Creato da alex.canu il 28/01/2012

alessandro canu

arte, racconti, idee

 

 

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Fuga dal carcere delle Saline (parte 1)

 



     Cust’abba mala, queste saline del malanno!  Queste grandi vasche d'acqua, come enormi specchi d’azzurro, sdraiati sulla terra per l’invidia che gli dei da sempre hanno degli esseri umani. Queste grandi paludi con gli insetti che ti mangiano la carne e ti lasciano come morto con delle febbri altissime. Non ci voleva venire nessuno a lavorare qui, solo i disperati morti di fame o quelli che avevano più di un debito verso la Giustizia, Giustiscia chi si los mandhighet! Un tempo qui ci lavorava tanta gente. Tutti  uomini duri, come me e come lui, che adesso vedi in silenzio, straziati, su quelle macchie di rovi senza prusu un’alenu de vida, come anime smarrite. Caldi ancora della vita che ci è stata appena tolta. Abbiamo ucciso e siamo  stati uccisi, il conto è pari.      

   Il carcere aveva un aspetto rassicurante, costruito  per essere un granaio da non so quale Papa di Roma. Presto però i chicchi di grano vennero sostituiti da tutta gente come noi, duecento detenuti saremo stati in tutto. Raschiavamo il sale dal fondo delle vasche con un palone di legno, coperto in cima da una lamina di ottone per non farlo consumare e durare più a lungo. Partivamo dal carcere del porto Clementino che si apriva sul mare al suono di un fischietto, legati l’uno all’altro dalle catene ai piedi. La gente veniva a vederci perché quella partenza aveva qualcosa di buffo e di drammatico insieme. I bambini ridevano e ci indicavano col dito.  Fuggire, fuggire via di lì era l’unico chiodo fisso che tutti avevamo in testa, costantemente, notte e giorno. Trovare il modo di nasconderci allo sguardo vigile delle guardie senza dare nell’occhio e senza compromettere gli altri compagni. Magari con l’appoggio di un salinaro libero, pagandolo bene s’intende. E poi via, in Argentina, in Brasile o in Australia, in qualsiasi angolo oscuro del mondo dove la luce della Giustizia non potesse illuminare la tua tana buia, dimenticato da tutti. Non era facile per niente. Se qualcuno provava a scappare la guardia che lo aveva in consegna rischiava di perdere il posto di lavoro o di essere trasferito ad un altro penitenziario. Nessuno voleva rischiare, né noi, né loro. Per questo ci tenevano d’occhio costantemente e come buone mamme non ci abbandonavano mai. A piedi, saltellando sui ciottoli bianchi con i piedi scalzi, trottavamo verso il villaggio di casupole basse allineate in due file, dove i salinari ci aspettavano.  Sui muri delle case c'erano stampati dei numeri che indicavano l'anno di costruzione. Uno, in particolare, lo ricordo bene perché segnava lo stesso anno di nascita di mio padre, 1881. Non è un anno facile da ricordare? Non è un anno speciale per nascere? Mica saranno nati solo disgraziati come lui, qualche grande personaggio sarà pure venuto al mondo in quell'anno, che ne so, un re o magari un grande artista, chi lo sa. Il carcere è sulla riva del mare, di fronte ha l’orizzonte immenso e questo mi calma nelle giornate di pena più dura. Guardare il mare mi fa bene, come facevo da bambino quando mi affacciavo alla porta di casa e l’acqua già mi lambiva i piedi.  Mio padre faceva il minatore e il villaggio dove abitavamo raccoglieva una ventina di famiglie con tanti bambini per poter giocare tutto il giorno. Mio padre però era un uomo bello d’aspetto e ritornare a casa sempre nero di carbone non gli piaceva. Gli offendeva la pelle bianca e sa balentìa, diceva.  Mia madre sorrideva e non lo prendeva sul serio. Ma quando le disse che un suo fratello gli aveva scritto, proponendogli di prendere un po’ delle sue bestie a mezzadria e che saremmo partiti per il continente, pianse tutta la notte. Il lavoro in miniera era sicuro come il pane, il continente invece era lontano, sconosciuto, non ne sapevamo niente, e parlavano un’altra lingua. L’acqua del mare mi lambiva i piedi, come lacrime, come gocce, come suono di fontana, ma ancora per poco.

