Creato da: UsagiSmoke il 28/07/2013
The Journey.

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"I went for a ride last weekend"

 

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I'm not insane
I'm not insane
I'm not insane
I'm not insane 
I'm not insane
I'm not insane
I'm not insane 
I'm not insane 
I'm not insane

My lungs melt,

My spine cracks,

I'm turn into the light.

 

 
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Già, ottimo modo per sentirsi vivi.
Inviato da: UsagiSmoke
il 12/12/2014 alle 19:22
 
A volte è doloroso scoprire che ci si può assentare dal...
Inviato da: Dilorman
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grazie ^^
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Già... Hai mille cose da fare e non ne fai una, continui a...
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LIFE IS A SUCH OF THINGS , MAYBE WANDRFUL TOO

 

 
 

 

 

Forse piangerò per un libro.

Post n°30 pubblicato il 25 Dicembre 2014 da UsagiSmoke

Avevo tutto nella testa finché lei non è entrata bussando, inutilmente, solo per accelerare la la scivolata verso il culmine del fastidio.

"Noi andiamo" altre parole che ho già dimenticato. Ho perso tutto ciò che si affollava nella testa. Troppe frasi che lottano per coagularsi tramite questi battiti su tasti finti ed ora, non ne rimane alcuna. Giusto l'eco della porta che sbatte e la sua voce stridula che impregna l'aria.

 

"Raccontami qualcosa di deprimente"

"No"

... Un paio di coltellate fra le vertebre, un piatto di riso lasciato a freddare sul momento.

 

Perché mi sia tornato in mente? I ricordi più dolorosi vengono sempre fuori nei momenti peggiori, noiosi, o di completo vuoto, tipo questo. A volte si fanno seguire da qualche imprecazione,  dovrei imprecare più spesso sembra funzionare.

 

Altre vibrazioni del telefono, fanno vibrare anche il materasso, mi stringo nelle coperte.

 

Slitto sul fondo del letto, passo la punta della lingua sul pigiama che avvolge le ginocchia, mi vesto di lenzuola dozzinali e prodotte in serie. Boccioli insignificanti e rose schiuse su tessuto bianco, dimeno le mani, agito i piedi, tocco solo stoffa: una distesa di bianco e una piccola rosa davanti ai miei occhi. Sono ferma, infossata nei tessuti, pigiama, coperte, lenzuola, capelli, pelle, sono affannata e non trovo motivi per esserlo.

 

Gli arti snodati e doloranti fra pieghe di bianco. Sotto la libreria c'è quel pacchetto, il libro coperto in carta giallo pastello con motivi di ciliegie, non lo vedo ma so esattamente dove si trova e cosa rappresenta. Mi ricorda che posso ancora impegnarmi per qualcosa, mettere sentimenti in quello che faccio, annusare l'aria trasparente nel giorno prima della vigilia per scegliere una carta che mi piaccia davvero.

Questo vuol dire tenere a qualcuno? Sono certa che nessuno sappia davvero di cosa stia parlando.

Mia madre canta canzoni di natale, è tremendamente stonata e la sua voce aspra mi ricorda la mia. Non posso chiudermi in camera, lo sto facendo fin troppo spesso e non voglio che soffra. Non voglio che soffra, ma la faccio soffrire. Non voglio che si preoccupi ma  non mi lascio coinvolgere come vorrebbe. Sono una figlia da prendere a schiaffi come chi non torna la notte o compie atti incoscienti? Io compio atti incoscienti.

Tu compi atti incoscienti. Me lo sussurrano le forbici inglobate dell'ammasso di vaporità che figura questo letto. Gli voglio bene, non me ne preoccupo, non mi tratto ancora come pazza perché so che il mio attaccamento verso di loro continuerà a salvarmi innumerevoli altre volte. 

Questi canti di natale non potrebbero scivolarmi contro più dolorosi e insensibili di così.

"Potremmo vederci, ti ho comprato un regalo."

"Io non ho il tuo.."

Non fa niente

Non fa niente

Non importa, 

Non lo voglio, 

Non ne ho bisogno.

Esito.

"Facciamo un altro giorno."

"L'auto è sempre un problema."

"Già"

"..Già"

Non dovrei permettermi di mettere in imbarazzo le persone, vorrei solo che accettasse questo libro, perché quelle pagine a volte coincidono con i suoi pensieri e l'unico loro posto è nel suo scaffale, e quelle gemelle nel mio zaino. Mi sento come un addetto alle consegne che non riesce a suonare al giusto portone. Che si perde tra le vie o che prende tempo tagliandosi un braccio senza riuscire ad andare oltre l'osso, così da trascinarsi dietro un arto mozzato e pesante.

Sproloquio.

 
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Another lovely cut.

Post n°29 pubblicato il 13 Dicembre 2014 da UsagiSmoke

Dal graffio dell'8 dicembre ne è comparso un altro.

Questa volta sono state le forbici, e il tepore invernale del termosifone contro la mia schiena.

"Non mi stai facendo venire nessun senso di colpa, sono tranquillissima." Quando glie l'ho sentito dire l'ho vista sorridere.

Anch'io sono tranquillissima.

I battiti si regolarizzano, non occorre respirare per calmarli.

È buio, come sempre perché, io lo amo il buio, e le cose che amo vanno fatte una dietro l'altra.

Quando ho afferrato le forbici e ho spento la luce mi sono sentita ad un passo dalla felicità.

