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INTERESSE PARASSITARIO E DESIDERIO DI RIVALSA

Solo in un Paese a sovranità limitata quale è l’Italia, può accadere che un primo ministro assimilabile per indole e atteggiamento al “re tentenna” e al di lui gemello “re travicello” (in permanente crisi di identità e di consensi) cerchi l’appoggio e il sostegno del clericalume imperante, invocando esplicitamente un intervento, già altre volte esercitato con conseguenze ben più drammatiche dell’ultima intemerata fiscale (si pensi, ad esempio, alla famigerata Legge 40, quella sulla procreazione assistita che impedisce a tante donne di diventare mamme) nel nome di un’ingerenza clerico-vaticana, che solo nella repubblica dei baciapile, delle vongole e delle banane trova il modo di manifestare tutta la sua patologica virulenza, parlando anche di tasse e di imposizione fiscale.
Se il signor romano prodi non riesce a combattere adeguatamente l’evasione fiscale con i mezzi che la Legge gli mette a disposizione, avvalendosi fra l’altro dell’apporto di un corpo di polizia tributaria fino a qualche mese fa utilizzato in modo molto “speciale” in chiave antievasione, è normalissimo (sic) che debba rivolgersi ai plenipotenziari di uno stato estero, come il vaticano, sollecitando i loro buoni uffici per incrementare le entrate tributarie che consentiranno poi anche a quei plenipotenziari di continuare a vegetare da gran parassiti quali sono sulle sponde del biondo Tevere e a introitare quei finanziamenti che permettono, ad esempio, alle loro scuole di funzionare apparentemente “senza oneri per lo stato”.
Uno Stato così prodigo che nel solo 2006, violando il dettato costituzionale, con uno degli ultimi atti firmati dal famigerato berluskoni, ha disposto un versamento di oltre mezzo miliardo di euro (532.310.844 euro) a favore delle scuole non statali, quasi tutte a conduzione catto-vaticana.
Se davvero la sovranità appartenesse al Popolo, a quest’ora il Popolo, avrebbe già trovato il modo di liberarsi di quella oligarchia clerico-fascista, falsamente democratica, legittimata da elezioni-farsa, che dopo aver trasformato la “Res Publica” in “res privata” ovvero in “cosa loro” calpestando mafiosamente lo Stato di Diritto, il Bene comune e l’interesse generale, ora si arroga il diritto di rappresentarlo producendo quanto di peggio possa fare una casta di emeriti rappresentanti di loro stessi e degli interessi di cui sono portatori sani e malati.
Dopo averla ridotta sul lastrico con un malgoverno sinonimo di regime mediatico che ha fatto della bancarotta morale e materiale la volgarissima cifra “dell’apparire senza essere” della cosiddetta “seconda repubblica” nata dal disfacimento dei partiti storici travolti da tangentopoli, l’omuncolo della provvidenza sogna di cavalcare la protesta fiscale minacciata dalla strampalata uscita del cacasenno legaiolo, il più insulso dei suoi palafrenieri, il quale dopo aver predicato l’odio razziale e la secessione, ora propugna la rivolta contro il fisco di “Roma ladrona”.
Un sobillatore forzaleghista il quale, come altri della sua onorevole risma, se la spassa grazie ai quattrini che “Roma ladrona” benevolmente gli elargisce, con la benedizione di qualcuno che da presidente del consilvio arrivò a nominare ministro delle finanze il suo consulente-specializzato in paradisi fiscali, incita alla rivoluzione e allo sciopero fiscale che, se attuato, finirebbe per colpire in primo luogo proprio il Popolo, i servizi primari e le fasce più deboli, dando il colpo di grazia ad un walfare che gli onorevoli macellai dello Stato Sociale hanno già ridotto all’osso, penalizzando in primo luogo i lavoratori dipendenti, i quali essendo “spolpati” alla fonte dai sostituti di imposta, provvedono più degli altri a rimpinguare il pubblico erario con delle aliquote forse ispirate da criteri di progressività, ma non certo eque dal punto di vista fiscale considerando le proporzioni del problema evasione.
Un mostro di ingiustizia sociale in cui il lavoratore dipendente si ritrova a pagare anche per chi evade ed elude il fisco, per gli effetti perversi di un sistema che premia i riccastri “nullatenenti” e i “residenti non domiciliati” i quali, come da imprinting loro fornito dal caimano, hanno esportato i loro sporchi capitali nei paradisi fiscali, alla faccia di chi deve pagare anche per i vari valentinirossi e per tutta quella varipinta fauna di spocchiosi circenses dello sport, dell’imprenditoria e dello spettacolo che vivono da gran pascià gravando sul groppone del popolo bue.
