Creato da cpeinfo il 09/06/2009

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Eversione e perversione

Post n°163 pubblicato il 04 Aprile 2016 da cpeinfo

Con Licio Gelli non scompare semplicemente un ‘burattinaio’ della storia politica italiana come alcuni commentatori lo stanno dipingendo dopo la sua dipartita. L’umbratilità  del commerciante di materassi aretino e la sua naturale riluttanza all’esposizione mediatica, ne fanno l’incarnazione perfetta di una figura clinica poco indagata a causa del suo strutturale bisogno di non apparire: il perverso. L’ombra di Gelli e della sua loggia si proietta e si protende lungo gran parte dell’arco temporale della storia repubblicana del paese, inafferrabile ma sempre presente all’appuntamento con gli snodi essenziali della vita sociale e politica. Una traccia rarefatta, e per questo più incisiva, che ha operato nei gangli vitali dello Stato. Una presenza costante, ma lontana dai riflettori. Un cammino radente la parete di quel lungo cono d’ombra che fu la strategia della tensione, la massoneria deviata.  Un tempo nel quale lo Stato biforcò le sue strade, imboccando vie infedeli e criminose che sfociarono nella stagione delle stragi,  minando le sue stesse basi democratiche al fine di suscitare un allarme generalizzato e un clima di paura tale da giustificarne una risposta autoritaria. Si chiamava ‘Piano di rinascita democratica’. I suoi uomini, al pari del silente esercito della struttura ‘Gladio’ operavano nell’ombra. Sconosciuti ai media, conosciuti dalle forze dell’ordine. Essere conosciuti, formula che garantiva una protezione che ha tutelato costoro dal cadere nelle maglie della legge, se non per poco tempo. Essere conosciuti dice di quel segreto ipocrita che solo chi sta a cavallo tra la legge e la non legge conosce e custodisce.

Lo Stato Italiano ha sempre 'trattato' con i mondi fuori legge nell’opera di edificazione pima e mantenimento poi di uno status quo democraticamente regolato. Dallo sbarco alleato in Sicilia, passando per gli anni di piombo culminati con la morte di Moro attraversando i canali sotterranei del patto Stato Mafia, sino ai legami strutturati con il mondo delle curve e con la 'terra di mezzo' di Roma capitale. E’ in questa lunga linea grigia che Licio Gelli e altri come lui hanno prestato la loro opera silente. Pontieri con universi sociali paralleli e speculari ai mondi che conosciamo quanto l'antimateria lo è per la materia, i quali obbediscono a leggi diverse dalla 'Lex' democratica, sostenendosi su codici ed usanze quasi sempre non scritte, ma non per questo di minor efficacia simbolica. La Legge, quella emanata da un'assemblea democraticamente eletta per mantenersi tale, non può permettere che questi si stacchino e vivano una vita completamente autonoma. Deve pertanto permettere loro di esistere, garantendo un patto di  non intromissione. Un accordo grazie al quale le leggi che si lambiscono e si fondono nelle zone carsiche,  si dividono di nuovo una volta in superficie. E' la logica della perversione descritta da Lacan.  Una legge diversa, antitetica ma proveniente dalla medesima radice della legge che osserviamo e rispettiamo. Sottende ma destituisce  le regole che organizzano i mores in superficie, dalla quale è divisa da un solco di ufficialità. Qua abita ed opera il perverso, un uomo che lavora sabotando la legge nell’ombra per il perseguimento di un fine antitetico allo Stato democratico, essendone al contempo alle dipendenze. Soldato opaco che annulla la propria volontà in nome di un Altro al quale giura fedeltà assoluta (in questo caso porre un freno all’avanzata del Comunismo e porre le basi per l’instaurazione di uno stato autoritario), il volere del quale diventa legge da far rispettare al prezzo di qualsiasi remora morale (libertatem silendo servo era il motto di Gladio). 