I battiti acceleravano a tal punto che avrei dovuto voluto schiacciare il cuore fra le mani per farlo smettere di tremare. 

Sento la schiena bruciare contro il metallo ormai rovente, come quando ho asciugato i capelli e ho mosso la mano che regge il phono per tutta la testa, finché non è passato talmente tanto tempo da quando mi sono guardata allo specchio che mi sono ritrovata con la mano immobile, ed il getto d'aria calda sui capelli, sulla cute, su una parte dell'orecchio sinistro. 

Dolore, piacere, estasi, estasi, estasi. Di nuovo dolore.

Stesso meccanismo, mi stacco dal termosifone. Sono ancora accovacciata dietro la porta, ma staccata dalla fonte di calore, è bastato oscillare sui talloni per smettere di bruciare. Vuol dire che se smettessi di far pressione su di loro continuerei ad andare a fuoco.

Smetto di ipotizzare. Guardo le mattonelle che non ho smesso di fissare da quando mi sono piegata sulle ginocchia, ma sta volta le fisso per davvero, senza viaggi nel vuoto.

Ti ha reso felice? 

No... Sì.... Guardo ancora per terra.

 

 
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Alzati da questo divano che è tardi.

Post n°28 pubblicato il 12 Dicembre 2014 da UsagiSmoke

Abbracciami, dimmi che andrà tutto bene, raccogli gli organi che stanno uscendo dal mio torace.

Fallo o lasciami collassare, a te la scelta,

 ma,

se mi lasci agonizzare nella mia stessa insanità, non girarti indietro, so che sai essere spietata, essilo fino all'ultimo, perché se non lo fai tu, non mi lascerò toccare da nessuno.

 

Incomprensione, ossessione, vittimismo.                                                   Incomprensione, ossessione, vittimismo.

Incomprensione, ossessione, vittimismo.                                                   Incomprensione, ossessione, vittimismo.

Incomprensione, ossessione, vittimismo.                                                   Incomprensione, ossessione, vittimismo

 

 
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Non ho bisogno di droghe particolari per assentarmi, a quanto pare.

Post n°27 pubblicato il 12 Dicembre 2014 da UsagiSmoke

Sono momenti da ricordare, situazioni felici, sono talmente stordita dal nervosismo per cui non mi sorprendo quando smetto di piangere ed inizio a sottomettermi al pianto del mio corpo. Lava le pareti vive e rosse della mia pelle. Come un requiem. Come un bellissimo requiem fatto di sangue e vene. Lo sto ascoltando con ogni pezzo di carne fragile, rilassato, ripiegato su se stesso.

Porto il margine della tazza alle labbra, le bagno, mi rendo conto che questo latte con è ciò che volevo.

Bianca la tazza, bianco il latte, bianche le mattonelle rifinite su cui la materia solida e quella liquida esercitano il loro peso.

Se qualcuno mi trascinasse fuori di casa scoppierei in un pianto vero, e non d'isteria e disagio. Mi accascerei sull'asfalto e dormirei con gli elementi, invece sono accasciata sul pavimento di questa casa quasi stupidamente estranea; nemmeno questo è ciò che volevo. Ascolto il mio requiem.

Non ho fame. Butterò il latte che ho riscaldato.

Lascio vagare gli occhi per la stanza, rimbalzano contro gli oggetti su cui si schiantano, non li raccolgo.

Scuse inutili, cerchi di rifugiartici contro, non servono, perché ti vedo benissimo.

Non erano scuse

Non lo erano

Era il momento a farmi ridere. Però piangevo, ridevo, pregavo le membra di non lasciarmi da sola. La situazione cruda nella sua poca rilevanza. Vera nella sua aria torbida e plasticosa.

Devi buttare quel latte,

Devi leggere quel libro,

Devi rassegnarti all'idea di avere delle responsabilità, in primis, te stessa.

Butta quel latte, hai mangiato a sufficienza, non ti fai pena?

Acconsento silenziosamente chiudendomi sempre di più, abbandonandomi contro lo sportello della cucina, mi lascio stordire dalla luce artificiale e dal mio lessico povero, troppo povero per poter scrivere.

Lascio freddare la tazza, poi svuoto tutto nel gabinetto, ripenso a quel libro la cui scrittura mi irrita tanto, mi accorgo che in fondo è più simile alla mia di quanto pensassi.

Il requiem non idugia più, non ha mai indugiato da quando ho compiuto 17 anni, lascio che mi scorra addosso, Mi addormento nei miei stessi vestiti.

 
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Puoi anche non leggerlo.

Post n°26 pubblicato il 10 Dicembre 2014 da UsagiSmoke

La paura di assomigliargli c'è, è tanta, tantissima, la riesco quasi a toccare.

Di conseguenza so di fare schifo.

Guardo la luce della lampadina e mi ferisco gli occhi. Sento lo stomaco pieno e affogo nella certezza che non sia ferito abbastanza.

Perdo tempo,

perdo tempo.

Perdo tem-

Qualcuno mi toglierà mai la capacità di lamentarmi? Muovo la testa in quest'aria bagnata da luce gialla. Ogni volta che le domando superficialità è come se mi drogassero. Qualcosa di marcio e retorico scava nelle mie vene, ed io lo percepisco tutto. Non è abbastanza, non fa davvero male, non è vero dolore.

Compongo frasi troppo dolorose per poterle pubblicare davvero. 

Scrivo troppe volte "qualcosa".

 
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