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SONO TUTTI "CASA-CHIESA"

Certe notizie sono musica per le mie orecchie, quando le leggo sembra che le abbiano scritte per soddisfare un mio intimo piacere e la cosa, invero, non può che stuzzicare il mio interesse poiché tutte le notizie riguardanti l’impero papalino e le sue tentacolari ramificazioni, mi consentono di approfondire l’argomento che certi lanci di agenzia sfiorano appena e di ampliarlo successivamente, concedendomi quindi la gioia e l’opportunità di formulare l’ennesima, periodica, personalissima invettiva contro il clericalume imperante, contro i “mercanti di un tempio” che, pietra su pietra, col simoniaco commercio del sacro, sono riusciti a trasformare “la casa” di Dio, a variarne l’originaria “destinazione d’uso” e a farla diventare l’attuale “spelonca di ladri e briganti”.
Il Figlio dell’Uomo non aveva nemmeno “un sasso dove posare il capo” ma loro, mattone dopo mattone, sono riusciti a metter su un impero immobiliare al cui confronto anche i palazzinari della Roma prelatizia e quelli che hanno cementificato “il bel suol d’amore” isole comprese, rischiano di fare la figura dei dilettanti e degli apprendisti “muratori”.
Una chiesa costruita sulla pietra, ma anche sul mattone: è questa la conclusione cui è giunta un’inchiesta pubblicata tempo fa dal settimanale “il Mondo” che ha indagato sulla svolta “immobiliarista” del vaticano. Nei cosiddetti palazzi apostolici, da qualche anno a questa parte si è diffusa la consapevolezza del valore intrinseco nascosto nell’immenso patrimonio immobiliare della chiesa catto-vaticana: collegi, conventi, seminari dismessi e disabitati, insieme a migliaia di appartamenti, terreni, palazzi, spesso ubicati in zone di pregio, che ogni anno arrivano sotto forma di donazioni ad infoltire il ricchissimo patrimonio di una chiesa che predica la povertà senza sapere dove sta di…casa.
Le proprietà riconducibili alla chiesa cattolica, ovvero quelle direttamente o indirettamente di proprietà della cosiddetta santa sede insieme a quelle di diocesi, capitoli ordini e confraternite arrivano a superare un quinto dell’intero patrimonio immobiliare italiano, a Roma con ogni probabilità, la percentuale è ancora più alta.
Da quando, nel 2002, alla guida dell’Apsa, l’amministrazione del patrimonio della sede apostolica, si è insediato il cardinale attilio nicora, un vero squalo della finanza papalina, il vaticano ha iniziato a guardare con occhi nuovi al suo patrimonio immobiliare: non più una tentacolare e paziente opera di accumulazione della “roba” ma speculazioni immobiliari e finanziarie in grande stile dai contorni a volte tutt’altro che chiari, che hanno però contribuito a tenere a galla e a consolidare i bilanci dello stato pontificio.
I 47 milioni di euro incassati tra il 2004 e il 2005 da ristrutturazioni, razionalizzazioni e “messe” a reddito delle proprietà Apsa, hanno permesso di coprire le perdite costanti di Osservatore Romano e Radio Vaticana, di ripianare i relativi bilanci e di chiuderli in attivo.
Le proprietà dell’Apsa ammontano ufficialmente a pochi milioni di euro, ma ovviamente si tratta di una stima per difetto perché le proprietà sono iscritte a bilancio secondo il loro valore storico e al catasto vengono registrate come abitazioni “popolari” o “ultrapopolari” quelli che sono pregevolissimi edifici ubicati nel pieno centro storico di Roma. Qualche esempio? Sono di società riconducibili all’Apsa, gli edifici che ospitano la Direzione Generale dell’Antimafia (sic) e alcuni uffici del Ministero dell’Interno.
Ma, nota il settimanale il Mondo, il vero potere dell’Apsa non sta nelle sue proprietà, ma nel “potere di indirizzo enorme” che esercita sul patrimonio degli oltre 30 mila enti religiosi attivi in Italia. Solo a Roma il Mondo elenca “400 istituti di suore, 300 parrocchie, 250 scuole cattoliche, 200 chiese non parrocchiali, 200 case generalizie, 90 istituti religiosi, 65 case di cura, 50 missioni, 43 collegi, 30 monasteri, 20 case di riposo, 20 seminari, 18 ospedali, 16 conventi, 13 oratori, 10 confraternite, 6 ospizi”.