  Quando arrivammo in continente mia madre ci rimase male, prenda istimada, se l’aspettava diverso, più grande, più... non sapeva come spiegarlo, ma ci rimase molto male e non perdonò mio padre. Noi bambini non avevamo più il mare ad accogliere i nostri piedi. Mio padre si stancò presto anche del nuovo lavoro e, sentito che chiamavano operai per lavorare  alle saline di Tarquinia, ci trasferimmo li dove ci diedero due stanze umide. Io non riuscii mai ad integrarmi, nessuno sapeva giocare a Tenemiludene, a Brucio o a Brincamuru. Picchiavo gli altri bambini e gli uccidevo i piccoli animali che catturavano.  Allevavo i falchi e quando erano affamati gli davo i loro uccellini. Catturavo piccoli topi, con delle trappole di legno e fil di ferro che mi costruivo da solo e quando se ne stavano dentro terrorizzati li inzuppavo con la benzina e gli davo fuoco con un fiammifero. Quando aprivo la trappola, quei poveri animali trasformati in palle di fuoco, correvano fuori andando a sbattere contro i muri delle case, poi si arrestavano, accasciandosi, spenti e morti. Le mamme degli altri bambini prendevano i loro figli per mano e se li trascinavano via, quelli continuavano ancora a guardare il topo morto, annerito dal fuoco e mi odiavano, finalmente mi temevano.  Altri ragazzi, più grandi, mi deridevano invece apertamente, sfidando la loro malasorte. Il mare, non questo mare, il mare-mare, quello vero, quello che ti accarezza i piedi e te li rinfresca dolcemente, mi mancava; questo ha il sale che pizzica, che brucia le ferite, ma non rimargina quelle del cuore e della nostalgia della mia terra.  La mia famiglia andò in pezzi, lastima. Di me la vita ne fece quello che volle e dopo molti anni dispose di farmi tornare qui alle saline, da ladro, assassino e da carcerato. Tutti si ricordavano di me, con tutti avevo un debito e tutti quanti si presero la loro vendetta, solo al vedermi costretto in catene.

