C'era una volta un uccello e una bambina che l'amava. Sempre arrivava il momento in cui l'uccello incantato diceva: “Bambina, il volo mi chiama. Devo partire. È necessario che io parta perché il nostro amore non finisca. L'amore per vivere ha bisogno d'essere alimentato dalla nostalgia…”. La bambina piangeva sommessamente, ma capiva. Di fatto il loro amore cresceva tra partenze e ritorni. Le ali dell'uccello parevano instancabili, sempre alla ricerca di luoghi sconosciuti. Aveva già visitato montagne incantate, pianure di ghiaccio, deserti sconfinati, laghi, fiumi, abissi, castelli, santuari, una città incantata al confine tra sogno e realtà, il regno dell'eterna felicità, la landa dei draghi verdi e dei giganti gialli… Al ritorno egli raccontava le storie di tutti quei luoghi. La bambina che non aveva ali, volava nelle storie che l'uccello raccontava. Passarono anni. L'uccello invecchiò. Le sue ali non erano più quelle della gioventù. Se di mattino ancora desiderava volare, al tramonto sospirava di nostalgia. Uccello crepuscolare ormai, un desiderio nuovo sorse nel suo cuore: tornare definitivamente.
Il sole era all'orizzonte e Sirio splendeva in cielo. Fu allora che la bambina lo vide, con le penne incendiate dalla luce del tramonto. Dopo l'abbraccio egli le chiese qualcosa che mai le aveva chiesto: “Bambina, raccontami le tue storie nella mia assenza”. E fu così che per la prima volta lui fece silenzio e lei raccontò. Per molti giorni essi godettero del loro amore. L'uccello però non era più lo stesso: i suoi occhi non cercavano più gli orizzonti lontani, ma le cose semplici che c'erano in casa, che sempre c'erano state, ma che lui non aveva visto prima perché il cuore era altrove ed è il cuore a dirci che cosa si deve vedere.
E avvenne in un giorno qualunque che l'uccello all'abbracciare la bimba, sentì sulle sue spalle qualcosa che non aveva mai avvertito. “Che cos'è?”, domandò. Lei arrossì e rispose: “Ali, piccole ali… Stanno crescendo dietro le spalle”. Allora egli capì che la bambina si preparava a volare. La sua bambina stava trasformandosi in una farfalla. L'uccello sorrise un sorriso di gioia mista a tristezza. Sentì sulle labbra un leggero tremito, lo stesso che aveva visto sulle labbra della bambina quando lui le aveva detto per la prima volta voglio partire . Era giunta l'ora in cui lei sarebbe partita e lui sarebbe rimasto. Sarebbe stato lui allora colui che aspettava. Com'è dolente restare! La solitudine di chi rimane è maggiore della solitudine di chi parte! Chi parte va verso mondi nuovi, pieni di meraviglie sconosciute. Chi resta, resta in uno spazio vuoto, di oggetti vecchi, aspettando, aspettando, contando i giorni.
Arrivò il momento della partenza. La bambina, fluttuando con le grandi ali di farfalla, disse all'uccello: “Devo partire”. All'uccello venne voglia di piangere e trattenerla e dirle: “Non andare. Ti amo tanto” (e poi le ali erano fragili!)… Ma non fece nessun gesto. Sapeva che gli abbracci che non si sciolgono sono mortali per l'amore. Soffiò soavemente sulle sue ali: “Vola, mia bella farfalla”. Vedendola volare via, sorrise e si chiese: “Che storie mi racconterà al ritorno?”.
Rubem Alves
Inviato da: lienka
il 27/04/2010 alle 14:00
Inviato da: lasolitadani
il 05/11/2008 alle 15:01
Inviato da: L.u.c.e
il 19/08/2008 alle 10:18
Inviato da: principessa_fatina
il 23/06/2008 alle 17:50
Inviato da: ciao.manuciao
il 17/06/2008 alle 17:32