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Laura Saletti da spigolature.net

Post n°172 pubblicato il 01 Marzo 2009 da marialberta2004
 
Foto di marialberta2004

ISAAC B. SINGER, Il Golem, Ed. Salani, Gli Istrici, Firenze 1990.

Il mito del Golem nasce in epoca medievale, nei circoli della mistica tedesca ebraica, la quale era una via verso una dimensione conoscitiva più ampia, riservata a pochi. Il mistico si trovava in una condizione di superiorità, possessore di una potenza ai più sconosciuta. Tale potenza doveva essere, tuttavia, un attributo che, se raggiunto, non era stato cercato, poiché il mistico non ambiva alla potenza materiale, bensì a ripercorrere idealmente la strada della creazione mediante la parola.

Nella Bibbia il termine golem indica “la massa ancora priva di forma” (Salmo 139, versetto 16) e gli Ebrei l’accomunano ad Adamo prima che gli fosse infusa l’anima. Dopo molti secoli e molte elaborazioni dottrinali, il significato più comune di golem è quello di un gigante di argilla creato artificialmente per mezzo di atti straordinari. Alla base sta l’idea della creazione dell’uomo dalla terra. Tale creatura, essendo priva di anima, è incapace di pensare e di provare emozioni.

Nel simpatico racconto di Singer, però, il golem Joseph sembra venire conquistato dall’amore e, in qualche modo, si umanizza.

Il motivo della massa informe che acquista vita si è prestato a varie interpretazioni simboliche, giungendo a significare anche la sofferenza del popolo ebraico in attesa di redenzione. In effetti quella di Singer è una narrativa intessuta di dinamiche storiche e sociali, e anche quando, come in questo caso, essa dà parola ad un personaggio mitico, lo fa collocandolo in un preciso contesto di comunità di Ebrei oppressi. 

La storia è infatti ambientata a Praga, ai tempi dell’imperatore Rodolfo II (Rodolfo II d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero dal 1576 al 1611, nacque a Vienna nel 1552 e morì a Praga nel 1612), il quale era un persecutore di chi non professasse la fede cattolica. In particolare, in quel tempo gli Ebrei, narra Singer, venivano accusati di usare sangue cristiano per impastare il pane azzimo della Pasqua.

Quest’infamante e ingiusta accusa ricade un giorno su Reb Eliezer Polner, banchiere ebreo di buon cuore, che tuttavia rifiuta l’ennesimo prestito al Conte Jan Bratislawski, proprietario terriero schiavo del gioco e del bere e che per questo ha dilapidato il suo patrimonio e causato la morte della moglie, restando solo con la figlioletta Hanka.

Il Conte, assetato di vendetta nei confronti del banchiere e desideroso di intascare anzitempo i soldi dell’eredità di Hanka, fa rapire la bambina e  fa accusare dell’accaduto e arrestare Reb Polner.

Rabbi Leib, guida religiosa della comunità cittadina, prega ogni notte perché l’innocente banchiere non venga giustiziato, così la sua devozione viene premiata, poiché egli riceve la visita di uno strano personaggio, il quale gli rivela come costruire un golem, che servirà ad ottenere giustizia per gli Ebrei oppressi. Questo golem, fatto di argilla, dovrà chiamarsi Joseph e avrà inciso sulla fronte uno dei nomi divini, ovvero la parola Emet, cioè Verità.

Rabbi Leib esegue il lavoro e dà vita al golem, il quale, durante il processo al povero Polner, irrompe nel tribunale portando fra le braccia la piccola Hanka piangente. Il perfido Conte viene così smascherato e la giustizia trionfa.

Ora Joseph andrebbe distrutto, dato che egli è solo un aiuto temporaneo in momenti di eccezionale pericolo (p. 52), tuttavia Genendel, la moglie del rabbino, sicura che sotto una roccia del giardino di casa sia sepolto un leggendario tesoro, convince il marito a usare il golem per rimuovere la roccia. Con questa richiesta, alla quale Joseph risponde in modo negativo, il rabbino perde il controllo del golem, ormai confuso sul suo ruolo e che rifiuta anche di chinarsi per farsi cancellare la prima lettera del nome divino, affinchè Emet diventi Met, cioè morto.

Joseph vive nella comunità e il rabbino cerca di insegnargli le buone maniere, tanto che il gigante di argilla comincia ad avere caratteristiche sempre più umane e a manifestare segni di crescita spirituale, fino alla coscienza di sé e alla sofferenza per la propria condizione di inumana solitudine.

Joseph ha un debole per Miriam, un’orfana che Genendel ha accolto in casa, così la ragazza viene convinta dal rabbino a far ubriacare il golem con il vino, che tanto gli piace, così da farlo dormire e potergli cancellare il nome sacro dalla fronte, per farlo morire.

Miriam si presta all’inganno, ma è accecata dalle lacrime, perché Joseph, con le sue attenzioni, le ha toccato il cuore. Anche Rabbi Leib è dispiaciuto per la perdita, tanto che, nonostante il golem non fosse umano, recita per lui il Kaddish, la preghiera dei morti.

Poco dopo la scomparsa del golem, si perdono le tracce di Miriam e fioriscono le leggende: alcuni dicono di averla vista andare verso il fiume, altri invece pensano che il golem l’abbia portata dove s’incontrano gli spiriti amanti. Chi può saperlo? Forse l’amore ha più potere di un Nome Sacro. L’amore, una volta inciso nel cuore, non può più essere cancellato. Vive per sempre. (p. 83).

 
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