   Le donne ci portavano il pane e l'acqua dolce la mattina, poi se ne andavano via, portandosi sotto le gonne tutta la nostra disperazione. Avremmo ucciso ancora per esse, per avere mezz'ora con loro, dietro il casotto di legno, dove tenevamo gli attrezzi da lavoro. Le guardie vigilavano, su cunnu 'e mama, avrebbero ucciso per lo stesso nostro motivo. Questo è quello che ci accomunava, che ci rendeva complici.  Noi che avevamo rubato e mentito e ammazzato, e loro che si guadagnavano da vivere col più infame dei lavori.  Ci guardavamo con odio tutto il tempo. Ci saremmo azzannati volentieri alla gola. Ma noi avevamo le catene ai polsi e ai piedi e loro avevano le chiavi. Tra Agosto e Settembre ci svegliavano presto la mattina perché era il periodo della cava del sale. Ci riempivano mezza fiaschetta col vino rosso e con le catene, a coppie, uno all'altro ci legavano. A me era toccato un toscano, un compagno silenzioso e discreto. Mai un problema, mai uno screzio. Quando ci incatenavano insieme e allungavamo le braccia per offrire i polsi alle guardie, lui mi guardava dritto negli occhi, senza mai staccare lo sguardo, senza mai battere ciglio. Analizzava ogni tratto del viso, la durezza dei miei lineamenti, prendeva nota del colore della pelle,  misurava la mia altezza.  Lasciava che anch’io lo guardassi fisso negli occhi, che gli ponessi silenziosamente le domande che servivano e che trovassi le risposte che mi attendevo. Non permise a nessun altro di guardarlo in quel modo e quando qualcuno si prese delle libertà seppe regolare il conto in modo rapido e discreto. Una volta che non seppi resistere al suo sguardo gli chiesi a bruciapelo con un soffio di voce, mi porterai con te? Strattonò forte la catena, fulminandomi con un sibilo che somigliava ad una bestemmia. Dopo però, per tutta la giornata, non smise mai di cercarmi con lo sguardo. Non parlava mai, non con le parole almeno. Mi indicò la data scolpita in alto, sopra la porta di una casa: 1881. La puoi leggere anche all’incontrario, 1881, andata e ritorno, disse. E furono le uniche parole che mi rivolse per quella giornata. Andata e ritorno, ripetei mentalmente più volte. Alzai lo sguardo verso la porta e lessi ad alta voce quella data, lì era scritto il nostro destino.  Ci capimmo al volo. 1881, era segnato lassù, in alto nell'ultima casa entrando sulla sinistra, prima della garitta della guardia. Oltre il cancello c'era il lavoro duro, per tutto il giorno. Le montagne di sale che si accumulavano e ci spaccavano le dita. Il sale sulle ferite ce le cicatrizzava bruciandole, ma ci faceva anche impazzire di dolore. Le guardie lo sapevano  fizzos de bagassa, storcevano il naso, gli dava fastidio che ci lamentassimo. Il sale che raccoglievamo con i paloni lo ammucchiavamo ai bordi delle vasche per essere poi trasportato con le ceste fino alle aie dove veniva ammontinato. Quello era il più schifoso dei compiti, che veniva lasciato solo a noi carcerati. Il sale lo dovevamo trasportare a spalla, dentro delle grandi ceste di vimini, per almeno cento metri dentro le vasche e poi dovevamo salire su una pedana, perché c’era il canale e andare sull’aia. Poi lì trovavamo un’altra tavola in pendenza che andava sù e scaricare in cima alla piramide. Con l’acqua salata che ci colava giù attraverso il collo e per la schiena. Mettevamo dei sacchi attorcigliati per protteggerci, ma quella bagassa passava sulle nostre spalle, anche così, facendoci impazzire dal dolore. Tutta la nostra carne era tagliata dalle ceste dure che scorticavano la pelle e il sale faceva il resto. Accadeva talvolta che gli stessi salinari, i curatoli e persino qualche guardia provassero pena per le nostre sofferenze e si offrissero di sostituirci nel  trasporto di qualche cesta, come il cireneo della via crucis. Con alcuni di essi diventammo persino amici; ci sdebitavamo con piccoli lavoretti, come costruire piccole gabbie di fil di ferro, per i passeri che allevavamo in carcere e poi ammaestravamo. Gli davamo gabbia e passeri, per farci giocare i loro bambini crudeli che li avrebbero ammazzati il giorno dopo dandoli al gatto, oppure si divertivano a tagliargli le ali e a legarli con uno spago alle zampette per non farli volare via. I salinari ci regalavano del vino e qualche stretta di mano sincera.

   In catene arrivavamo, uno dietro l'altro come tanti scolaretti troppo cresciuti a passeggio con i loro maestri severi. E passavamo proprio davanti alla scuola, dove io ero cresciuto e avevo combinato i miei primi guai. Ho ancora una foto che tengo in tasca e che non butto mai, è quella dove l'ombra lunga di un pino si stampa su una porta con i gradini, come di un mistero che voglia impadronirsi dell’intero edificio. Mio padre un giorno prese e ci portò qui, lasciando a suo fratello le bestie perché se le custodisse lui, cussas alveghes. Mia madre andò teracca a casa del maestro mio di scuola, ma tornava a casa, ogni volta, sempre più scura e nervosa e non cantava più come era solita fare. Mio padre la sera non aveva occhi e orecchie e non faceva domande, ma l’ombra di quel pino nero si allungava sempre di più e copriva ormai tutta la porta e iniziava a mangiarsi anche i muri di casa nostra. Finché un giorno la mamma se ne andò via da sola. Prese le poche cose necessarie a risolvere il suo impiccio e se ne andò senza dirci una parola. Mio padre non ci diede spiegazioni, nessuno ne chiedeva, tutto era chiaro. A ottobre mi segnò a scuola e lì imparai quel poco di italiano che ancora conosco.

