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TERNI: presentato il calendario storico dell'arma 2015

Post n°71 pubblicato il 03 Dicembre 2014 da umbriaonline2014

pubblichiamo il comunicato stampa del Comando Carabinieri inerente la presentazione del Calendario Storico dell'Arma 2015

Il filo conduttore che lega le tavole del calendario di quest’anno, è costituito dal tema: “Il Carabiniere e la famiglia”. 

Il calendario, attraverso una raccolta di lettere scritte dai Carabinieri ai familiari e di immagini di vita al di fuori del servizio, è dedicato a coloro che condividono in silenzio sacrifici e soddisfazioni dei militari dell’Arma. 

Nella prefazione riportata nella prima tavola del calendario, il Comandante Generale Gallitelli afferma che quella dell’Arma è una grande famiglia. Grande e numerosa. Una famiglia che vede genitori, coniugi, figli, condividere con il loro Carabiniere i sacrifici e le soddisfazioni di una vita certo non facile, ma estremamente bella e pulita, molto spesso vissuta tra le mura della stessa caserma.

“Con questo spirito – continua il Generale Gallitelli - abbiamo voluto leggere la storia dell’Istituzione, andando a scrutare l’aspetto più umano di alcuni Carabinieri. Dai loro manoscritti emerge chiaramente l’amore per la famiglia, cemento della coesione morale della più grande famiglia dell’Arma e alimento costante di quella straordinaria motivazione che ha scritto gloriose pagine di storia.

Quelle madri, quelle mogli e quei figli che hanno ricevuto quelle lettere non hanno solo trepidato per la sorte dei loro cari, ma hanno anche avvertito intimamente l’orgoglio di essere parte viva e pulsante di quella storia.

A quelle famiglie, alle nostre famiglie – conclude il Generale Gallitelli - va il nostro pensiero riconoscente”. 

Sempre nella prima tavola, in contropagina alla prefazione, è riprodotto un particolare dell’opera vincitrice del 1° Premio per la categoria “Pittura” del Concorso Artistico Nazionale indetto in occasione del Bicentenario di fondazione dell’Arma a simboleggiare il tramandarsi delle tradizioni tra le generazioni. 

Nella seconda tavola del calendario si mette in evidenza che il reclutamento dei Carabinieri ha da sempre tenuto conto della provenienza degli arruolandi, in particolare del profilo morale della famiglia di origine. 

La terza tavola è dedicata al racconto della battaglia di Pastrengo fatto dal Capitano Bernardino Morelli di Popolo in una lettera indirizzata alla moglie per comunicarle di essere sopravvissuto.

La battaglia di Pastrengo venne combattuta nel 1848 durante la prima guerra d'indipendenza. In quella circostanza i carabinieri diedero prova di coraggio con la famosa carica fatta da un reparto a cavallo di scorta al Re Carlo Alberto nel momento in cui gli austriaci si erano pericolosamente avvicinati alla postazione occupata dal Sovrano. Gli austriaci vennero respinti e l’episodio contribuì in modo determinante alla vittoria finale nella guerra.

Tra le altre cose che  il Capitano scrive alla moglie vi è anche che, letteralmente, “... la vita di campagna è faticosa ed è ciò che più mi spiace, poiché il pericolo del campo si affronta, ma  il mantenermi tre giorni interi con sola insalata senza aglio e con sola polenta senza sale, senza mai assaggiare pane o carne, è cosa che infastidisce e dimagrisce. È questa la sorte che mi toccò da tre giorni e da tre notti in qua”. 

La quarta tavola è ispirata alla lettera che il Comandante degli Squadroni dei Carabinieri a cavallo che combatterono la battaglia di Pastrengo scrisse alla madre dal fronte della Prima guerra di Indipendenza. In quella lettera, il Maggiore Alessandro Negri di Sanfront – così si chiamava quel Comandante- si rivolge alla madre dandole del lei e dicendole – tra l’altro – con orgoglio: “Il Re è contento dei miei Squadroni”. 

La quinta tavola è dedicata alla gloriosa storia del Capitano Chiaffredo Bergia che debellò numerose bande di briganti nel sud postborbonico e che per questo ricevette un gran numero di Medaglie al Valore Militare e Civile.

A sinistra è riprodotto il “Processo Verbale” relativo all’arresto da parte di Bergia dei componenti della banda Pomponio-D’Alena, la più temibile che terrorizzasse l’Abruzzo nel 1870.