Gelli, come un novello rabbino Löw, ha manovrato i tanti infedeli servi della Repubblica, moderni Golem di argilla, pronti ad essere richiamati in servizio alla bisogna, per poi tornare dormienti.  Questa la vera natura che accomuna l'ex capo della P2 con i soldati fedeli ed invisibili che stanno dietro le quinte delle adunanze forcaiole oggi, delle stragi di stato nel tempo che fu. I veri perversi lasciano la scena della ribalta a masanielli da operetta, sacrificabili all’opinione pubblica, quali i 'capi del movimento dei forconi'. Le battaglie cavalcate da questo movimento spaziano dalla lotta alla disoccupazione alla critica verso il sistema creditizio delle banche, sino ai licenziamenti di aziende locali passando per la protesta no tav.  Ho assistito di persona ad una delle adunanze di questo movimento nel profondo nord: mentre volenterosi locali distribuivano volantini che spronavano ad aderire alla protesta, dietro ai fuochi accesi per strada si potevano scorgere le defilate ombre nere di attempati agitatori di popolo, poco propensi a bussare ai finestrini e infastiditi da chi girava con la reflex per immortalare l’evento. Molti di essi da tempo conosciuti alla forze dell'ordine come appartenenti ad organizzazioni di estrema destra, altri veri e propri fossili dello squadrismo veneto che già era anziano ai miei tempi universitari padovani. Le cronache riportano che  dietro alle gemelle forche siciliane, coperti dalla medesima ombra, si muovevano vecchi arnesi ben conosciuti nell’isola: picciotti e soldataglia occasionale delle mafie, caporali del malcontento post crisi da incanalare in serbatoi di populismo, spesso agli ordini di qualche vetusto 'mammasantissima'. Nulla si è saputo degli uomini ombra che mai hanno rilasciato un'intervista ad un qualche quotidiano, e nemmeno si sono prodotti in comparsate televisive. Sono tornati nella dimensione di 'conosciuti da tempo alle forze dell'ordine'.  Alcuni dei capi di queste adunanze, invece, sono andati incontro ad una morte mediatica precoce, dopo un breve transito sotto la luce dei riflettori in procinto di compiere il grande passo della auto consacrazione a leader maximi. Ecco dunque che il servo fedele, che osa disobbedire ai dettami del suo creatore, venendo meno all'unica funziona assegnatali, quella di guardiano dell'ordine sociale, viene polverizzato per aver dato segni di autonomia. 

Questo è il destino della manodopera utilizzata dagli apparati dello Stato deviati per compiere le stragi: in primo momento se ne serve, ma quando il loro compito è finito, e chi manovra dietro le quinte ha ottenuto quello che voleva, cioè il mantenimento dello status quo, allora diventano superflui, e in mille modi vengono messi a tacere.  Il film ‘Romanzo di una strage’ non è che mi abbia entusiasmato. Purtuttavia, nell’ignoranza quotidiana e nella falsificazione sistematica della storia, almeno un discreto documentario per i giovani e meno giovani. Nessun vero colpevole, un unico sicuro innocente (Pinelli), gangli dello stato furbescamente descritti come un po’ tonti.
Ma una cosa resta, ben detta: la differenza netta tra Freda e Ventura (esagitati fascistelli, bramosi di sangue, a viso scoperto sempre, anche quando vanno ad acquistare i timer per la bomba) e gli apparati deviati dello stato. Gli agenti che agiscono nell’ombra, uno dei quali sa dire ‘io sono un animale che non lascia traccia’ a un Ventura che si sente braccato. Ecco, questa è la vera perversione umbratile. Una ricerca di scopo fuori scena, un confondersi per struttura, un non essere. 

Un altro film (‘Three Days of the Condor’), questo si magistrale e inarrivabile, ben descrive nel dialogo tra il giornalista e gli uomini della provvidenza, la via senza luce percorsa da Licio Gelli: ’Higgins: Il problema è economico. Oggi è il petrolio, tra dieci o quindici anni il cibo, plutonio, e forse anche prima. Che cosa pensi che la popolazione pretenderà da noi allora?

Joe: Chiediglielo

 

Higgins: Non adesso, allora! Devi chiederglielo quando la roba manca, quando d’inverno si gela e il petrolio è finito, chiediglielo quando le macchine si fermano, quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad avere fame. E vuoi sapere di più? La gente se ne frega che noi glielo chiediamo, vuole solo che noi provvediamo.

 

Tratto dahttp://www.lettera43.it/blog/la-stanza-101-lo-sguardo-di-uno-psicoanalista-sul-contemporaneo/licio-gelli-eversione-e-perversione_43675228166.htm

 
 
 

Opposti estremismi locali

Post n°162 pubblicato il 13 Gennaio 2016 da cpeinfo

 

Il mio studio si trova a Vignola ( Modena),  a due chilometri dal luogo nel quale è avvenuto un evento piuttosto odioso, le conseguenze del quale saranno visibili per molto tempo nelle vie della città, e che ha scaraventato il mio paese sulle cronache nazionali per un giorno. Alcuni ragazzi di origine non italiana hanno intimidito un gruppo di adolescenti locali, arma finta alla mano, chiedendo loro se fossero di religione musulmana oppure no. L’eco mediatica  del fatto ha portato il mio  paese agli ‘onori ‘delle cronache nazionali, descritto su quotidiani e telegiornali che vanno in onda a mezzogiorno come una sorta di ‘culla’ dell’isis nel cuore dell’Emilia gonfia di nebbia. Nei titoli delle testate nazionali siamo passati dal ‘bullimso islamico’ sino alla ‘finta esecuzione ’, per giungere poi  alla confessione dei balordi i quali, forse accortisi del clamore sollevato, si sono presentati in caserma ammettendo una ‘goliardata’, e consegnando l’arma finta.

Calma.

Questo episodio, grave senza se e senza ma, non può essere ascritto ad alcun‘estremismo religioso’, mancando le caratteristiche semi deliranti dell’immedesimazione totale e alienante del terrorista alla sua ‘missione’ violenta. Tuttavia alcune riflessioni a ruota libera sul legame sociale, sulle reazioni scomposte, sull’agire di alcuni individui violenti, è d’uopo.  