   Una volta il mio maestro mi sorprese a fare il suo ritratto sul banco con un temperino. Se la prese a male, per via delle corna che gli avevo disegnato in testa immagino. Strillò cose senza senso e il risultato di tanto gridare fu che mi fece mettere le dieci dita delle mani sopra il banco. Me le pestò una ad una con una verga di legno d'ulivo che io stesso gli avevo portato. Il decimo dito me lo risparmiò e sorridendo mi concesse la grazia. Trattenni le lacrime e non feci mai il gesto di ritirare la mano. Osservai a lungo le mie dita illividite e doloranti. Nove, nove. Quel numero me lo stampai bene in testa, nove. La santa trinità al quadrato...padre, figlio e spirito santo. Si trattava solo di aspettare e di avere pazienza, prima o poi anche per il maestro il suo momento sarebbe arrivato, arriva per tutti. Feci passare nove anni esatti, uno per ogni dito, poi aspettai sua figlia sotto il portone di casa. I suoi occhi sbarrati su di me, il suo sguardo muto e implorante furono la più bella vendetta che potessi prendermi. Capì in fretta in quale situazione il padre l’aveva cacciata. Tirò indietro la testa e non oppose altra resistenza che il suo corpo teso e duro come la pietra, ma anche così la verga d’ulivo del maestro entrò dentro di lei e la cosa fu fatta. Suo padre la rinchiuse dentro la prigione domestica per altri nove mesi e nessuno si sognò mai più di prenderla in moglie. Ma su quei gradini, anche su quei gradini, amai una donna, la più bella che io ricordi, l'unica che mi abbia guardato nel cuore e non ne abbia avuto paura. Sedevo dietro di lei e l'abbracciavo, mentre sentivo i suoi seni colmi e duri pormi sempre la stessa domanda, te ne andrai? Affondavo il viso nei suoi capelli che erano fatti di carbone dolce, tutto l'opposto di questo sale che è bianco e amaro e brucia la pelle e non le rispondevo. Alle sette precise suonava la sirena e il cancello veniva aperto con un fragoroso cigolio. Le guardie che ci prendevano in consegna ci ricontavano uno ad uno, come bestie al macello, come merce da segnarne il numero su un libro. Ogni giorno le guardie ci ripetevano la stessa solfa di sempre. Una tiritera che conoscevamo a memoria e ripetevamo in coro come il padrenostro: non rubate, non allontanatevi senza permesso, (neppure per pisciare), non organizzate risse, lavorate, lavorate sodo e non avrete altri guai. Per lo stato e per il re. Le guardie si arrabbiavano quando gli rifacevamo il verso, ma perlopiù tolleravano e ci davano gli attrezzi di lavoro con burbera durezza. Un cappello di paglia per ripararci dal sole, vanghe. Ci davano anche mezza forma di pane e del formaggio, che mettevamo insieme dentro la borsa che tenevamo a tracolla.  Alle sette e un quarto suonava la seconda sirena. A piedi andavamo nelle vasche a raschiare quel maledetto sale per tutto il giorno. Ad ammucchiarlo in piccole colline per il re, per lo stato che non conoscevamo, che non avevamo mai visto. Stavamo immersi nell’acqua salsa col fondo rosa per trenta o quaranta centimetri. In superficie era pieno di penne di gabbiani e altri uccelli che venivano lì per svernare o per l’estate. C’erano gli aironi, immobili e gobbi, sembravano malati di tristezza e di malinconia. Noi li scacciavamo con i sassi, e loro se ne volavano via offesi con le loro ali immense e grigie. Se ne stavano per conto loro, lontani da tutti, con il lungo becco infilato sotto