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| « LA MAGIA DI UN VERSO | "IN VESTA DI PASTOR LUPI RAPACI" » |
TANTO CALDO, UN PO' DI MARE E UNA STORIELLA ZEN
Caldo torrido, l’estate bollente evapora nel clou di una stagione che spara temperature da miraggi dove “l’oasi” al netto di ogni riflesso condizionato dall’avventura fra dune e deserti di sahariana memoria, svuota le strade e le piazze dei paesini dell’entroterra salentino come in certi quadri di De Chirico in cui le rade ombre si allungano sotto un sole che picchia implacabile in uno scenario irreale dove anche il solito semaforo che lampeggia a intermittenza sembra avere un certo che di metafisico regolando un traffico pressoché assente, mentre di converso, sulla costa ferve l’irrespirabile movida e il caos del clima vacanziero impazza nella torva e sguaiata allegria di un divertimentificio aperto h 24 col sottofondo di qualcosa che definiscono “musica”: un fragoroso deserto fatto di pizzerie, spiedinerie, spaghetterie, creperie, diavolerie, cafonerie e chiasserie varie.
L’habitat ideale dove il “tipo da spiaggia” pluritatuato assurge a normotipo della sottocultura italiota, infarcita di politici briatorizzati e di damigelle che d’onore non sono, avendo, le poverine, appreso l’arte del meretricio ad una scuola dei dis-valori, dove tutti “crescono e si prostituiscono” cittadini onorari di berlusconia, il paese delle vongole e delle banane: il resto è tutto grasso che cola intorno ad un terziario non sempre all’altezza del paesaggio da favola che il Buon Dio ha concesso a questa povera Italia, ma che trova il suo business nello sfruttamento del pubblico demanio “privatizzato” e dato in concessione a personaggi che sembra abbiano trovato un’altra gallina dalle uova d’oro e tanti polli da spennare.
Di veramente reale e naturale in questo periodo c’è solo il gran caldo che è pur sempre il prodotto di una stagione, l’estate, nel cui etimo c’è l’evidente traccia di una magica corrispondenza fra nome ed essere, trovando per l’appunto nel termine latino aestas-aestatis, il lemma che per alcuni riporta al verbo aestuare (avvampare) per altri al tema aestus (calore) ma che per tutti significa semplicemente estate, il trionfo della luce, del sole e del calore che con la processione solstiziale fa il suo ingresso trionfale nel segno zodiacale del Leone concedendo alla Natura tutta, un periodo di meritato e feriale riposo.
La canicola di questi giorni è da attribuirsi alla presenza del “gobbo” africano, dicono gli esperti meteo, facendo così intendere che l’anticiclone africano, a dispetto delle leggi razziste e legaiole, si è spinto fino alle nostre latitudini, portando delle ondate di calore, delle “anomalie termiche” che ogni giorno fanno registrare picchi sempre più allarmanti, in un crescendo di massime in cui i 40 e più gradi all’ombra registrati fra domenica e oggi, fanno il paio con i quasi 28 gradi della superficie del mare del Golfo di Taranto che in certi punti e in certe ore del giorno, sembra davvero, per dirla in gergo salentino, una “sciotta” una “brodaglia” dove anche il refrigerio diventa relativo. L’ideale sarebbe bagnarsi in specchi di mare in cui sfociano sorgenti d’acqua dolce. Porto Selvaggio è uno di questi, per arrivarci bisogna scarpinare parecchio, ma ne vale la pena, non fosse altro perché poi la pineta offre la possibilità di rilassarsi senza l’assillo di ticket e spese extra che spesso sono un furto legalizzato.
Se a ciò si aggiunge l’affollamento di certe rinomate località balneari che in questo periodo ospitano anche un ministro (toh! Massimo, guarda chi si rivede!) allora anche le vacanze, che dovevano essere di tutto riposo, diventano stressanti e “la presa della battigia” un’impresa davvero ardua da realizzare sia pure a fronte di una spesa che, secondo i dati diffusi dall’Adusbef ha raggiunto livelli insopportabili per l’economia domestica.