Perché uomini desiderosi di dare sfogo alle loro tendenze perverse, o, in subordine, alle loro fregole da spacconi di infimo ordine, utilizzano l’abito del fondamentalista? Perché prendere a prestito la minaccia religiosa, ben certi di incutere un maggior timore rispetto a qualsiasi altra arma simbolica potevano imbracciare?

E perché parte della popolazione locale, al di la della  piu’ che legittima reazione di rabbia  e richiesta di giustizia, sembra anch’essa avere necessità di aggrapparsi al significante religioso per potersi raggruppare, rinsaldando le fila logore della comunità, compattandosi verso  un pericolo che ritiene imminente? Una minaccia confessionale che, in questo caso, sembra non esserci?

Azioni violente, il mio paese ne ha conosciute.

E Dio non c’entrava Il Natale del  2009   venne scosso da un evento riportato anch’esso dalle cronache nazionali: un sacerdote, molto conosciuto in paese e titolare di diverse parrocchie, uccise nottetempo il padrone della casa nella quale era ospite con un oggetto contundente, avventandosi poi sulla consorte della vittima con la medesima furia. La donna venne salvata dall’intervento del figlio il quale, svegliato dalla colluttazione, fermò fisicamente il  sacerdote colpendolo e riuscendo a chiamare le forze dell’ordine dopo averlo atterrato. L’incredulità e lo sgomento che hanno attraversato i paesi del circondario sono stati  pari alla veemenza con la quale i gangli vitali del tessuto sociale sino a quel momento dormienti  ( i media, i cittadini, le associazioni, gli amici di sempre ) si sono attivati alla  ricerca   di una qualsivoglia  patologia mentale che potesse giustificare l’assassinio, tentando così di attribuirlo ad un momento di sospensione della capacità di intendere e di volere del reo. Sui giornali sono stati da più parti usati termini quali ‘semi-infermità mentale’, ‘stato dissociativo temporaneo’, invocati quasi come entità trascendenti e rassicuranti. Non c’era mercatino, bar o stazione nella quale non si dissertasse sulle evidenti turbe mentali del parroco, da tutti frequentato nelle diverse occasioni rituali del paese, e sul quale chiunque pareva aver scorto, col senno di poi, i segnali inequivocabili della follia sfociata in omicidio. ‘Io lo avevo capito che non stava bene..’ , ‘quando veniva a benedire, era strano’ , ‘ e quella sera che camminava da solo sul ponte…?’. Questi erano i refrain che risuonavano nelle improvvisate discussioni cliniche alle quali tutti prendevano parte. Si è auspicato che gli esperti incaricati dal tribunale accertassero un passaggio all’atto di origine psicotica, vale  a dire un'azione violenta e subitanea, indirizzata ad un presunto persecutore identificato, in un atmosfera paranoica,  in base a flebili indizi i quali, in uno stato delirante, fanno segno inequivocabile di persecuzione. Ma la competente perizia portata a termine da fior di clinici, ha dato alla città la risposta più indigesta: il sacerdote è stato ritenuto capace di intendere e di volere. Nessuna turba mentale a giustificazione del suo gesto. Le entità diagnostiche tanto invocate non si sono materializzate.

Nessuno, dico nessuno, pensò per un solo momento di imputare alla fede cattolica del parroco il suo gesto. Semplicemente divenne un ‘ non cristiano’.

I fedeli si allontanarono, increduli.

La religione venne lasciata al suo posto. L’azione dell’uomo venne scorporata, e lui ritenuto personalmente colpevole.

 Pochi mesi dopo, in una cittadina della provincia di Modena, Novi, HB, 54 anni, aveva promesso N. (20 anni, all’epoca dei fatti) come sposa a un suo connazionale.  SB, la moglie, ha pagato con la vita l’aver difeso la scelta della figlia che si opponeva a questo matrimonio. S. B. è stata uccisa con sei colpi di mattone dal marito nell’orto di casa, mentre N. è sopravvissuta alle sprangate inflitte dal fratello di 19 anni . Gli abitanti del luogo sono rimasti alquanto scossi da quell’evento accaduto a pochi metri dalle loro case, ma nessuno si è levato in piedi a chiedere la semi infermità mentale di padre e figlio. Erano descritti, nei medesimi tribunali improvvisati che peroravano la causa della ‘momentanea follia’ del parroco, come assassini, lucidi e consapevoli. Colpevoli soprattutto di abitare piccoli universi blindati e non integrati, nuclei irriducibili coperti da serrature a doppia mandata. Locali e migranti, mondi confinanti ma invisibili l’uno all’altro, all’interno della stessa polis. Per loro, nessuna pietà o giustificazione clinica. Criminale la loro religione, bestiali i  loro usi e costumi, killers  senza alcuna tara mentale.

Il loro Dio, in qualche modo , c’entrava.