l’acqua a raschiare il fondo melmoso, peggio di noi. Strillavano con quel loro rozzo gracchiare e si davano delle grandi beccate, uno addosso all’altro, malaittos, puzones de mala intragna. Cagavano, dappertutto era una poltiglia di escrementi immondi. Il sale veniva ammucchiato nelle aie che creavamo noi e lasciato a scolare e ad asciugare al sole e al vento per un giorno intero. Poi riempivamo dei sacchi con il marchio regio che venivano successivamente pesati, quindi li caricavamo nei carri che venivano a prenderseli. Per il re, per la patria. Qualcuno aveva provato in passato a fuggire da quella galera nascondendosi fra i sacchi, ma era stato ripreso immediatamente e lasciato per una settimana, a pane e acqua, oltre alle frustate pubbliche, con le ferite che venivano curate col sale. Sentivamo le grida di quei disgraziati e questo bastava a scoraggiare tutti. Uno soltanto era riuscito a farla in barba agli sbirri, ma quello era il maestro di tutti noi, Domenichino Tiburzi. Lo arrestarono alla fine del ‘60 credo, ma non lo tennero in gabbia per molto, perché tre anni dopo prese il volo col Curato verso le campagne di Montalto. Anche un’altro provò a darsela, me lo raccontò un salinaro che gliel’aveva raccontato suo padre. Allora, successe un fatto, che fuggì un detenuto, al tempo di Giugno, quando c’era da mietere il grano. Fuggì alla guardia che lo custodiva con altri quattro. Rischiava di andarci di mezzo lui per colpa del detenuto. Allora lo va a cercare per tutta la campagna e lo trovò sotto un ponticello che se ne stava tutto appiattato per non farsi vedere, gobbo dalla paura. Appena se ne accorge quello scappa e la guardia dietro a correre e a dirgli di fermarsi. Cadono tutt’e due dentro una forma col grano e lo sbirro prende il moschetto, con la canna, la cassa e tutto e glielo spacca sulla schiena. Una volta ritornati al carcere gli hanno dato il resto e curato le ferite col sale. Tutti i giorni gli faceva degli impacchi la guardia stessa che gli era fuggito, con quello a strillare basta, per pietà. Non conveniva a nessuno provarci, né a noi né a loro. All’entrata pesavano il carro vuoto col conducente. Caricavano il sale già insaccato, la misura era sempre la stessa. All’uscita ripesavano tutto di nuovo, carro, conducente e sacchi di sale; quello che la pesa segnava in più era un tentativo di evasione finito male. I conti tornavano sempre e i condannati pure. Fuggire non era facile. La sera ripercorrevamo la strada all’incontrario, stremati e sporchi, pronti per il giorno seguente. Il sole colorava tutto di un arancione profondo che metteva tristezza e malinconia. La strada del rientro la percorrevamo in silenzio, legati e incatenati ce ne tornavamo in prigione, sognando solamente il letto. Il nostro aspetto incuteva timore e il rumore dei nostri passi spaventava i bambini, gli stessi che la mattina ci avevano derisi.   Le donne si affacciavano e ci guardavano con occhi scuri di pena.  Tornavamo a casa. In prigione, a casa, in prigione. In galera. Fuggire non era facile. Quel sale bianco, tagliente come la pietra ci levava ogni energia e, stanchi com’eravamo, non saremmo stati capaci neppure di sollevare la gamba per saltare il muro di confine, neanche se le guardie ci avessero obbligato a farlo. Morti eravamo, sfiniti dalla fatica e dal pessimo cibo. Eppure…

 

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