Evasione fiscale, evasione contributiva, elusione, lavoro nero e grigio (“Meglio un lavoratore in nero che un disoccupato” silvio, rimembri ancor?) riciclaggio, fuoribusta, caporalato, esportazione, fuga e lavaggio di denaro più o meno sporco, tangenti, falso in bilancio…depenalizzato, partite doppie e triple, aggiotaggio, camorra, mafia, pizzo, mercato parallelo, estimi catastali scientificamente sottostimati, rendite finanziarie e parassitarie, fondi comuni, stock option, bancarotte più o meno fraudolente, paradisi fiscali, truffe di stato e furti legalizzati alla collettività, sono le parole chiave di un fenomeno strettamente legato ad una concezione di una società liberista ed individualista, manifesto di una economia in cui non c’è spazio per quei principi solidaristici così tanto strombazzati dal signor bertone tarcisio di professione cardinale e segretario di stato del regno pontificio, il quale essendo a carico dello Stato Italiano, non può non esimersi dal dire che “tutti devono pagare le tasse” soprattutto per permettere la sopravvivenza di quei parassiti catto-clericali come lui che hanno infettato la laicità dello Stato sputando nel piatto in cui mangiano e reclamando altro foraggio.
A tal proposito rimando i più curiosi alla lettura del libro “Evasopoli” e del relativo capitolo che il dossier sull’evasione fiscale curato dall’Ares dedica all’argomento, il titolo basta da solo a quantificare la portata del fenomeno: “Enti Ecclesiastici, le mani sulle città. Ovvero come rubano 40 miliardi all’anno.”
Violano il settimo comandamento grazie ad una serie di privilegi fiscali dei quali il libro fornisce un elenco limitandosi ai principali inerenti la gestione del cospicuo patrimonio immobiliare di proprietà della cosiddetta santa sede che, giusto per fare un esempio, grazie all’imbroglio sull’ici, può permettersi di evadere legalmente l’imposta comunale sugli immobili evitando di versare nelle casse dei comuni italiani una somma, comprensiva degli arretrati fin qui maturati, di circa “due miliardi e 250 milioni di euro (pari all’8% della finanziaria del 2006).
Ma tutto ciò per dongiannibagetbozzo e per altri della sua cricca non è peccato!
Fino a quando lo Stato Italiano riserverà un trattamento di favore alla chiesa cattolica, non potrà mai permettersi di allentare la morsa fiscale.
Si pensi a quanto nel suo complesso introita questa simoniaca multinazionale del sacro che si fa chiamare “chiesa cattolica” e quanto di quell’imponibile venga legalmente sottratto alla collettività con la complicità di uno Stato mai abbastanza laico da prendere letteralmente a calci una setta (come da definizione di Voltaire) che ha costruito le sue fortune sfruttando il marchio “dio” e circuendo una massa di “minorenni” che secondo l’insegnamento di Kant sono incapaci di “avvalersi del proprio intelletto senza la guida di un altro…La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo fatti liberi da direzione estranea – naturaliter maiorennes – rimangono ciò nondimeno volentieri per l’intera vita minorenni”.
Altro che “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
Fosse per loro Dio e Cesare sarebbero una cosa sola, così giusto per cumulare cariche e prebende derivanti dall’uso spregiudicato di un potere temporale e spirituale che consente loro di essere precettori e pastori di un gregge di pecoroni i quali non solo portano il basto della sudditanza, ma si lasciano volentieri circuire e tosare per fornire lana e companatico a un branco di lupi rognosi travestiti da preti.
I quali preti non passa giorno senza che debordino dagli schermi televisivi e dalle prime pagine di certi giornali ormai perfettamente allineati con i desiderata d’Oltretevere, per lanciare anatemi contro chi osa mettere in dubbio la missione salvifica della chiesa e gridano al complotto soffiando sul fuoco di un’intolleranza non solo religiosa, ma anche sessuale che li porta a difendere la pretaglia dedita alla pedofilia, ad essere più integralisti di quanto la loro ipocrisia li costringe fino alla più spudorata misoginia travestita da omofobia.
Valga per tutte le improbabili difese d’ufficio proferite in questi giorni della gerarchia ecclesiastica, una frase pronunciata da quel wojtila che si vorrebbe “santo subito” il quale dopo aver ascoltato il repubblicano bush che con lui si lamentava per lo scandalo dei preti pedofili, si rammaricò con il suo segretario per non aver chiesto al presidente amerikano quanti fossero i repubblicani pedofili:
“Se un prete è pedofilo è un prete, mentre se un repubblicano è pedofilo è un pedofilo”.