La ferocia mostrata da H.B non è dissimile da quella  messa in atto dal curato concittadino. Ma nessun luogo comune di follia o sospensione momentanea della capacità di intendere e di volere è stato frequentato questa volta. Nessuno degli ‘esperti’ o dei vari opinionisti ha voluto prendere in considerazione l’ipotesi psicopatologica citando, ad esempio, le parole degli operatori del centro Dévereux, in Francia: ‘ i soggetti piú a rischio di patologie psichiche, di scoppi di violenza, ma anche di derive integraliste o fondamentaliste, sono soprattutto coloro che hanno perso il controllo dei propri attachements: persone su cui la migrazione, o forse una qualche altra esperienza anteriore, ha costituito un trauma che non ha permesso loro di mantenere attivo qualche aspetto della propria identità. Spesso isolati, rimasti soli, tagliati via dai loro legami culturali, chiedono di essere ricomposti e sfociano nella patologia’.

 

Non era Dio, ma l’Altro in questione, questa volta.
Nel caso di HB l’identità era legata ad un’immagine da mantenere non  riferita alla comunità di Novi, bensì alla famiglia di origine, quindi un laccio ben più solido e complesso, come testimoniato dalla deposizioni che indicano in una sorta di ‘direttiva’ familiare, proveniente dal Pakistan, il comando ultimativo a uccidere. Un’immagine di uomo padrone che non poteva essere scalfita agli occhi del mondo originario. Una circostanza simile la troviamo ne ‘Il Padrino’ quando Frank Pentangeli  con la sua testimonianza sta per accusare la famiglia dei Corleone nel processo che lo vede coimputato. La presenza di un parente siciliano in aula, appositamente fatto venire dall’Italia, si dimostra così forte dal farlo recedere dai suoi intenti accusatori, preferendo la via del suicidio a quella del ‘disonore’ rispetto ai familiari d’oltreoceano. Dunque l’Altro in nome del quale è stato commesso quest’ omicidio è quello natio. Una sottomissione totale, acritica, incondizionata, consapevole delle conseguenze umane e penali della cieca furia omicida. Dunque, scelta lucida o scompenso? La città non ha avuto dubbi nel scegliere la prima opzione.

 

Ora, che fare?

 

Dunque, per la pace sociale, è bene separare e scorporare gli elementi di questa brutta vicenda, rimettendoli in fila uno per uno. Responsabilità soggettiva dei singoli da un lato. Religione, etnia e appartenenza dall’altro. Se è necessario punire gli autori del fatto, che resta di una gravità inaudita senza se e senza ma, le componenti religiose, in questo caso, devono restare fuori. Parimenti è necessario non alimentare quell’odio confessionale lanciando nuove crociate, poiché il rischio è quello di risvegliare le metastasi dormienti di quel fondamentalismo capace di attecchire in ogni dove, spingendo chi si sente emarginato dalle crescenti  dimostrazioni di ostilità della comunità   ad indossare quegli abiti che sono sempre li, pronti all’uso. Non vi è altra via che il dialogo, l’incontro ed il confronto per smorzare, da entrambe le parti, la tentazioni di dare forma a integralismi che poi scivolano in direzioni incontrollabili.

Oggi l’abito del fanatico terrorista è già li, preconfezionato, cucito da menti perverse, solitamente lontane ( anche fisicamante) da fame e marginalità, messo a disposizione di masse di emarginati incapaci di integrarsi o, peggio, indossato da violenti  per i quali ‘fare il terrorista’ è un modo come un altro di dare sfogo alle loro parti buie e manipolatorie. Ho toccato con mano alcuni elementi. Da un lato, un tessuto sociale logoro, che si è ricompattato in occasione di una fiaccolata organizzata da un movimento politico che,  inneggiando alle ‘espulsioni’, è giunto sin nel cuore della città, passando sotto al mio studio.   Uscendo ho visto quanto il fossato che già divide la comunità locale da quella migrante si sia ulteriormente allargato. Loro, ‘gli altri’, schiacciati ed intimiditi ai lati della strada, i miei concittadini, con fiaccole  e lumini, dentro la piazza.  La comunità sonnoacchiosa sembra aver avuto bisogno del significante religioso, del tutto assente in questo sventurato caso, tanto quanto i cinque bulli lo hanno adoperato per dare un senso alla loro squinternata serata, forse priva di sale,  desiderosi di un  brivido da neofiti del mondo della perversione.  Serviva l’azione grave e malevola di alcuni bulli di periferia per mostrare quanto il legame sociale si sia snaturato, quanto la solidarietà sia venuta meno, quanto il cinismo abbia preso il posto del dialogo. Quanto la quiete di un piccolo paese nasconda rabbia, spietatezza. Quanto il famoso ‘collante sociale’ sia spesso costituito da banali malanimi, pensieri cattivi su note mediocri. Quanto il senso di appartenenza ad una comunità oggi passi forse piu’ sui social network, che non nella pratica quotidiana dello scambio e della parola.