E l’elenco potrebbe continuare a lungo tenendo conto degli immobili e dei terreni non religiosi: 20.000 nella sola Capitale.
Per far fruttare questo immenso patrimonio, il vaticano e gli altri organismi ecclesiastici, da bravi speculatori, hanno cominciato a vendere, ma non a tutti, beninteso!
Gli acquirenti degli immobili vaticani, un gruppo di intermediari relativamente ristretto, ben introdotto e ammanigliato con le porte delle "sacre" stanze, devono avere la benedizione e il gradimento della curia.
Tra questi chiacchierati mezzani, un ruolo preminente sembra averlo l’unico superstite dei “furbetti del quartierino” (toh! chi si rivede) tale giuseppe statuto, che tramite una serie di società a lui riconducibili, ha rilevato numerosi immobili di pregio dismessi da ordini e conventi; inoltre ritroviamo il “Gruppo Re” una Spa che da una ventina d’anni, offre consulenze economiche e servizi immobiliari, finanziari e gestionali tagliati e cuciti su misura per ecclesiastici e ordini religiosi con un giro d’affari in costante crescita e forti legami con i gruppi bancari che contano in Spagna, il Banco di Bilbao e quello di Santander, a loro volta da sempre partner privilegiati dell’Opus Dei.
Il cardinale attilio nicora, amministratore del patrimonio della sede apostolica, si è fatto le ossa nel mondo finanziario nel corso degli anni ’90, quando era assistente spirituale del gruppo milanese “Cultura, etica e finanza”.
Ovvero come unire l’utile al dilettevole.
Il signor cardinale è anche molto legato al signor angelo caloia, presidente dello Ior (il famigerato istituto per le opere religiose (vi dice niente paul marcinkus?) altro “uomo forte” della finanza catto-vaticana.
Proprio lo Ior, come da tradizione, è l’oscuro protagonista di un un’altra operazione poco chiara descritta dal settimanale il Mondo: “Alcuni stabili della periferia nordest di Roma…sono stati apparentemente venduti alla Marine Investimenti Sud, una piccola Srl controllata dalla lussemburghese Longueville che a sua volta fa capo alla Neldom Company di Montevideo, Uruguay. Gli affitti, però, continuano ad essere versati sugli stessi conti della banca del Vaticano.”
L’inchiesta presenta anche tre “casi di studio”: Loreto e le spericolate operazioni immobiliari ed economiche del ciellino monsignor giuseppe danzi; l’ascesa negli Stati Uniti dei fratelli follieri che col loro gruppo immobiliare assecondano la necessità di fare cassa della chiesa cattolica e acquistano i beni immobiliari dismessi di proprietà di diocesi e istituzioni ecclesiastiche e li “convertono” in abitazioni, centri sociali e comunitari e, terzo caso, il boom edilizio di San Giovanni Rotondo, dove i frati cappuccini, contagiati dalla febbre del mattone, dopo la canonizzazione di Padre Pio e la crescita esponenziale del numero dei pellegrini, sono stati “commissariati” dal vaticano che, inviando il vescovo di Manfredonia, ha inteso ribadire che sul Gargano, come altrove, non si muove foglia che il vaticano non voglia.
I frati, infatti, erano rimasti invischiati in varie operazioni poco trasparenti e la cosa risulta ancor più grave se si considera che nel frattempo si è verificata una drastica diminuzione del numero dei pellegrini e, di conseguenza, una contrazione degli incassi.
Fin qui l’inchiesta de il Mondo, ma fra sanatorie e condoni berluskoniani, cambi di destinazione d’uso, sfratti poco cristiani e contenziosi giudiziari con gli inquilini, la febbre del mattone della chiesa cattolica rischia di avere un impatto pesantissimo, in particolare, sul centro storico di Roma. Gli enti ecclesiastici, infatti, stanno cercando da anni di liberarsi dagli storici locatari che risiedono negli antichi palazzi romani affittati a prezzi da “equo canone” e decisamente poco redditizi per le casse papaline, per trasformarli in ben più remunerativi e fruttuosi alberghi, residence e bed and breakfast.
Quello del turismo religioso è un affare estremamente lucroso per la ricchissima e ipocrita chiesa di herr ratzinger e non solo per l’aumento dei pellegrini in arrivo nella città dei “furbi e degli orbi” che la foraggiano come al tempo di Martin Lutero, ma anche in applicazione di una contestatissima norma introdotta dal governo berluskoni in una delle sue allegre e creative finanziarie, con la quale si consente, per grazia ricevuta, che tutti gli immobili di proprietà ecclesiastica ubicati su tutto il suolo patrio aventi finalità non solo di culto ma anche commerciale, non paghino l’Ici.
