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L'angolo di Jane

Tutto su Jane Austen e sui libri che mi piacciono!

L'ANGOLO DI JANE

Benvenuti nel mio blog!

Questo spazio è dedicato a recensioni di libri e film, ai miei racconti,  a riflessioni personali di varia natura e soprattutto a Jane Austen, una delle mie scrittrici preferite.

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.
Sono il mare che di notte si infuria,
il mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.
Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell'orgoglio e dall'orgoglio tradito,
sono il re senza terra.
Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.

(Hermann Hesse)

 


 

 

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Verso un'altra estate - Janet Frame

Post n°1106 pubblicato il 22 Luglio 2013 da bluewillow
 

Titolo: Verso un'altra estate Titolo originale: Towards Another Summer Autrice: Janet Frame Traduzione: Giovanna Scocchera Casa editrice: Neri Pozza pag: 238


...e dalla loro baia tormentata
svaniscono i chiurli verso un'altra estate.
Ovunque tra luce e quiete mormora
l'ombra della partenza; l'orizzonte ci guarda;
E nessuno sa dove andrà a coricarsi la notte.


verso un'altra estateA questi versi del poeta neozelandese Charles Brasch deve il titolo di questo bellissimo, poetico, intenso romanzo di Janet Frame (1924-2004), una delle maggiori scrittrici e poetesse della Nuova Zelanda, candidata un paio di volte perfino al Nobel che però non vinse mai.
Janet Frame non ha mai ottenuto il riconoscimento svedese, ma ha vinto un premio di gran lunga maggiore nel corso della sua carriera grazie alla scrittura: la propria vita.
Nel 1951, a seguito di una errata diagnosi di schizofrenia, dopo una lunga degenza in un ospedale psichiatrico e dopo ben duecento elettroshock (esperienza che racconterà in prima persona attraverso volumi autobiografici), Janet Frame stava per essere sottoposta a lobotomia, ma proprio qualche giorno prima che l'intervento venisse eseguito vinse un importante premio letterario; il medico che la curava decise che non avrebbe potuto privare una persona capace di raggiungere un simile risultato delle proprie capacità e per questo una mente sensibile, delicata ed una scrittrice dall'immenso talento è stata restituita alla vita e alla letteratura.
L'esperienza della malattia mentale segnò però tutta l'esistenza di Janet Frame, nonostante gli importanti premi e i successi raggiunti con la scrittura, facendola costantemente sentire come qualcuno che viveva al limite fra due mondi: quello esteriore della cosiddetta normalità e quello interiore di una realtà soggettiva sempre sul punto di prevalere.
“Verso un'altra estate” fu scritto nel 1963, ma per volere della scrittrice, che affidò il manoscritto ad una fondazione che ne gestisce le opere, fu pubblicato postumo solo nel 2007, dopo la morte avvenuta nel 2004, perché Janet Frame riteneva che quanto contenuto nel libro fosse di natura troppo personale per essere pubblicato mentre era in vita: è infatti la confessione davvero molto intima del costante senso di inadeguatezza che perseguitava la scrittrice nell'intrattenere relazioni sociali, del senso di spaesamento e del panico provato anche solo nel condurre una semplice conversazione, della costante dicotomia fra mondo mentale e reale, percepiti in perenne lotta.

Il volume racconta di un week-end trascorso dalla scrittrice neozelandese Grace Cleave (alter ego della stessa Janet Frame) ospite in una località del nord inglese, del giornalista Philip Thirkettle, che l'aveva intervistata, e della sua famiglia, insieme cioè alla moglie Anne e ai due figli piccoli Noel e Sarah. Secondo questo articolo del Guardian, il giornalista in questione sarebbe stato Geoffrey Moorhouse che intervistò Janet Frame nel 1962.
Quella che potrebbe sembrare una normale visita di cortesia, diventa per Grace Cleave fonte di inesprimibile ansia e preoccupazione, ben consapevole che per quanto brava con la parola scritta quella invece affidata alla voce non fa che tradirla. “Verso un'altra estate” è il racconto del profondo senso di inabilità sociale di Janet Frame/ Grace Cleave, una donna che percepisce tutto con assoluta chiarezza e dettaglio, fino all'ultima sfumatura d'emozione, ma che riesce a restituire solo una piccola parte della sua ricchezza interiore, come se parlasse, nella vita comune, una lingua differente e non umana.
La più forte, importante e coraggiosa dichiarazione di questo libro è infatti la rinuncia di Grace Cleave/ Janet Frame ad appartenere alla razza umana: non è una donna, ma qualcuno a cui stanno spuntando le ali, un uccello che sta per migrare verso un'altra estate.
Il libro è tutto giocato sul doppio filo della descrizione degli eventi reali, raccontati in terza persona, e del flusso di coscienza, usato sempre in maniera assolutamente perfetta, che richiama molto la scrittura di Virginia Woolf, nel quale Grace/Janet  ricorre invece alla prima persona, attraverso rimembranze di eventi passati, legati soprattutto all'infanzia.
Durante il fine-settimana a casa di Philip ed Anne, osservando i due nel loro ruolo di genitori, sposi e ospiti, Grace viene trasportata costantemente nel passato, nel proprio stesso mondo famigliare, vissuto attraverso molte difficoltà economiche, la morte di alcuni parenti e i continui spostamenti dovuti al lavoro del padre come tecnico di locomotiva in Nuova Zelanda.
La Grace adulta e quella infantile spesso si confondono, come confusi diventano le parti di Philip e Anne, a volte genitori, fratelli della stessa Janet, quando il mondo interiore sembra sovrastare quello  esterno e Grace sente di essere profondamente, fino all'ultima fibra del suo essere, qualcuno a cui stanno spuntando le ali, un uccello che migra verso un'altra estate.