I forzati della tintarella con un sole come questo, hanno comunque buon gioco nel raggiungere il punto giusto di cottura e alcuni di loro, malgrado l’uso di creme dall’alto coefficiente di protezione, rimediano delle vere e proprie scottature a macchia di leopardo; per un “viso pallido” che normalmente soggiorna oltre la linea gotica, il rischio dell’effetto gamberone paonazzo è più alto rispetto ad un terrone col pallino dell’abbronzatura.
E fra i quali forzati non è raro trovare qualche incosciente che s’inventa “ricette fai da te” spalmandosi con il latte ricavato dalle foglie di fico misto a birra, olio o limone, per accelerare un processo abbronzante che in realtà è solo urticante e procura delle vere e proprie ustioni che lasceranno un triste e visibile ricordo.
Il mare è all’orizzonte, per il momento lo guardo immaginando quel che colà succede, mi sembra quasi di sentire la risacca e pregusto il momento in cui anch’io andrò in ferie, a fine agosto, come sempre, perché vivendo in campagna, in questo periodo ho il mio bel da fare per cercare di attutire gli effetti di questo caldo da codice rosso innaffiando e irrigando le mie piante, alcune delle quali, mostrano purtroppo i segni dell’eccessiva insolazione.
L’immagine che conservo di queste ore, mi è data dal comportamento delle lucertole e degli uccelli (i passeri sembrano usciti dallo spot di una nota acqua minerale) che, noncuranti della mia presenza, approfittano dell’acqua che gocciola dall’impianto di irrigazione e si avvicinano per bere.
La sete è più forte del timore di un attacco da parte di un potenziale “predatore” quale dovrei essere io ai loro occhi che, invece, viene visto come qualcuno che non spaventa neanche i…passeri!
Immaginiamoci se riesco a farlo con questi post che spesso si rivelano un attacco frontale ad un certo modo di intendere la politica e la religione verso cui non posso che nutrire un profondo risentimento nei riguardi di una “casta” costosa e da “castrare” che si ritiene al di sopra della Legge, un astio e un risentimento che divengono ancor più grandi, nei riguardi di una gerarchia ecclesiastica sempre più lontana da quel Vangelo che imporrebbe loro di non occuparsi “delle cose del mondo” di non servire, come fanno, due padroni e di non frullare Dio e Cesare: un mix esplosivo che detona nelle coscienze dei loro adepti con risultati deleteri per la sacra Laicità dello Stato e per la stessa idea di Dio, ma che risultano vitali per una chiesa fondata sull’ipocrisia, qual è appunto la chiesa cattolica.
E’ di ieri la notizia del proscioglimento dell’anestesista accusato di “omicidio del consenziente” che “ aiutò Piergiorgio Welby a morire”.
Una decisione che riconosce il principio dell’autodeterminazione e sancisce il diritto del paziente in grado di intendere e di volere (a questo tenderebbe l’auspicabile approvazione del testamento biologico) a rifiutare un determinato trattamento sanitario (già previsto peraltro dalla Costituzione Italiana) che spesso sa di accanimento terapeutico prolungando oltremodo un’agonia e uno stato vegetativo che risultano innaturali e incompatibili con la dignità dell’uomo, meglio: dell’ammalato, e con l’idea stessa di vita.
L’immancabilie pretacchione con la solita faccia tosta dell’emerito fariseo rosso porpora, ha voluto far sentire la voce della chiesa cattolica affermando che “l’uomo non può spegnere una vita…la vita è sacra, è il dono supremo di Dio e solo lui, Dio, può decidere quando farla finire”.
E come la mettiamo, allora, con il “nunc dimittis” pronunciato da Giovanni Paolo II, sul quale negli ultimi giorni della sua vita si sono accaniti con manovre dettate sì da scienza e coscienza, ma che nuocevano alla vitalità di un papa impossibilitato ad esprimersi e a muoversi col dinamismo sconosciuto ad un vegetale, com’era destinato anche lui a diventare, se gli archiatri papali non avessero avuto la carità cristiana e il buon senso di ascoltarlo interrompendo un trattamento sanitario che per certi aspetti può essere assimilato alla tortura?