La norma doveva essere abolita dal governo di centrosinistra presieduto dal tartufo “romano” ma, come spesso col suo governo accade, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e la politica clericale dei teo-dem e dei loro reggimoccoli, è riuscita di nuovo a metterci lo zampone: nel decreto che aboliva l’esenzione dell’Ici c’erano, quando si dice il caso, delle “difficoltà interpretative e applicative” in seguito alle quali è stata istituita una commissione ad hoc incaricata di sciogliere l’ennesimo mistero “gaudioso” per la chiesa cattolica, il tutto senza porsi limiti di tempo e intanto la vecchia norma resta naturalmente in vigore con gaudio "magno" dei ristoratori e degli affittacamere clericali.
Ma, tranquilli, non c’è solo l’esenzione Ici ad allietare le mense imbandite del ricco epulone papalino, gli enti religiosi, tanto per cambiare, godono anche di una riduzione del 50% dell’Ires, Imposta sul Reddito delle Società, come ad esempio l’affitto di camere ed appartamenti. A queste condizioni di estremo favore, è facile capire perché molti ordini ed istituti religiosi stiano cercando di riconvertire a finalità turistico-alberghiero, conventi e seminari svuotati dal provvidenziale calo delle vocazioni: in tutta Italia sarebbero 3.300 le “case per ferie” gestite da enti religiosi, con un giro d’affari di 4,5 miliardi di euro e una ricettività di 200.000 posti letto.
Evidentemente i clerico-immobiliaristi col pallino dell’investimento diversificato e a lungo termine, con speciale predilezione per i beni rifugio, hanno interpretato alla lettera quel “tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia chiesa” attribuendo a quella promessa che forse intendeva pubblicizzare valori diversi da quelli attribuiti ai beni materiali, la valenza di un volgare slogan pubblicitario che (nei secoli dei secoli, amen) ha permesso loro di conquistare più di un quinto del patrimonio immobiliare. Non solo, sono riusciti a far “firmare” dalla controparte, dei contratti “capestro” e vessatori, ottenendo, ma sarebbe meglio dire “estorcendo” delle condizioni estremamente vantaggiose che li porta a godere di benefici fiscali e tributari, sconosciuti ai comuni sudditi italioti che devono così pagare quel che loro “legalmente” evadono ed eludono col beneplacito di uno Stato bacchettone e bigotto.
Una chiesa saprofita e profittevole, a carico di uno Stato, presunto laico, in cui il partito dei vescovi, per bocca del suo segretario signor betori, si dice indignato e respinge le accuse di favoritismo fiscale mosse dalla Commissione Antitrust dell’Unione Europea che qualche settimana fa, ha inviato al governo italiano una lettera con la quale chiede spiegazioni sui benefici tributari che l’Italia concede alla chiesa cattolica, uno dei quali riguarda espressamente le esenzioni Ici per gli edifici non di culto degli enti ecclesiali.
E’ presto per parlare di una possibile apertura della procedura d’infrazione, anche perché il governo in carica si guarda bene dal rispondere ad una richiesta che non prevede limiti di tempo, tuttavia l’Antitrust europeo è deciso ad approfondire la questione e a valutare se le esenzioni fiscali in questione violino le regole comunitarie sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato. In quest’ultimo caso, Bruxelles potrebbe imporre di porre fine a tali agevolazioni che riguardano anche le altre religioni ed associazioni con le quali lo Stato italiano ha sottoscritto un qualche accordo per le attività no-profit.
Una iniziativa subito stigmatizzata dal clericale bollettino del vescovi che, giova sempre ricordarlo, si avvale dei cospicui finanziamenti elargiti dallo Stato-Pantalone con la Legge sull’Editoria, il quale giornale in un corsivo anonimo parla di “maligne deformazioni”.
Mi chiedo a questo punto chi “deforma”: se un’Istituzione laica e sovranazionale che vuol vederci chiaro nel comportamento censurabile di uno Stato membro, che permette ai reverendi italioti di non pagare le decime, oppure il suddetto segretario del partito dei vescovi che in modo molto “performante” assimila la sua chiesa-stato, notissima multinazionale con tanto di banca, di prelature prefettizie e di interessi economici sparsi per il mondo, ad un “ente no profit”.