“Quando Anne disse “Oh, non esattamente”, Grace tremò di terrore, come se lei fosse Anne, mentre Anne non era se stessa bensì la madre di Grace, oh, non c'era alcuna disciplina di identità. Perché la gente oltrepassava sempre i propri giusti confini? Che terribile furto c'è stato nella mia vita, pensò Grace, che mi ha tolto il potere di stabilire confini, di saper distinguere tra individuo e individuo?”

A rimanere in entrambi i casi, interiore ed esteriore, è però il senso di incomunicabilità attraverso le parole, solo la parola scritta, quella in cui Grace Cleave è abile, forse non tradisce, non muta con il tempo ( non a caso il  nome della protagonista evoca con “grace” la grazia, l'abilità, ma anche ciò che spacca, divide con “cleave”).
Grace vorrebbe poter comunicare la propria sovrastante interiorità, ma ha paura di non essere compresa:

“Perché non dirglielo? Perché non spiegare? Si disse. Non desidero abitare il mondo degli uomini sotto mentite spoglie. Sono contenta di aver scoperto la mia identità dopo anni di confusione. Perché le persone dovrebbero avere paura, se mi confido con loro? Eppure hanno sempre paura e sono sempre invidiosi di chi finalmente trova la propria identità; li porta a riflettere sulla propria, al metterla al riparo, a coccolarla, per timore che possa essere presa in prestito o manipolata, e proprio nel momento in cui la proteggono si accorgono con sgomento che la loro identità non è nulla, è qualcosa che hanno sognato e mai conosciuto; e allora inizia la meticolosa ricerca – chissà cosa sceglieranno – una bestia? Un altro essere umano? Un insetto? Un uccello?”

Non ci sono parole esatte per descrivere quello che Grace/Janet prova, il linguaggio è quindi spesso ricco di metafore, di simboli e analogie che raccontano l'incomunicabile:

Nella mia mente dilaga una sostanza che cresce rapida, una sorta di concime propizio ai momenti abbandonati che sbocciano alti e improvvisi come gli alberi delle fiabe, e prima di un battito di ciglia ecco una foresta – uccelli, animali, persone, case, tutti germogliati da quel momento abbandonato, in un movimento rapido e al tempo stesso lento.
Quando la gente mi chiede “A cosa sta pensando?” io vedo un lampo di luce con la coda dell'occhio; e vedo scendere da quella nuvola, come re e regina da una carrozza, i venerati penseri vestiti per l'occasione.


La profonda bellezza della scrittura di Janet Frame è, oltre che nella sua lingua ricca di immagini, fiorita, fantasiosa, soprattutto nella sua assoluta onestà verso sé stessa, una sincerità a volte dolorosa, ma spesso anche molto autoironica: Grace Cleave è una donna stimata per il suo lavoro, ma che nasconde i propri libri nella dispensa, si vergogna se le mettono davanti un suo libro per firmarlo, sa che tutti attendono da lei parole sagge e piene di significato e proprio per questo diventa ancora più incapace di dire cose che abbiano senso e non riesce ad evitare di essere spesso buffa. Sente che dovrebbe darsi arie di importanza, ma viene facilmente scambiata per una domestica a spasso per Londra, si culla con fantasie di successo sociale e conversazioni brillanti, per poi ritrovarsi sempre  nella maglie strette della timidezza.

Questo libro mi ha fatto pensare che follia è il nome che si dà a chi dice solo la verità a se stesso, mentre normalità è quello di coloro che sanno proteggere il proprio io con la vanità, le illusioni e la menzogna.

Grace/Janet è una donna così fragile da fa venir voglia di abbracciarla, proteggerla: non a caso la scrittrice si lamenta del fatto che tutti sembrino sentirsi sempre in dovere di prendersi cura di lei.
Quello che mi ha colpita profondamente è l'umiltà di una donna che per il suo talento avrebbe forse avuto tutti i motivi del mondo per darsi arie di importanza, ma che invece riesce al contrario a sentire solo tutta la propria inadeguatezza per ciò che non sa fare.

“Verso un'altra estate” è una lettura commovente, divertente, ironica, una profonda riflessione sul linguaggio e sull'identità, di come questi siano spesso profondamente legati, di come possano porre limiti insopportabili, ma aprire anche prospettive di inaspettata libertà se si ha il coraggio di farsi crescere le ali e volare verso un'altra estate.

 
 
 
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