 

 

 
 
 

il corpo del reato

Post n°160 pubblicato il 08 Gennaio 2016 da cpeinfo

 

 

 Se noi vivessimo in un paese normale, Ilaria Cucchi avrebbe commesso un reato gravissimo, sul quale non varrebbe nemmeno la pena disquisire. La pubblica esposizione della foto di un indagato di reato (grave) mentre le indagini sono in corso, mentre la magistratura sta cercando di fare luce sulle possibili cause della morte di un ragazzo, probabilmente incappato nella violenza sadica di qualcuno.   Ma noi non viviamo in un paese normale. Se così fosse, un cittadino che si rivolge alla Stato per avere giustizia dopo aver sepolto un proprio familiare ridotto ad una maschera di orrore e tumefazione, dovrebbe sentirsi garantito, rassicurato. Non dovrebbe impegnare parte della propria vita girando per le piazze con le foto del fratello morto, per svegliare quella Lex sonnacchiosa che, da piccolo, gli hanno raccontato, lo avrebbe protetto e sostenuto.

Se vivessimo in un paese normale, un genitore al quale hanno restituito il figlio cadavere,   con l’espressione del viso fissata in una smorfia di dolore, che forse annunciava una morte liberatrice da un pomeriggio di pestaggi, non dovrebbe essere sottoposto alla feroce umiliazione di ascoltare, ovunque, conversazioni nelle quali qualcuno si vantava di ‘aver pestato un drogato di merda’.

Lo so, il gesto di Ilaria Cucchi è stato avventato, può infatti armare la penna, o peggio le mani, di un qualche esagitato in cerca di vendetta fuori legge.

Sono certo di questo. Come sono certo che il cuore di quella madre sia stato scosso leggendo di quella   solidarietà che altri appartenenti alle forze dell’ordine hanno concesso all’indagato,  in maniera forse troppo precipitosa.

Dicevo, appunto, in un paese normale, la madre di un un altro ragazzo, Federico Aldrovandi,   non avrebbe dovuto rivedere suo figlio incollato a terra, con un lago di sangue dietro al cranio , il tutto condito da insulti di bassa lega lanciati da appartenenti a quelle forze dell’ordine che avrebbero dovuto proteggere lui e lei dal crimine, dal pericolo. Chissà se la madre di Federico  , mentre lo cresceva, immaginava che i rappresentanti del suo Stato, dopo averglielo restituito a brandelli, lo avrebbero definito ‘cucciolo di maiale’.

 

 

Quello che so, è che la verità può rendere pazzi.

Ho visto, nella mia pratica clinica, donne portate sull’orlo della follia perché il piccolo paese al quale chiedevano giustizia per essere state massacrate di botte dal compagno, le condannava al ruolo di puttana mendace. Ho visto fior di uomini adulti crollare, a metà del percorso di vita, perché nessuno mai credette alla violenza subita da ragazzini entro le mura familiari, o nelle opache pareti di alcuni istituti pseudo religiosi. Ho letto nei loro occhi la medesima disperazione  dalla famiglia di Cucchi, di Aldrovandi, il dramma di chi ha toccato con le mani una verità, ma è stato condannato ad occupare il posto di marginale, di folle, di colui che attenta e cerca di sovvertire quel malefico legame che da sempre unisce il mondo della legge all’universo grigio della non legge e della perversione.

In un consesso civile, nel quale a volte la legge abdica alla sua funzione, chi è vittima di reato può trovarsi chiuso in un angolo della verità e, dunque, in posizione delirante.

Le verità toccate con mano e rifiutate perché troppo scabrose,   lasciano cicatrici indelebili nei corpi e nelle menti dei testimoni, i quali vengono sistematicamente ignorati da gran parte dei media, esponenti del mondo politico e , dunque, scivolano nella pericolosa zona grigia dei fatti che, accerchiati da verità ufficiali che li sovrastano, finiscono per tramutarsi in delirio.  Gli uomini miti, nei quali non vi è ombra di perversione, si ammalano proprio per questa sovversione della legge. Questo è il paese della Diaz e di Bolzaneto. Come ebbi modo di scrivere a suo tempo, durante i fatti di Genova la legge ordinaria venne sospesa, e uomini delle forze dell’ordine abdicarono alla loro funzione, quella di tutela e salvaguardia del cittadino, dando sfogo alle loro peggiori pulsioni sadiche, sino a quel momento forse malcelate, e strette forzosamente in una divisa per la quale si sono dimostrati indegni. Profittando di una condizione eccezionale: il via libera arrivato dai vertici i quali   acconsentirono alla sospensione della lex per allestire un altro palco , una scena perversa , regolata da un’ altra legge. Quella legge che ben descrisse Orwell:  Come si può esercitare potere su un essere umano?’ Facendogli sperimentare del dolore

 