“Il problema non riguarda la chiesa cattolica – dice l’esimio betori – ma gli enti non profit. Riguarda, inoltre, tutte le confessioni religiose che hanno stipulato l’intesa con lo Stato, in quanto assimilate agli enti non profit. Per cui è falso dire che è un problema della chiesa cattolica nei confronti dell’Ici. E’ piuttosto un problema degli enti non profit nei confronti dell’Ici…La chiesa – continua il signor betori – paga l’Ici per tutti i locali che vengono utilizzati da enti ecclesiastici a fini commerciali” ma (c’è sempre un ma) “come tutte le chiese e tutti gli enti non-profit è esente dall’Ici quando invece svolge attività sociali senza fini di lucro (sic!) anche se queste attività vengono svolte con modalità che, per determinati adempimenti, coinvolgono aspetti fiscali.”
Annuncia quindi, la disponibilità della chiesa cattolica ad una ricognizione sulle attività legate agli enti ecclesiastici da condurre in collaborazione con il Ministero competente; infatti, non si sente di escludere, bontà sua, che nel calderone solidaristico-assistenziale, qualcuno (chi?) faccia passare per beneficenza anche delle iniziative promosse con l’intento di lucrare sfruttando i bisogni della povera gente.
Vi dice niente l’otto per mille alla chiesa cattolica e l’irrisoria, frazionale quota che i vescovi destinano ai cosiddetti “interventi caritativi”? Prima si spartiscono fra loro il grosso della torta e poi lasciano cadere solo le briciole a quel Lazzaro che è pur sempre il protagonista della loro “pubblicità ingannevole”.
Campioni di arrampicata sugli specchi dell’ipocrisia, non c’è che dire!
Per puntellare questa arrampicata, il signor betori cita come esempio le mense della Caritas che “offrono pasti gratuiti ai poveri tramite la stipula di convenzioni comunali, per cui i Comuni non possono far pagare la tassa Ici per questi locali”.
Ergo, esercitando le funzioni di un ente no profit, la chiesa cattolica si ritiene esent…Ici.
Non tutti la pensano così da quelle parti, se perfino il signor Giovanni Nervo, ex presidente di quella benemerita organizzazione che è la Caritas , invita la “Cei ad affrontare con coraggio e chiarezza la questione e a dare un’informazione oggettiva e concreta per evitare che la comunità cristiana sia scandalizzata, con rischi per la stessa attività pastorale della chiesa”.
Ci vorrebbe una buona dose di ingenua fantasia per considerare la chiesa cattolica un ente no profit, ma a fronte di una così spudorata difesa a spada tratta è sperabile che l’Antitrust dell’Unione Europea vada fino in fondo e cancelli un assurdo privilegio.
Si straparla tanto di equità fiscale e di lotta all’evasione, ebbene l’Italia è piena di riccastri più o meno noti e fra questi bisogna iscrivere d’ufficio la chiesa catto-vaticana; a costoro bisognerebbe impedire di attingere al pozzo di san Patrizio, prelevando nel contempo il denaro che serve dai loro forzieri per far quadrare i conti dello Stato senza più finanziarie draconiane alla Padoa Schiopppa che colpendo i lavoratori a reddito fisso, fanno solo il buon gioco di chi difende il proprio orticello e le relative rendite di posizione.
Nel Dpef presentato oggi si parla di riduzione generalizzata dell’Ici sulla prima casa, un contentino che forse vedrà la luce l’anno prossimo; in prospettiva, però, non può che esserci l’eliminazione totale o parziale dell’Ici sulla prima casa detraendo del tutto l’Ici dai redditi fino a 50 mila euro e del 50% per i redditi fino a 100 mila euro.
Il costo stimato dell’operazione sarebbe considerevole: 500 milioni di euro nel primo anno e 250 milioni negli anni successivi.
I soldi ci sono, ci sarebbero, e sono facilmente reperibili al solito indirizzo: chiesa & affini, giacché la copertura potrebbe essere agevolmente garantita e assicurata con l’eliminazione della misura introdotta dal governo berluskoni sull’esenzione del pagamento dell’Ici per gli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici, con un incremento del gettito fiscale a favore dello Stato calcolato su oltre 600 milioni di euro all’anno.
E per una buona volta: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
Inviato da: ossimora
il 06/07/2014 alle 17:07
Inviato da: ossimora
il 23/03/2012 alle 02:52
Inviato da: chiaracarboni90
il 31/05/2011 alle 10:51
Inviato da: fantasista76
il 03/11/2010 alle 08:33