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MARIA ALBERTA FAGGIOLI SALETTI

Post n°126 pubblicato il 14 Dicembre 2007 da marialberta2004
 
Foto di marialberta2004

  L’aneddoto gotico per lo scheletro "vanitoso" del Castel dell’Aquila

click sull'immagine-foto di G. Saletti

Lo scheletro in resina del cavaliere trecentesco sta nell’antica tomba come se fosse vestito a festa. Un protagonista. Neppure ridotto all’osso questo uomo rinuncia alla vanità di una mandibola peculiare, di un’orbita oculare inconfondibile. Nel cortile interno di Castel dell’Aquila, ci si sente ospiti di uno scheletro vanitoso che esige di conservare un certo suo terribile decoro. “La verità è che l’orrore suscitato dallo scheletro non ha alcuna attinenza con lo spauracchio della morte”, scrive Chesterton, in una sua memorabile Difesa degli scheletri, e aggiunge: “è per l’uomo un vanto piuttosto singolare non avere, genericamente parlando, nulla da eccepire al fatto di essere morto, ma obiettare in maniera recisa per il fatto di avere un’aria indecorosa”.[1]

Il visitatore sente che ci sono solo due modi per resistere all’oscuro potere magnetico dello scheletro, che sfugge a ogni ragionamento: la dissolvenza nel sogno, o l’emozione che sa ancora suscitare il ricordo dell’antico, aneddoto gotico sul cavaliere.

Se il visitatore opta per l'aneddoto, eccolo! Una fanciulla che non riesce a prender sonno, ha fatto ricorso al solito espediente di contare le pecore, ed è già arrivata a più di duecento, quando un cavaliere irrompe nella sua stanza. Presa fra le braccia la ragazza, il cavaliere scende lungo una scala di seta, salta a cavallo e, stringendo la bella al petto, s’allontana al galoppo. Giunti a una cascina di caccia, il rapitore adagia sul letto la fanciulla e incomincia a coprirla di baci, a scioglierle i capelli, a sfilarle la lunga camicia da notte... Lei si dibatte e protesta. Allora il cavaliere fa tre passi indietro, s’inchina fino a sfiorare il pavimento con i lunghi capelli, e dice: “come vuole madonna, il sogno è suo”.[2]



[1] G. K. Chesterton, Difesa degli scheletri, in Il bello del brutto, Palermo 1985, p.35.

[2] R. Barbolini, S. Tomasi, Uno spavento di piccole immagini (Sequenze dell’incubo gotico),  pp. 75-86, in “Paragone”, a. XXXVIII, n. 5, 452, Firenze 1987, p. 85.

 
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