E bravo lolek “il grande”! Grande anche in fatto di aforismi e finezze lessicali.
Per completare questo quadro fatto di furbi, di orbi e di squallidi esegeti di una dottrina che predica l’egoismo, l’odio e l’intolleranza, cito un piccolo episodio avvenuto dalle mie parti che è sintomatico di un malessere i cui prodromi dovrebbero far pensare quanti ancora non si sono resi conto del rischio che comporta l’aver imboccato il vicolo cieco del catto-fondamentalismo a guida clericale e degli sviluppi, prevedibilissimi, che può avere la medievale caccia alle streghe intrapresa dalla santa inquisizione con la fattiva collaborazione di una classe politica della quale bisognerebbe fare tabula rasa prima che qualcuno, fra loro, rinverdisca i fasci del famigerato benito con tutto quel che ne consegue.
A Mesagne, città in provincia di Brindisi, il comitato organizzatore della festa patronale ha opposto il suo veto al concerto di “Paola e Chiara” costringendo l’amministrazione comunale che tradizionalmente offre lo spettacolo canoro a disdire il concerto con il conseguente pagamento di una penale di quattromila euro, a titolo di risarcimento, che il sindaco, bontà sua, ha pagato di tasca propria.
Il motivo della disdetta è quanto mai attuale e conferma, nel suo piccolo, l’incremento della retorica omofobica e le ripercussioni violente che può avere un simile atteggiamento: “secondo quanto riferito dagli organizzatori della festa, le due cantanti in precedenza si erano dette favorevoli al “gay pride” e la loro presenza ad una festa cristiana sarebbe apparsa inopportuna e avrebbe potuto provocare delle proteste. Lo stesso sindaco ha raccontato di essere stato avvicinato dai rappresentanti del comitato organizzatore della festa che gli hanno mostrato un documento (recapitato via internet) da cui risultava che Paola e Chiara si erano espresse a favore del “gay pride”. Da qui la decisione di annullare il concerto con il relativo strascico di polemiche e di risarcimento che la dice lunga sul concetto di “tolleranza” predicato dalla chiesa cattolica.
Se fossero altrettanto coerenti, dopo aver allontanato le cantanti amiche dei gay, dovrebbero costringere alle dimissioni anche i tantissimi preti e qualche monsignore in odore di pederastia, i quali si guardano bene dal fare outing e di partecipare al “gay pride” ma appoggiano il “family day” e “la famiglia fondata sul sacro vincolo del matrimonio” riuscendo a mascherare la loro omosessualità con la solita, inguardabile, maschera dell’ipocrisia.
Questa gentaglia, dopo aver messo i piedi nella mangiatoia e capovolto il trogolo con il muso così come fanno i porci quando si ingozzano, si permette anche il lusso di fare la morale al governo del “re travicello” e al popolo bue invitandolo a pagare le tasse (anche e soprattutto per chi le tasse le evade) e lascia davvero perplessi il fatto che sia stato uno dei maggiori beneficiari del munifico Pantalone ad esortare il governo a impiegare meglio i cespiti derivanti dal salasso tributario.
Il segretario di stato, signor tarcisio bertone, si occupi piuttosto della fiscalità all’interno del vaticano, dello ior, dei banchieri di dio e delle opere molto empie e poco pie che si compiono all’ombra del…cupolone.
A proposito: “date a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare?”
Se non fosse che questa difesa dell’ovvio giunga da chi ha tutto l’interesse a che i cittadini paghino le tasse (uno dei tanti irrisolti conflitti di interesse che allignano nell’ex bel paese) se non fosse che “la ribellione contro le tasse avviene nel paese dell’evasione” bisognerebbe proprio iniziare a valutare l’idea se non sia davvero il caso di protestare a gran voce per evitare che anche un solo centesimo delle mie tasse vada a finire, in modo diretto o indiretto, nelle casse dei parassiti clericali e dei tanti saprofiti mangiamoccoli che a loro si accompagnano: l’unica forma di ribellione fiscale che mi sento di appoggiare e di condividere apertamente.

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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
Inviato da: ossimora
il 06/07/2014 alle 17:07
Inviato da: ossimora
il 23/03/2012 alle 02:52
Inviato da: chiaracarboni90
il 31/05/2011 alle 10:51
Inviato da: fantasista76
il 03/11/2010 alle 08:33