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Federalismo o rivoluzione culturale?

Post n°108 pubblicato il 29 Dicembre 2010 da biancoblu78
 
Foto di biancoblu78

Il voto di scambio è una delle principali cause dell'arretratezza economica e civile di alcune regioni. Rappresenta l'essenza della politica clientelare e della corruzione. È il mezzo con cui le organizzazioni criminali controllano centinaia di politici. Occorre spezzare questo meccanismo.
Ad ogni tornata elettorale le amministrazioni pubbliche, le municipalizzate e i vari carrozzoni creati allo scopo assumono una piccola parte di quelle migliaia di persone cui è stato promesso un posto di lavoro, in cambio dei voti della sua famiglia.
Così scopriamo che tanti soldi stanziati per risolvere il problema dei rifiuti in Campania sono serviti per pagare gli stipendi a migliaia di persone, formalmente per gestire l'emergenza, di fatto per non fare nulla.
Di solito si assumono con contratti precari in modo da tenerli in pugno ad ogni tornata elettorale.
In alcuni piccoli Comuni del Sud il rapporto tra dipendenti comunali e popolazione arriva a uno ogni 20 o 30 abitanti, in pratica quasi uno per famiglia.
Tanta forza lavoro per avere servizi che non funzionano o di pessima qualità, perché il dipendente viene scelto per i voti che può portare non per la bravura o le capacità. Se non ha voglia di lavorare, ma porta tanti voti, non importa... tanto paga Pantalone!
L'assenza del merito come criterio di selezione è una delle cause dell'abbandono scolastico e soprattutto della presenza di tanti amministratori incapaci. Sembra un circolo vizioso senza via d'uscita.

I fautori del federalismo affermano che dal momento che le risorse vengono utilizzate male, per forme di assistenzialismo improduttivo, o peggio arricchiscono le organizzazioni criminali, tanto vale chiudere i rubinetti. Così facendo si spera che gli amministratori incapaci, non potendo più comprare i voti, non vengano eletti. Insomma si pensa che, come in una favola, all'improvviso si sveglino dal torpore, si rimbocchino le maniche e vivano felici e contenti.
Su 92 capoluoghi di provincia 52 otterranno dei benefici dalla proposta di federalismo fiscale, mentre i 40 che verranno penalizzati naturalmente sono quasi tutti al Sud. Lo Stato complessivamente "risparmierà" circa 445 milioni di euro.
Un taglio drastico riguarderà il comune dell'Aquila (-66%), che perderà 26.294.732 euro rispetto al 2010, anno in cui ha beneficiato degli aiuti post terremoto. Napoli che è il Comune che riceve i trasferimenti statali più alti perderà il 61%, cioè 392.969.715 euro. Roma perderà 129 milioni (-10%), Palermo 185 milioni (-55%), Catania 62 milioni. In percentuale perderanno risorse Potenza (-55%), Messina (-59%) e Taranto (-50%).
Guadagneranno le città che hanno molte seconde case e un florido mercato degli affitti, che con la cedolare secca diventerà un'importante fonte di gettito per i Comuni.
Ecco spiegato il record di Olbia +180%, dai 9 milioni attuali ad oltre 25. Al secondo posto si piazza Imperia, con un +122%, poi Milano avrà un saldo positivo di 169 milioni (+34%), Parma (+105%), Padova (+76%), Treviso (+58%), Bologna (+40%), Siena (+66%), Firenze (+33%) e Venezia (+26%). Insomma piove sul bagnato.

Così il problema si aggrava, invece di risolversi. Diminuendo le risorse si pongono le basi per aumentare il divario e costringere i più capaci ad emigrare, in pratica si fanno pagare ai più deboli le colpe dei politici corrotti, senza avere garanzie di un reale cambiamento.
Le Regioni più ricche, in cui la qualità dei servizi è già soddisfacente, potrebbero utilizzare le risorse aggiuntive per ridurre le imposte e conquistare nuovi voti. A quel punto perché un imprenditore napoletano dovrebbe continuare a lavorare in Campania, dove già paga quasi il doppio di TARSU rispetto alla media nazionale? Lui come tanti benestanti, potrebbero trasferirsi dove la qualità della vita è migliore, ci sono più opportunità e si pagano meno tasse.
Quello che serve è una rivoluzione culturale, che parta dal basso e trasformi i sudditi in cittadini.
Basterebbe introdurre degli standard minimi di qualità dei servizi e l'equilibrio di bilancio come requisiti per poter mantenere le cariche elettive. Se i servizi sono scadenti o si sfora il bilancio si viene destituiti dall'incarico.
Con il federalismo in caso di bancarotta di un Comune o di una Regione alla fine tanto chi paga, se non tutti noi? Negli ultimi decenni il sud ha fornito al nord i fattori produttivi primari, come lavoro, capitali ed energia, adesso gli deve essere data l'opportunità del riscatto, rompendo i meccanismi clientelari e trasferendo risorse in modo produttivo. (vedi la "Verità sul federalismo")
Porre delle condizioni di efficienza e di efficacia a chi amministra serve a coniugare i principi democratici con quelli della responsabilità. In questo modo si otterrebbero risultati migliori per tutto il Paese, senza tagliare risorse a chi già ne ha meno.

 
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