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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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SE LE PIETRE POTESSERO PARLARE

Post n°237 pubblicato il 19 Aprile 2006 da bargalla
Foto di bargalla

Incisa nella pietra del campanile di una chiesa di questo estremo lembo di terra proteso nel mare, c'è una frase che dice:
"Se non sei pietra accetta ciò che io, pietra, ti dico".

E allora se queste pietre potessero parlare direbbero di mani ruvide, callose, capaci, mai rozze e sempre vigorose; direbbero dei contadini che le hanno raccolte e con amore allineate in anni di duro lavoro lungo i sentieri di questa campagna flagellata dal vento e baciata dal sole e dei muretti a secco che hanno generato.
Direbbero dei "furneddhri" (gli antenati più belli e possenti dei più noti trulli) di queste antiche dimore rurali rotonde, con la volta a cupola, sperdute nei campi pietrosi  per secoli alloggio e rifugio insieme per uomini e armenti.
Direbbero di ignoti costruttori senza storia né tempo, depositari fedeli del segreto della chiave di volta, delle architravi e degli archi a tutto sesto; retaggio di una civiltà pacifica, agreste e contadina che l'incuria dell'uomo ha tante volte cancellato.
Direbbero di terreni incolti e spietrati per essere coltivati e di foreste di ulivi secolari come monumenti eretti ad una Madre Natura mai avara, mai matrigna, sempre prodiga con i figli purtroppo sempre più spesso degeneri.
Direbbero della roccia da cui sono nate e di chi dal  profondo con fatica le ha cavate per cercare un prezioso rivolo d'acqua che potesse trasformare gli aridi campi in fertili zolle di terra rossa.
Direbbero di valenti scalpellini, quasi tutti sconosciuti e senza nome; delle mani che le hanno plasmate, scolpite e ricamate seguendo la trama  preziosa di un barocco senza più maestri e di case signorili, di balconi, di balaustre, di corti e di giardini segreti e solatii.
Anche le pietre, allora, possono avere voce, anche queste pietre coperte di licheni e affioranti fra i ciuffi d'erba parlano; docili come un libro si aprono per raccontare il cuore fossile della vita che fu, conchiglie raggrumate nell'arenaria, creature di un mare che all'orizzonte lento si muove come a voler custodire e proteggere per sempre questo scrigno di pietra da sempre e da tutti violato.
Anche i tronchi contorti degli ulivi possono parlare, ne avrebbero di storie da raccontare se solo avessimo il dono di ascoltare lo stormire del vento fra i rami d'argento.
Può avere voce e suono ogni cosa che alla terra appartiene: che sia Terra Madre, oppure soltanto un tragico approdo, un transito incerto, una precaria dimora, una terra d'asilo o di nessuno.
Le voci della terra sono come le voci di una donna: hanno il timbro caldo, dolce e lieve di un sussurro e di un respiro.
Si spengono e si perdono se qualcuno non le stringe fra le sillabe di un verso, non le abbraccia nel grumo caldo di un rosso tramonto, non le annoda nell'armonia festosa di un canto senza fine per poi finalmente scioglierle come una preghiera al baluginare dell'alba, nella calura del meriggio o al chiarore della luna.

 
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