E’ la sua vita privata invece ad essere poco conosciuta, così come la grande forza che egli seppe trarre dall’affetto ricevuto dalla moglie e dai figli, intensamente ricambiato. 

Nella sesta tavola è riprodotta la lettera inviata dal Capitano dei Carabinieri Alfredo Amenduni alla moglie dopo la battaglia di Adua del 1° marzo 1896, alla quale aveva preso parte quale Comandante di una Compagnia di Carabinieri.

Nella battaglia, combattuta durante la guerra di Abissinia tra l’esercito italiano e quello abissino, l’Italia riportò una pesante sconfitta che arrestò per molti anni le ambizioni coloniali sul corno d'Africa.

In questa lettera il Capitano Amenduni racconta del dolore provato nell’aver visto cadere molti dei suoi compagni di battaglia in un cruento combattimento corpo a corpo con le sciabole. 

La settima tavola è dedicata al sacrificio del Carabiniere Orazio Greco, che all’alba del 18 luglio 1915, nell’imminenza della battaglia del Podgora contro gli austriaci durante la Prima guerra mondiale, si portò sotto le linee nemiche per danneggiarne i reticolati. L’operazione riuscì, ma nell’azione il Carabiniere perse la vita.

Nelle sue tasche, al momento in cui furono composte le sue spoglie, venne trovato un biglietto diretto alla madre, sul quale si legge: “... tra poco attaccheremo il forte nemico. Se dovessi cadere non piangete, mandate gli altri fratelli quassù che ve n’è bisogno per la Patria”. 

Nell’ottava tavola, che è quella centrale, è descritta l’attenzione con cui veniva considerato il matrimonio di un Carabiniere nei primi anni dell’800.

Il Regolamento generale dell’epoca infatti recitava letteralmente: “Non è dubbio adunque che lo stato coniugale non si confà con quello di un militare, e specialmente d’un Carabiniere”.

E poi ancora: “... queste gravi considerazioni devono essere ben ponderate prima di determinarsi ad eleggere lo stato coniugale”. Queste gravi considerazioni erano la “... difficile convivenza delle famiglie nelle Stazioni, il maggiore incentivo a contrarre debiti, gli stretti doveri d’educazione, ed infine l’esistenza precaria”. Venivano poi elencate le necessarie autorizzazioni superiori e le condizioni indispensabili: “... le domande devono essere appoggiate a pezze legali constatanti che la prescelta appartenga ad onesta e decente famiglia, che sia d’ottimi costumi, e che possa disporre d’una dote di 5.000 lire”. Col tempo queste “precauzioni” sono state quasi del tutto stemperate, ma è rimasta invariata l’attenzione sulla necessità che il profilo morale del Carabiniere trovasse completezza anche nella sana ed esemplare vita famigliare. 

La nona tavola affronta l’argomento della Caserma.

Nel Galateo del Carabiniere, edito nel 1879 dal Capitano Gian Carlo Grossardi è scritto testualmente: “La caserma pel Carabiniere è la propria casa, è il luogo suo di residenza, ove deve passare i propri giorni e compiervi i suoi doveri”.

Passando a trattare della presenza nelle Stazioni dei militari sposati, l’autore afferma che: “... la famiglia di un militare che si rispetti deve usare della massima riservatezza, ed imponendo anche a sé stessa dei sacrifici”. L’essere i famigliari di un militare dell’Arma assegna anche ai familiari un ruolo gravoso: la condivisione dei valori e dei sacrifici propri del Carabiniere. 

La decima tavola parla del leggendario Carabiniere Lussorio Cau, divenuto famoso per le operazioni compiute nel contrastare il brigantaggio sardo alla fine dell’800.

L’impresa più memorabile è quella passata alla storia come la “Battaglia di Morgogliai”: un conflitto a fuoco, di non comuni proporzioni per il tempo, che vide contrapposti i Carabinieri a numerosi briganti. 

L’undicesima tavola è dedicata al Carabiniere Vittoriano Cimarrusti che nel 1935, allo scoppio del conflitto italo-etiopico, chiese di far parte di un Reparto di Carabinieri inviato a combattere in Somalia.

Dopo poco tempo che si trovava lì cadde eroicamente a soli 24 anni nel corso di un aspro combattimento e fu decorato di Medaglia d’oro al V.M. perché, nonostante ferito gravemente ad un braccio, rifiutò il ricovero nell’ospedale da campo e tornò sul luogo del combattimento dove fu ferito una seconda volta e – non più in grado di imbracciare l’arma - proseguì l’impari lotta con le bombe a mano prima di morire crivellato di colpi.

