
di Andrea Basevi
Ho avuto la fortuna di frequentare Luciano Berio per un anno e mezzo andandolo a trovare a Firenze o a Milano quando lui vi passava Ho anche collaborato con lui per stendere la prima copia delle trascrizioni dei lieder giovanili di Mahler, e mi ha dato degli straordinari consigli. Perché volevo studiare con Berio, fargli vedere i miei lavori? Volevo assimilare in senso generale qualche cosa della musica. Avevo già incontrato una persona che ha cambiato molte delle mie idee musicali: l’etnomusicologo Simha Arom, che mi ha trasmesso l’umiltà del pensiero musicale. Credevo di avere la tecnica della composizione per così dire sotto mano, però volevo entrare più a fondo nella musica, come tuffarsi in un mare, e per me Luciano Berio rappresentava quel mare. Rappresentava un compositore che non era solamente colui che scrive della musica, ma un uomo che era la musica. A volte si ha la fortuna di incontrare persone di questo genere. Nel campo musicale possiamo trovare un artista straordinario, e se ne apprezzano le doti non solo in quanto legate allo strumento che suona, ma all’intelligenza in generale, al fatto che per lui la musica è un po’ come una casa da abitare e in questa casa tutti sono invitati. Luciano Berio, che nella professione musicale è stato un compositore e nello stesso tempo un direttore d’orchestra molto interessante, è una persona che abita la musica e dalla musica è abitato. Quindi il mio interesse a studiare con lui, a poterlo incontrare, era doppio: quello di farsi seguire da uno dei più grandi compositori viventi, quello di incontrare una persona che avrebbe potuto aiutarmi ad aprire ancor di più la mia ricerca. Io, come compositore, volevo essere il più ampio possibile, non avere steccati, ottenere una mia riconiscibilità, questo è chiaro, viaggiare nel bosco musicale prendendo una mia via, ma nello stesso tempo guardare quello che c’era intorno. Luciano Berio per me è stato questo. Pochi compositori del passato hanno così tanto guardato intorno a sé. Per esempio Bach o Mozart, che si sono interessati di tutte le forme artistiche intorno a loro, oppure Béla Bartòk, che alcuni critici hanno avvicinato a Berio, se non altro per l’amore e l’interesse che Berio ha portato verso la musica popolare e etnica in senso stretto. Ma chi si interessava in Italia negli anni ’50 di musica popolare era etichettato “di sinistra”. Berio è stato sì un vessillo della sinistra italiana ma il suo interesse per la musica etnica non era assolutamente di bandiea, lo spingeva semmai il suo onnivoro desiderio di esplorare tutto lo scibile musicale. E infatti l’etnomusicologo Simha Arom fu contattato da Berio per conoscere a fondo gli studi che aveva condotto sulla polifonia dei pigmei del Centro Africa, e in Coro, una delle più affascinanti composizioni di Berio, trova spazio in questo studio. Berio inserendo nella composizione questo suo interesse, lo apre a una serie di riflessioni. In ogni composizione c’è una polifonia (lui usa spesso questo termine) di pensieri, di idee: ci sono i suoi studi, i suoi interessi di quel momento, c’è la sua vita. E quella composizione non fa altro che prepararne una successiva. Sembra un dato ovvio che un compositore quando scrive un brano di fatto in qualche modo riviva il precedente, e nello stesso tempo preparari il successivo. Sebbene questo fatto è il più delle volte inconscio, in Berio diventa una delle “formanti” della composizione. Egli non ha assolutamente paura del materiale che ha usato precedentemente e non ha paura del fatto che il materiale che sta elaborando in quel momento possa servire per una successiva “ripopolazione”. Non parlo solamente della trascrizione, che per Berio è importantissima, ma credo vada sottolineato che Berio è un compositore non legato solo al presente. Parlo della possibilità di assimilare, di interessarsi a certe situazioni del passato per riproporle in veste nuova. Egli è stato uno dei compositori più attenti a rielaborare propri lavori per estenderli più “in avanti”. Come avviene con alcune delle Sequenze per strumento solista, che diventano parti dei successivi Chemins. In questo cammino il materiale della Sequenza viene commentato dall’orchestra, ampliato. Il concetto di fondo non cambia: è quello già caro a Berio del virtuosismo. Berio è un virtuoso, ama il virtuosismo non fine a se stesso, come ha sottolineato più volte, tant’è vero che uno dei compositori più interessanti per lui è Paganini. Che non solo ha cambiato la tecnica violinistica dell’Ottocento ma ha usato il virtuosismo non come un mero oggetto sonoro. Il virtuoso non è colui che fa note più veloci di un altro, ma che usa anche la “virtù” in maniera più ampia. Ho accennato più volte e sottolineato come alcuni verbi che ritornano nella poetica di Berio, come il verbo abitare, il verbo attraversare e poi il concetto di polifonia, rappresentino forme di pensiero che ritroviamo sempre in ogni suo lavoro. Abitare la musica. Dalle canzoni dei Beatles alle melodie siciliane, dai ritmi dei Pigmei alle canzoni dell’Azerbaijan: tutto un materiale che Berio ha usato e abitato. Questo stesso materiale è stato però assimilato diventando “altro”. Non stiamo parlando di una persona che usa la musica etnica come supporto alla sua, o come “colore”. A Berio infatti interessa far coabitare più forme. Quando parla di polifonie di situazioni, intende che esse vivono insieme. Per esempio in Sinfonia abita lo scherzo della 2° di Mahler che fa scaturire altre musiche di Berio stesso, di Boulez e di altri compositori. Coabitano forme e formule del passato insieme con suggerimenti per il futuro: la lezione di Berio, per alcuni compositori, e io mi metto fra questi, è quella che stimola ad andare avanti, indica che quella è la strada, di abitare la musica in maniera totale senza steccati, senza situazioni di intransigenza.
Inviato da: lienka
il 27/04/2010 alle 14:00
Inviato da: lasolitadani
il 05/11/2008 alle 15:01
Inviato da: L.u.c.e
il 19/08/2008 alle 10:18
Inviato da: principessa_fatina
il 23/06/2008 alle 17:50
Inviato da: ciao.manuciao
il 17/06/2008 alle 17:32