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Post N° 38

Post n°38 pubblicato il 26 Giugno 2008 da massimoguevara
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La Cittadella dell'UtopiaNelle atmosfere sospese della Colonia marina Fara a Chiavari, il senso metafisico della modernità

di Riccardo Forte - 27 dicembre 2003

Nella storia e nella cultura professionale italiana del moderno, le Colonie climatiche di villeggiatura dell'Opera Nazionale Balilla rappresentano un véritable cas d'espèce. Formidabile cassa di risonanza del dispositivo propagandistico di regime, queste vere e proprie "cittadelle della gioventù" erette nel breve volgere di un decennio a beneficio dei "figli del popolo" furono la trasposizione simbolica di un rivoluzionario ordine di valori, secondo un indirizzo formativo di massa che contemplava i suoi dogmi e i suoi rituali (il mito del salutismo, la mistica della forma fisica).

Temporanea esperienza di aggregazione sociale, il modello etico della Colonia fornì allo stesso tempo alla generazione dei giovani architetti avanguardisti un'opportunità irripetibile di sperimentazione progettuale, occasione di confronto in una sorta di verifica sul campo di quell'ideologia del progresso e dell'estetica che incarnò in misura esemplare le istanze pedagogiche e le utopie riformatrici dell'architettura moderna.

Un monumento futurista

«Nella luce improvvisa, appena fuori dalla galleria che precede Chiavari, si alza la torre della Colonia Marina, listata orizzontalmente da finestrate rosse. Dentro questa meravigliosa cornice naturale, ecco dunque una delle più fortunate realizzazioni della Federazione dei Fasci di Combattimento di Genova...» (Rassegna di Architettura, agosto-settembre 1936).

Il 28 ottobre 1935, a poco più di quattro mesi dall'inizio dei lavori, viene portata a termine la Colonia marina, detta Fara, sull'arenile di Chiavari. La nuova costruzione, commissionata dalla Federazione provinciale genovese del P.N.F. per ospitare nei mesi estivi «i bambini delle valli appenniniche bisognosi di cure marine», si inserisce a pieno titolo nella politica sociale di educazione e assistenza all'infanzia tenacemente sostenuta in quegli anni dal Fascismo.

Artefice dell'opera è l'ingegnere Camillo Nardi Greco, che aveva esordito professionalmente alla fine degli anni Venti nel capoluogo ligure con alcuni lavori attestati su un linguaggio Déco-novecentista. Agli inizi degli anni Trenta la "svolta" in chiave razionalista, con la costruzione, nel 1933, della Colonia di Savignone-Renesso. È la prima di una serie di opere realizzate nel comprensorio provinciale genovese (Colonie di Rovegno, 1934, Chiavari, 1935, e Savignone-Montemaggio, del 1937) che lo consacreranno agli onori della critica per la risonanza nazionale che ottengono nella propaganda di regime.

Espressione tra le più moderne dell'epoca in Italia sul piano della concezione architettonica, la Colonia marina di Chiavari si mostra sorprendentemente all'avanguardia anche per quello che riguarda l'impianto distributivo e i servizi interni, organizzati con criteri funzionali. L'edificio, che raggiunge i 43 metri di altezza, si compone di due corpi differenziati: uno inferiore, a sviluppo orizzontale disposto parallelamente alla battigia, organizzato su due piani, contenente i servizi e i locali ad uso comune («ricreatorio», sala mensa, palestra); e il corpo superiore, una torre "lamellare" di nove piani, otto dei quali destinati a dormitorio, per una capienza complessiva di 400 bambini (una camerata unica con 50 letti per ogni piano) e l'ultimo, con una terrazza panoramica continua coperta da una pensilina, adibito a infermeria.

Il principio moderno di corrispondenza tra funzione e forma trova puntuale riscontro nell'applicazione dei più elevati standards dimensionali e tecnici. Le ampie superfici vetrate della torre, realizzate con una finestratura a nastro per ogni piano, permettono un'adeguata insolazione e una ventilazione permanente.