In occasione dello scoprimento di una lapide in suo onore, l’anziana madre del Caduto si rivolse al Comandante Generale dell’Arma dell’epoca dicendogli: “Signor Generale, sono fiera di aver dato alla Patria un brandello di me stessa, mio figlio Vittoriano. Non chiedo altro a Vostra Eccellenza che un’unica grazia: quella di poter rivedere le spoglie mortali del mio Vittoriano”.

Nella parte alta della tavola è riprodotta l’ultima lettera scritta da Vittoriano Cimmarrusti alla madre, due giorni prima di cadere in combattimento.

 

Nella dodicesima tavola si parla del V.B. Salvo D’Acquisto, che – come noto- morì fucilato dai nazisti per essersi incolpato di un attentato non commesso allo scopo di salvare la vita ad un gruppo di persone che erano state rastrellate per essere passate per le armi per rappresaglia.

Sullo stato di servizio di Salvo D’Acquisto, riprodotto sulla tavola, si legge “professione (prima dell’arruolamento): seminarista”.

Educato in un istituto salesiano, forse nella prospettiva della carriera sacerdotale, a 19 anni Salvo D’Acquisto si arruola nell’Arma dei Carabinieri, certo di trovarvi le condizioni per realizzare gli ideali che lo avevano orientato nella sua giovanile formazione religiosa.

Da un istituto dalla severità proverbiale transitò a un altro non meno significativo per la rigidità formativa: la Scuola Sottufficiali dell’Arma. Di lui si conosce poco, perchè poco è vissuto. Di lui nulla è stato raccontato, perchè nulla ebbe occasione di fare, tranne che amare i genitori, la madre in particolare, e i valori della famiglia, nel cui segno improntò i pochi anni vissuti. 

La tredicesima tavola è dedicata al Maresciallo Francesco Pepicelli, che aveva 37 anni quando scrisse il testamento, di cui nella tavola vengono riprodotte alcune pagine, forse consapevole della sorte che gli sarebbe toccata di li a poco.

Dopo l’8 settembre 1943 egli svolse un ruolo attivo nella Guerra di Liberazione, combattendo con la formazione militare clandestina dei Carabinieri. Viene  arrestato dalle “SS” il 18 marzo 1944 e condotto alla prigione di via Tasso, dove subisce torture di ogni sorta.

Il 24 marzo 1944 perde la vita nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Questo è il messaggio che dedica alla moglie poco prima di morire: “Olga mia, quando leggerai queste mie parole, scritte forse tanti anni fà o solo da pochi, il mio corpo è immoto, la mia vita è spenta...”. Un terrificante presagio, serenamente e lucidamente accettato. 

Nella quattordicesima tavola è riprodotta la lettera inviata dal carcere di Regina Coeli al padre dal Tenente dei Carabinieri Romeo Rodrigues-Pereira, nell’inverno 1943-44.

L’Ufficiale era stato arrestato dai tedeschi a seguito di una delazione che lo indicava appartenere al Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri. Le sevizie cui viene sottoposto non scuotono in lui la fierezza, lo stoicismo e l’amore per la Patria, nè valgono a fargli rivelare i piani dell’organizzazione ed i nomi dei partecipanti. Né vale a farlo cedere l’arresto della sua compagna, la fedele Marcella, sposata tre anni prima.

Il Tenente Rodrigues-Pereira venne ucciso alle Fosse Ardeatine unitamente ad altri 11 commilitoni, tutti del Fronte Clandestino.

A sinistra della tavola è riprodotta la grande opera di Renato Guttuso dedicata all’eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui vennero massacrati 335 tra civili e militari italiani.

La quindicesima ed ultima tavola del calendario è dedicata alla Signora Santuccia Beni, che, tra figli, nipoti, pronipoti e cugini, ha avuto 12 familiari nell’Arma. Uno dei figli della donna, l’Appuntato Giuseppe Beni, in missione di scorta ad un convoglio nel Mediterraneo durante la Seconda Guerra Mondiale, scrisse un diario annotandovi, tra l’altro, pensieri diretti alla madre e agli altri fratelli in armi. Il 18 maggio 1977, a Porto San Giorgio (FM), anche la famiglia Beni ha pagato il suo tributo di sangue alla Patria, l’Appuntato M.O.V.M. “alla Memoria” Alfredo Beni cadde in un conflitto a fuoco con dei malviventi.  

 
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