Per Giorgio De Chirico (1888-1978) l'arte era " ....come un'attività disinteressata del pensiero". Essa, infatti, " .... non interpreta o muta la realtà, ma si pone come realtà a sè stante, metafisica e metastorica". Un esempio sono " Le muse inquietanti", un dipinto del 1917. L'opera indica quanto il mondo di De Chirico fosse davvero enigmatico e inquietante. Egli " vero maestro degli enigmi" creava le sue opere con lo scopo di rivelare il significato profondo delle cose. Era ricerca e sperimentazione apprezzata e condivisa da molti. Definita, anche, da altri come " il travaso del sogno nella vita reale". De Chirico la chiamò metafisica. Che doveva essere, nella sua arte, una sorta di verità rinnovata o comunque quella verità che si cela "in ogni oggetto se solo si riesce a vederlo o immaginarlo al di fuori del suo solito contesto". Per esempio, una conchiglia posta su di un tavolo con altre suppellettili o una seggiola collocata sulla battigia di una spiaggia, al di fuori del loro proprio ambiente, possono suscitare particolari riflessioni o indurre nuove suggestioni, o ancora rivelare, a chi osserva, un significato o un valore diverso. E le conclusioni che ciascuno trae sono un arricchimento e la conquista di una grandezza che l'artista dona agli altri come a se stesso con gratuità. Giorgio De Chirico nacque a Volos in Grecia dove suo padre lavorava come ingegnere ferroviario. Dopo la morte del padre visse prima a Milano nel 1906 e poi a Firenze. Sensibile agli affetti familiari fu legato soprattutto a suo Fratello Andrea. Se i suoi primi lavori di pittura risalgono al 1909, fu il 1910 l'anno in cui cominciò a frequentare l' Accademia di Belle Arti una volta trasferitosi a Monaco. Vennero, quindi, gli anni dello studio del pensiero di Nietzsche e di Schopenhauer e apprezzò la pittura di Arnold Bocklin (1827-1901), simbolista e estimatore dell'arte classica. Queste esperienze maturarono le teorie artistiche di De Chirico che, evidentemente, traevano linfa vitale oltre che dal suo talento e dalla sua inclinazione anche e molto dalla colta preparazione letteraria. Più di tutto il suo proggetto artistico prese vita dall'orgoglio e dall'amore sincero per l'arte italiana. Egli, soprattutto, prediligeva la tradizione plastica del Trecento e del Quattrocento. Perchè bisognava tornare alla cura della forma, del volume e del " disegno che è l'arte divina, base di ogni costruzione plastica,scheletro di ogni opera buona, legge eterna che ogni artefice deve seguire", " disegno vuol dire disciplina, tecnica, esercizio". E per questo De Chirico amava precisare:" Pictor classicus sum". E auspicava che ogni sua opera fosse sempre ascritta al filone della tradizione classica ossia fondata su rigore, ordine e mestiere appresi dai grandi del passato. E il suo rinnovarsi continuo nei modi e nelle tematiche non gli impedì, negli anni della maturità compiuta, di ripercorrere la sua pittura enigmatica all'insegna della metafisica e della classicità. Nel 1917 nacque ufficialmente la pittura metafisica. Per quanto ne fosse ideatore e teorico lo stesso Giorgio De Chirico non mancò l'adesione di Carlo Carrà, reduce dall'esperienza futurista; e di suo fratello Andrea che, tenace e convinto sostenitore delle teorie di De Chirico, firmava le sue proprie opere di letteratura e di pittura con lo pseudonimo di Andrea Savinio. Nel 1918 il gruppo accolse anche la partecipazione di Giorgio Morandi. Giorgio De Chirico scriveva:" La nuova pittura metafisica, sorta ora per opera di pochi artefici italiani, si libera da ogni vincolo e apre la via ai più nuovi lirismi, mantenendosi, in quanto alla forma, in quella costruzione severa e solida che è come l'infaticabile segno di riconoscimento di un'opera veramente duratura". La metafisica di De Chirico contribuì a dare nuova dignità e regola rinnovata all'arte europea. Alberto Savinio scriveva di suo fratello De Chirico e di Carrà:" Il proprio dell'arte di questi pittori è pienezza di rappresentazione della necessità spirituale nei suoi limiti plastici....". E, sempre Savinio, sulla propria attività di artista precisava:" Chi ha visto le mie pitture, chi ha letto i miei libri, chi ha udito la mia musica, sa che mio unico compito è dare parole, dare forma e colori e una volta era pure dare suoni a un mio mondo poetico. Nessun altro dei tanti fini delle arti mi riguarda...cerco di dipingere sempre meglio". E Carlo Carrà inguaribile estimatore del Tre-Quattrocento e artista irrequieto e appassionato ancora nel 1916 scriveva:" ...Per me Giotto dev'essere pei giovani pittori la prova del fuoco...se tu sensibile sei alla bellezza raffigurata e ti avvenisse di veder un fresco di Giotto.... ti sentirai nascere una voglia matta in animo di accarezzare con la mano la bella materia che forma il dipinto di quel massiccio visionario trecentista. E ti avvedrai che quella pittura cosa pregevole e molto spirituale tuttavia rimane. E uscendo da quegli ambienti per le vie, sentirai la viva attrazione a quel silenzio sereno e ben composto. E non soltanto per qualche giorno ma per tutta la vita ti sentirai portato ad accarezzare, come t'avviene di palpare quella saporosa forma, tutte le forme vive delle cose che ti circonderanno.... nel silenzio magico delle forme di Giotto la nostra contemplazione si riposa; l'estasi si germoglia, e a poco a poco si risolve nell'anima schiarita".