‘Certo che sono stato io! Cosa credi!’ sbotta spazientito Jack Nicholson, il colonnello Jessep, provato dalla fatica di dover sostenere l'interrogatorio al processo per l'omicidio di un soldato, da lui ordinato secondo il 'codice d'onore', legge interna al sistema militare che permette qualsiasi nefandezza verso i sottoposti in nome del mantenimento dell'ordine interno.  Anche l'uccisione.  Un codice militare antico, strutturale, di natura opposta alle leggi democratiche che regolano la quotidianità americana, dai militari difesa e salvaguardata.  Quando spiega al novello avvocato Tom Cruise che cerca di incastrarlo applicando il codice penale, il comandate svela la sua natura di   guardiano dell'ordine parallelo, custode di regole che quell'avvocato non vedrà mai .
'Ordinò lei il codice rosso?' chiede l'avvocato Tom Cruise' Io voglio la verità!'  .' Tu non puoi reggere la verità!' grida Nicholson, assumendosi la responsabilità di aver dato l’ordine di pestare il soldato'Viviamo in un mondo pieno di muri, e quei muri devono essere sorvegliati col fucile. E chi lo fa questo lavoro. tu?Io ho responsabilità più' grandi di quello che voi possiate mai intuire! (….) Vi permettete il lusso di non sapere quel che so io. Cioè che la morte di Santiago probabilmente ha salvato delle vite. E che la mia stessa esistenza, benché grottesca ed incomprensibile ai vostri occhi, salva delle vite. Noi usiamo parole come codice, onore, fedeltà. Usiamo queste parole come spina dorsale di una vita spesa per difendere qualcosa. (…) Io non ho la voglia, nè il tempo, di venire qua a spiegare me stesso ad un uomo che passa la sua vita a dormire sotto la coperta di quella libertà che io gli fornisco, e poi contesta il modo in cui glie la fornisco! 

 

Tratto dalla rubrica ' la stanza 101'http://www.lettera43.it/blog/la-stanza-101-lo-sguardo-di-uno-psicoanalista-sul-contemporaneo/il-corpo-del-reato-considerazioni-sul-caso-cucchi_43675228958.htm

 
 
 

Congresso della Scuola Psicoanalitica lacaniana

Post n°159 pubblicato il 04 Giugno 2015 da cpeinfo
Foto di cpeinfo

Corpi.
Di questo si è parlato il 30 ed il 31 Maggio al XIII Congresso nazionale della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, a Ravenna, al quale sono intervenuto come relatore.


Corpi silenti, corpi smagriti e ingrossati. Tatuati, tagliati. Anestetizzati. In cerca di padrone. Corpi frammentati. Diverse sale hanno ospitato psicoanalisti e altre figure del mondo della cultura,  provenienti da tutta Italia , per discutere di questo tema: Avere un corpo che parla.
Domenico Cosenza, presidente della SLP, scrive che : ‘  E' la prima volta che il corpo è assunto come focus tematico centrale in un Convegno della nostra Scuola.   Anche se è vero che, in fondo, nella psicoanalisi non si parla di altro che di lui, e che in ogni nostro convegno non facciamo altro che tentare di dire quanto avviene nel nostro rapporto con lui. Rapporto misterioso, indica Lacan, che non ha mai smesso di interrogare i pensatori, sia prima che dopo la fondazione della scienza moderna, che con Cartesio ha introdotto la demarcazione tra la sostanza pensante (res cogitans) e la sostanza estesa (res extensa), la problematica del loro rapporto, e con essa tutte le aporie che la caratterizzano e che giungono fino a noi in forma riaggiornata al linguaggio dei nostri tempi. (…) Al contempo, dedicheremo la nostra attenzione a trattare gli eventi di corpo che l'esperienza analitica ci presenta nella nostra clinica, e che costituiscono un terreno di sfida nella soglia somato-psichica in cui la parola introduce effetti nel reale del corpo. Interrogheremo il corpo dell'isterica nella clinica contemporanea, da un lato per smentire la sua presunta scomparsa dichiarata dai fautori del DSM già da tempo; dall'altro per provare a interrogarci sulle forme che l'isteria sta assumendo oggi, e sulle metamorfosi del corpo e sintomi corporei che la riguardano. Al contempo c'interrogheremo, in un dialogo con la medicina, sul corpo come luogo in cui alberga un sintomo problematico nella sua decifrazione per l'l'eziologia medico-biologica, e che incontriamo in analisi sia nella forma metaforica della somatizzazione che, non di rado, nella forma ‘letterale' e olofrastica del fenomeno psicosomatico. Daremo spazio anche al rapporto tra psicoanalisi ed arte, cercando di mettere al lavoro la funzione del corpo come luogo d'invenzione, attraverso la voce, il movimento, la messa in scena che il teatro rende possibile. Ci sarà da stimolo per pensare al nostro tema del corpo parlante a partire dall'esperienza del teatro in cui il corpo dell'attore si offre come luogo di enunciazione (……)Il primo asse è: Eventi di corpo nel transfert.  Cosa accade quando il corpo entra in gioco in modo massiccio nella cura, dal lato dell'analizzante ma a volte anche dal lato dell'analista, attraverso la produzione di sintomi e fenomeni che interferiscono, cortocircuitano, ma a volte costituiscono l'occasione di un passaggio decisivo nell'esperienza del trattamento? Come leggerne lo statuto? Si tratta di sintomi che funzionano metaforicamente, oppure di fenomeni che prendono più la forma di risposte del reale fuori-senso? E' questo lo scenario che vorremmo fosse interrogato all'interno di questo asse tematico grazie ai contributi che giungeranno.Il secondo asse è: Usi pornografici del corpo. Quali funzioni esercita la pornografia nell'economia libidica contemporanea, alla luce di quanto emerge dal discorso degli analizzanti che vi ricorrono? Cosa caratterizza i godimenti legati alla fruizione compulsiva  di materiale pornografico, che sono tra le vie al godimento più diffuse e di più facile accesso, come ha messo in rilievo Jacques-Alain Miller di recente, nel mondo contemporaneo grazie alla rete di internet?  Il terzo asse infine è:Il corpo nell'immaginario e nel reale. Che rapporto esiste tra l'immagine del proprio corpo e il godimento che lo abita? Cosa accade quando il secondo entra in rotta di collisione con la prima o viceversa, per esempio nella clinica del passaggio puberale in adolescenza? Come trattare in analisi l'emergenza di tale discordia tra il registro narcisistico ed il reale della pulsione? ‘