Il suo “lasciate che io vada” ricorda sì la preghiera di Simeone, ma anche quella di Welby e di tutti gli anonimi sconosciuti in coma irreversibile, dimenticati in un letto d’ospedale o affidati alle amorevoli cure dei loro famigliari che pregano e implorano “sora nostra Morte corporale” di liberarli da quel corpo del quale si sentono prigionieri.
C’è una buona dose di sadismo e di crudeltà mentale nelle parole di quanti usano e abusano della religione e di Dio come se fossero parte di un’ideologia aberrante che inneggia alla sofferenza in quanto tappa di un calvario da percorrere senza che, si badi bene, nessun Cireneo o Samaritano giunga a prendere sulle proprie spalle una croce sulla quale ogni giorno quegli stessi uomini di chiesa e di partito che inneggiano alla “non vita” inchiodano gli ultimi e i derelitti di questa terra.
Parlano per partito preso e mi chiedo perciò, se lormonsignori e i loro accoliti abbiano mai messo piede in qualche rianimazione dove giungono pazienti omai cadaveri che un operatore troppo zelante ha rianimato andando oltre le linee guida e i protocolli, così, per il gusto di sentirsi un padreterno in terra, e far ripartire un cuore asistolico, fermo da troppo tempo, che ha già causato danni cerebrali irreversibili, sapendo magari che così facendo ha condannato quelle persone (e i loro cari) ad una “non vita” che li terrà ancorati ad un mondo dal quale, se potessero, proverebbero di nuovo a spiccare il volo verso un Cielo del quale qualcuno si arroga ancora il diritto di possederne le chiavi, concedendo fideistici lasciapassare nel nome di una morale dogmatica costruita a immagine e somiglianza della chiesa dei papi.
Auguro loro di cuore di essere i prossimi candidati alla “non vita” e di languire nell’indifferenza generale, sapendo però che il loro attaccamento alla vita terrena è tale che rimanderanno volentieri e ad ogni costo l’appuntamento con la morte che per lorsignori non può che riservare l’inferno e la dannazione eterna.
Saltando di palo in frasca, resto sulla falsariga del post precedente ed essendo in vena di dediche e di omaggi “deferenti” (rimando i più curiosi al senso che l’anatomia umana attribuisce ai deferenti) dedico una storiella zen alla gerarchia catto-vaticana e ai genuflessi laudatores del clericalume imperante, precisando che la storiella in questione ha un titolo che è tutto un programma in cui l’intuito e la concretezza femminile hanno la meglio sulle imposizioni di una religione che erge degli steccati su tutto finendo poi per essere vittima dei suoi stessi precetti.
SENZA DEI, NE’ CAPELLI
Una volta, molto tempo fa, un eremita con il cranio rasato viaggiava in compagnia dell’adorata sposa. Lungo il cammino, la donna avverte lo stimolo di orinare e si accinge a farlo ai margini di una strada deserta.
Il marito, la ferma: “Che intendi fare? Questo luogo è consacrato!”
La donna si trattiene e un poco più lontano chiede al marito: “Posso farla qui?”
“Non se ne parla neppure” risponde il marito “questo luogo è consacrato al dio delle quattro stagioni”.
La donna, si trattiene ancora, quando poco più avanti, vede la riva di un fiume.
“Qui va bene? Si, la farò qui” disse.
“No, anche qui è proibito: questo è un luogo sacro al dio dell’acqua”.
La donna piange, perché lo stimolo è intenso.
E intanto le si è sciolto il laccetto di una scarpa di tela, ma non può accovacciarsi per riannodarlo, perché così comprimerebbe la vescica.
Prega allora il marito di riallacciare la calzatura.
Lui si china e, mentre le sta riannodando il piccolo laccio, la donna, ormai incapace di trattenersi, orina finalmente sul cranio nudo del marito.
Il marito si indigna e inveisce, ma la donna molto placidamente spiega:
“Ovunque in questa montagna ci sono dei. Tutto è consacrato! Non c’è modo di orinare in santa pace. Finalmente ho trovato un luogo dove non ci sono capelli* e ne ho approfittato. Non sei contento?
Dopotutto non ho peccato e non ho offeso nessun dio!
*Importante: per una corretta interpretazione della storiella è necessario sapere che
"Kami" in giapponese ha il duplice significato di "dei" e "capelli".
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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
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il 06/07/2014 alle 17:07
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