gabbie del vascello, si frammentavano in prossimità del bersaglio in molteplici aghi che squarciavano e straziavano le vele. Erano veloci e astute, proprio come aveva detto il capitano Achab. E piccole, tanto che le nostre navi non riuscivano a seguirne le spericolate traiettorie: le meteore sparivano per un istante, salvo ricomparire subito dopo su una diversa rotta.
Guardai con sgomento sul monitor quel pulsare di luci e la frenesia caotica delle spie impazzite.
«Oh, Ismaele», si lamentò Small al mio fianco, «è tutto sbagliato. Io le sento piangere, avverto la loro paura, la loro rabbia nei nostri confronti. Siamo stati noi con le nostre navi, con la nostra arroganza a spezzare l’equilibrio, a profanare la cattedrale del cosmo.»
La nave sussultò e fummo avvolti da un rombo assordante quando diverse esplosioni colpirono lo scafo.
«Uomini!» esplose con rabbia il capitano dall’interfono. «Giù dalle brande e armate i gozzi! Scaricate gli stabilizzatori di prua, aumentate al massimo la spinta a poppa: avrete mezzi ingovernabili ma veloci per stare dietro a quelle schegge ubriache.»
L’emozione che avevo provato a terra nel sapere che avrei pilotato un gozzo spaziale durante la missione, si trasformò improvvisamente in terrore. Mi feci coraggio e onorai la promessa fatta. Sentendomi la testa girare mi infilai nella cabina di pilotaggio e, dopo il controllo alla strumentazione, azionai il comando di sgancio: dietro di me, nel comparto truppe, il resto degli esploratori si teneva pronto all’azione, i pulso-arpioni erano carichi e le reti cinetiche mandavano scintille di energia.
Mi chiesi se fossero tutti emozionati come me. Effettuai le modifiche suggerite da Achab al controllo di spinta del gozzo, e realizzai che contavano tutti sulle mie doti di pilota per portare a termine la missione e tornare sani e salvi sul Cetus 9.
Il gozzo schizzò in avanti, e rischiai di perderne il controllo un paio di volte: era dannatamente leggero e instabile, ma filava dietro alle code lucenti senza perdere terreno.
Arpionammo a destra e a manca, schivammo per un pelo uno scafo amico, esclamammo costernati alla vista di un gozzo centrato in pieno da una cometa, aperto in due e scagliato lontano, con tutti i suoi astronauti, sassolini che ruzzolarono nel vuoto.
Il Cetus 9 continuava ad avanzare faticosamente, circondato da un nugolo di piccole luci e astronavi. Le vele erano stracciate in più punti, le cavalcacoda venivano percosse da raffiche di proiettili e i piccoli gozzi fischiavano con i motori in sovraccarico, tessendo una fitta trama di scie sulla tela del cosmo.