 

Questo il caso clinico da me presentato.

 

http://www.psychiatryonline.it/node/5659

 

Maurizio M

 
 
 

Orwell alla Diaz. Il fine delal tortura, č la tortura

Post n°158 pubblicato il 17 Aprile 2015 da cpeinfo

 

 Dalla mia rubrica Clinico Contemporaneo.

http://www.psychiatryonline.it/node/5599

 
Stavo approfondendo ulteriori spunti sulla la clinica della perversione  per terminare un capitolo di un libro, nonché  un articolo per Pol.it, quando mi arriva un  sms. Apprendo da un avvocato, facente parte del team di giuristi che ha sostenuto la causa di alcuni amici massacrati nella caserma ‘Diaz’ , la notizia che la Corte Europea ha dunque sancito quello che tutti sapevano: la dentro  fu praticata la tortura. La sevizia sistematica su cittadini provenienti da diverse parti d’Europa.  In quei giorni dunque si attuò ciò che aveva ben descritto Orwell in 1984: ‘ Come si può esercitare potere su un essere umano?’ Facendogli sperimentare del dolore” rispondeva Winston al torturatore con un filo di voce,  reso una larva umana dalle scariche elettriche.   Mi sembra quindi opportuno spendere alcune righe, forse non troppo tecniche, né dense di bibliografia,  in nome di una verità uscita dalla clandestinità, anche per l’amicizia personale che mi lega ad alcune care persone, che quell’inferno lo hanno attraversato.
 
‘Lui è in giro, io non dormo, non mangio, non riesco ad attraversare la strada’ mi diceva una donna pestata a sangue dal marito, immobilizzata dalla paura perché il dispositivo legislativo permetteva al suo persecutore di girare indisturbato per la città. La stessa nella quale la ridusse in fin di vita, prima che fosse ospitata   in una casa protetta. Non temeva altre botte, ma l’impunità dell’uomo. La violenza non era stata né riconosciuta, né perseguita. Per questo motivo ella non riusciva a trovare pace.

 In molti casi l’impunità del carnefice determina uno stato di paralisi della parola della vittima, creando una situazione di afflizione  nella quale la  violenza si ripete all’infinito, senza mai liberare chi ne è stato oggetto. Lo stato di vittima è una gabbia spesso simbolica, una prigionia che va oltre le  cicatrici sulla carne.  Nelle frasi di tante donne oggetto di abusi, di uomini adulti che hanno subito gli appetititi di orchi incontrati nell’infanzia, risuona costante un motivo: ‘ ho potuto finalmente rinascere quando chi mi ha fatto del male è stato condannato’. Quando cioè un istanza ha posto fine a quella drammatica situazione opaca di presunzione di innocenza del reo, spazzando via quella patina di dubbio che annichiliva ed emarginava l’abusato.  La condizione interiore di sofferenza si protrae  per tutto il tempo in cui il carnefice è contingente, libero da giudizio, con una parola che spesso ha maggior valore di quella della vittima. Il riconoscimento ‘formale’ dello stato di torturatore, toglie la vittima  da una situazione di sospensione del tempo e del giudizio, nel quale la realtà  sfuma e si opacizza, il dubbio la assale nel merito della  sua stessa versione dei fatti. ‘ Se tutti in città dicono che costui è un professionista adamantino e rispettato, forse io  ho fatto in modo di provocare le sue ire e le sue percosse’ è l’incipit  che segna un pericoloso capovolgimento di prospettiva.  Una sovversione.
 
