Creato da bargalla il 30/01/2005
"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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SOLSTIZIO D'ESTATE

Post n°285 pubblicato il 21 Giugno 2006 da bargalla
Foto di bargalla

Nel giorno del solstizio d'estate nel momento in cui il Sole raggiunge lo zenit tutti i raggi sembrano convergere verso un punto indefinito in cui la luce incendia, senza bruciarlo, un lembo di terra rossa protesa fra due mari. L'alfabeto sconosciuto di una magica effemeride ne conserva l'ancestrale, litica memoria, un territorio segnato da dolmen e menhir custodisce il segreto del Cielo e della Madre Terra.
Fra questi ulivi, fra le infuocate zolle di una terra antica echeggia nel silenzio del cuore il canto di un cieco aedo che affida ad una Musa i mitici versi di un epos senza fine.

Ritorna alla mente il confuso recitar di strofe ormai slegate le une dalle altre, egloghe, giambi e ditirambi, frammenti di lirici greci senza più senso, senza più accenti né metrica alcuna che un severo docente voleva restassero impressi nella memoria di tutti: "scolpiti" diceva, dovete scolpire nella memoria i versi che mai più nessuno scriverà.
E' rimasto ben poco di quel pathos ionico che ha sfidato i millenni e i confini di queste sponde, terra d'approdo, terra di greci e bizantini, terra di tutti e di nessuno.
Calliope forse continua ad ispirare gli oscuri cantori delle umane contese, senza più toccare però il cuore dei tanti, chiari mestieranti che saccheggiano senza pudore l'antico retaggio dei classici eterni.
Un rito pagano accompagna il mio solstitium aestatis, l'etimo del quale per assonanza fonetica quasi per magia diventa anche quest'anno stultitia aetatis, l'inevitabile precipitare nel tempo in cui tutto sembrava (ed era) possibile; cadere e indugiare su quei passi è ormai la mia unica ragion d'essere.
Ricordare, ancora ricordare per non spezzare mai quell'esile filo che ancora mi lega ad un'ombra che vaga silente e fugge sempre via dalle pagine di libri che non oso quasi più sfogliare.
Il sole declina verso l'alto e sembra restarci, immobile nella regale attesa di un'altra stagione, nell'ossessivo, tormentato ricordo di quelle già trascorse all'ombra di una ninfa che ora si bagna nelle acque di un dolce rimpianto.
Il ricordo più intenso diviene nella ricorrenza di un incontro in riva a questo mare, nel luogo in cui la terra finisce e inizia il "de finibus terrae", il luogo-non luogo, che nessun navigante dovrebbe mai violare senza prima aver invocato gli Dei Immortali.
Leucade, anche oggi vengo a bere alla tua fonte di luce da cui non sgorga altro se non la vampa accesa di un lucore che balugina fino a spegnersi veemente fra le onde, nell'elemento primigenio che da sempre si muove e accarezza queste sponde e i confini del cielo.
Sfioro quest'acqua che mi parla di mille isole lontane, racchiuse in una goccia di mare Nostrum e di Egeo, di Itaca e di te, Nadia, che volutamente il nome mille volte storpiai per chiamarti Naiade, come le ninfe figlie di Zeus protettrici di un matrimonio che non ci fu mai.  
Dove sei "stoltezza della mia età" ragione degli anni miei senza ragione, anni di follia, di amore perduto e lontano, mai ritrovato eppure vicino.  
Tutto s'acquieta nel silenzio di questa sera, come in certe cattedrali all'ora di compieta, un sospiro ricacciato in gola si smorza come lo stoppino di una candela senza più cera.
L'estatico stordimento del solstizio d'estate lascia il posto alla notte e ai sogni infranti di una "stultitia aetatis" che è già immaginazione.  

 
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