Testimonianza paradigmatica del razionalismo italiano, la ex-Colonia Fara a Chiavari è una struttura di eccellenza nel panorama dell'architettura del Movimento Moderno in Europa. Numerosi e di chiara matrice sono i referenti culturali che sottendono alla concezione dell'opera: il fabbricato, che con le sue forme curvilinee e il basamento ad ali laterali simmetriche rimanda all'architettura dell'aeroplano - laica mitologia del dinamismo futurista - pare direttamente ispirarsi ai progetti di Enrico Prampolini e Adalberto Libera per il Padiglione italiano dell'Esposizione Universale di Chicago (1932-33). Nella sagoma arrotondata della «torre svettante», allusivo è il riferimento al simbolismo del paquebot, alla tolda delle navi, alle ciminiere, e più in generale all'avvenirismo visionario dei fari portuali, delle «aerostazioni» e dei «grattacieli meccanici» delle metropoli futuriste immortalati nei progetti (Palazzo delle Scienze, 1930) e nelle aeropitture di Tullio Crali. Scenografia permanente del vagheggiato mito di una città «aviatoria», in linea a quanto era stato fissato nelle proposizioni teoriche del "Manifesto futurista dell'Architettura Aerea" di Filippo Tommaso Marinetti del 1934, e dei modelli urbanistici di punta del Novecento.

Altrettanto immediati appaiono i riferimenti alle avanguardie internazionali del costruttivismo e dell'espressionismo, come i magazzini Schocken di Erich Mendelsohn a Stoccarda e Chemnitz (1926-28), o, più in generale, i corpi a torre che concludono il progetto di sistemazione dell'Alexander-Platz a Berlino (Hans e Wassili Luckhardt e Alfons Anker, 1932); esempi che l'opera divulgativa di Alberto Sartoris aveva contribuito a diffondere in ambito nazionale.

Particolarmente significativa è l'attenzione mostrata dalla pubblicistica dell'epoca. Le principali riviste italiane di architettura danno ampio risalto all'opera di Nardi Greco: nel settembre del 1936, il periodico francese La Technique des Travaux dedica alla Colonia ligure la pagina di copertina. Immediatamente recepibile è la valenza iconica del manufatto, vera e propria architecture parlante dello spirito mediterraneo ed europeo.

La conservazione del moderno: strategie per il recupero

Nell'esperienza architettonica del moderno, il tema delle Colonie è una delle tante pagine rimosse dalla storiografia recente, segno di quella damnatio memoriæ che sembra voler cancellare indistintamente, in una sorta di furore iconoclasta, le tracce più consistenti e significative del patrimonio insediativo nazionale. Ingombranti vestigia di un regime decaduto, questi presìdi costieri che punteggiano in una sorta di "città in linea" i litorali del Tirreno e dell'Adriatico sono abbandonati da tempo a una condizione di sottoutilizzo e degrado.

A questo destino non ha potuto sottrarsi la Colonia marina di Chiavari. Convertita nell'immediato dopoguerra a temporanea struttura di accoglienza per i profughi giuliano-dalmati, nei decenni successivi il complesso viene lasciato nella più completa incuria, preludio alla condizione attuale di inagibilità.

La questione di un recupero funzionale della Colonia prende di fatto avvio solo a partire dalla metà degli anni Novanta, alimentando un forte interesse nell'opinione pubblica e accese controversie in sede amministrativa e istituzionale. Nel 1994 il Comune di Chiavari si fa promotore di uno scellerato piano di riconversione della struttura, con una nuova destinazione a residenza turistica privata che prevede un grande complesso alberghiero con ristorante, discoteca, centro congressi e mini-appartamenti. Il paventato rischio dell'ennesimo scempio architettonico e ambientale ha generato una forte mobilitazione civile: nel 1996 la Soprintendenza ai Beni Architettonici della Liguria, sollecitata da un intervento della sezione Tigullio di Italia Nostra, ha apposto il vincolo di tutela alla Colonia, riconoscendo il valore monumentale di un edificio pubblico di «notevole interesse storico artistico».

Sul piano operativo, la necessità di addivenire in tempi rapidi a un completo recupero del manufatto non può prescindere da una più estesa e avanzata politica di salvaguardia dell'ambiente naturale circostante (la Colonia mantiene una posizione strategica nel territorio del Golfo del Tigullio, in un contesto ambientale tuttora integro e di grande pregio), nella stretta interrelazione di pieni e di vuoti che regola la componente primaria del dettato compositivo di progetto. Un indirizzo di programma immediatamente riferibile a quell'estetica totalizzante di objet isolé dans l'environnement - inquietante e metafisica trasposizione mediterranea delle forme pure dell'architettura in un compiuto episodio urbano - che seppe fissare con pregnanza semantica la ricerca sperimentale del Movimento Moderno.

Riccardo Forte
forte@ragionpolitica.it

 
 
 
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