A Genova questa sovversione ha avuto luogo all'interno di un luogo a - temporale, nel quale la legge ordinaria è stata sospesa, e uomini delle forze dell’ordine hanno abdicato alla loro funzione, quella di tutela e salvaguardia del cittadino, dando sfogo alle loro peggiori pulsioni sadiche, sino a quel momento forse malcelate, e strette forzosamente in una divisa per la quale si sono dimostrati indegni. Profittando di una condizione eccezzionale: il via libera arrivato dai vertici i quali hanno acconsentito alla sospensione della lex per allestire un altro palco , una scena perversa , regolata da un’ altra legge. Quella del perverso, la quale sfiora eludendola quella del codice penale, in un illimitato orizzonte di godimento che si nutre nel  vedere soffrire la vittima, avendo cura di procrastinarne i patimenti. Il sadico sa far vibrare le corde della sua vittima, e in tal modo sostiene e motiva la sua esistenza, diceva Lacan nel Seminario X.
 
In tutti gli stati totalitari, quado l’autorità è folle e sregolata, i 'servitori' si sentono liberi di mostrare la loro peggior natura sadica e violenta, certi che nessuna sanzione potrà mai arrivare da un capo che  essi avvertono come consimile.   Non a caso Lacan tratteggia il perverso come un perfetto soldato obbediente, privo di sensi di colpa, convinto di assolvere ad un compito in nome del quale ogni remora morale può essere spazzata via. L’orizzonte morale del sadico è la sofferenza dell’altro in quanto tale, senza alcun fine che non sia la sofferenza stessa.   Orwell sosteneva : Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere’   .E questi agenti lo hanno esercitato liberamente il potere, certi di una assoluzione, auto incaricatisi di punire e far soffrire coloro i quali, a loro discrezione, erano un insopportabile per il legame sociale: i manifestanti con idee ed orizzonti diversi dal loro. Liberi. Ingovernabili. Quando è lo Stato a intrappolarti in una caserma  ,  togliendo dai  suoi uomini le vesti che lo rappresentano, si compie un passaggio letale, e senza possibilità di ritorno. C’è una scena del film ‘Il maratoneta’ che riassume piu’ di ogni altra parola quello che una vittima può provare quando il suo carnefice vive indisturbato, magari una vita ricca e gratificante.  Il criminale di guerra Cristian Szell cammina per la 47 strada, intento a far prezzare i gioielli, frutto del suo passato criminale. Una donna, attonita, lo riconosce.  Una ex internata , sottoposta alle sue sevizie, lo vede passare tra la folla ben vestito ed indisturbato. La sua parola strozzata, al sua angoscia,  riassumono dolore, incredulità, rabbia. Vanamente grida alla folla il nome dell’aguzzino,puntando il dito nell’intento che qualcuno lo riconosca. Riconosca il carnefice.  Ma vanamente. Quel grido contiene anni ed anni di una condizione infernale mai sciolta e mai superata, di vittima , oggetto di torture mai riconosciute, compiute da un criminale che nessun tribunale ha mai riconosciuto tale. Vederlo e gridare il suo nome, è una liberazione.
Per tanti che sono caduti nell’inferno della Diaz, molti dei quali intrappolati nel doloroso ' disturbo post traumatico da stress', la vita può ora  ricominciare.  L’Europa ha sopperito al vulnus legislativo dello Stato Italiano che,  lungi  dal formalizzare il reato di tortura, ha permesso agli esecutori della carneficina di percorrere fulgide carriere. E’ drammatico, e sintomatico, constatare  come sia stato necessario bypassare  le nostre istituzioni, contado solo sulla tenacia di alcuni che , avendo cosciuto un Italia diversa,  basata sul diritto e abituati alla resistenza, hanno saputo uscire da quelle stanze chiuse all’interno delle quali il perverso è invincibile.  Per questa Italia sorda alle leggi internazionali,  ottusa e ipocrita nel suo non validare quello che tutto il mondo ha visto, è dovuta arrivare l’umiliazione di un ammonimento di un  ‘giudice a Berlino’,  chiamato  ad incarnare quella posizione di regolatore per uno Stato che ha fatto della legge perversa un suo elemento fondante. Non credo che questa certificazione venuta da fuori chiamerà a maggior responsabilità il legislatore. Né che convinca chi di dovere a fare pulizia all’interno delle forze dell’ordine. Spero solo che possa, per tutte le decine di uomini e donne massacrati, avere un effetto di distacco da una condizione di sofferenza inenarrabile, chiudendo simbolicamente un cerchio nel quale si sono trovate. Agli amici che erano dentro, lo dirò di persona. Dirò che , almeno in questo caso, non si è avverata la profezia di Orwell:"Non devi neanche pensare, Winston, che i posteri ti renderanno giustizia. I posteri non sapranno mai nulla di te. Tu sarai cancellato totalmente dal corso della storia[...]. Di te non resterà nulla, né il nome in un qualche archivio, né il ricordo nella mente di qualche essere vivente. Tu sarai annientato sia nel passato sia nel futuro".

 

Maurizio m

 
 
 
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