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FESTA NAZIONALE

Fino all’undici febbraio del 1929, prima cioè che “l’uomo della provvidenza” firmasse con la controparte clericale il contratto capestro per lo Stato italiano, meglio noto come “concordato”, il 20 settembre era Festa Nazionale. E così mi piace ricordare e festeggiare il giorno in cui, nel 1870, dopo l’epico scontro di Porta Pia, terminò (si fa per dire) il potere temporale dei papi che per 1143 anni avevano regnato da sovrani assoluti in violazione al dettato messianico per il quale “il mio Regno non è di questo mondo” e sfruttando un lascito costantiniano che consente tuttora a lormonsignori di vivere di rendita, una “donazione” che già a suo tempo il Valla, definì un “falso storico” grazie al quale vive e regna anche l’attuale papa.
Un falso in più o in meno non fa nessuna differenza, per una setta fondata sull’ipocrisia: la falsità, la menzogna, l’apparenza e l’inganno sono “virtù” da coltivare; l’omertà che circonda la loro “cupola” copre, protegge e nasconde l’operato dei suoi adepti, non certo degno di una ekklesia che dice di ispirarsi al messaggio evangelico. L’attualità offre a bizzeffe un campionario di crimini, nefandezze e misfatti vari con protagonisti proprio gli eredi costantiniani, i sedicenti “campioni di eroiche virtù” che, per miracolo, si ritroveranno poi ad essere elevati alla gloria dei loro altarini.
Avendo l’imbarazzo della scelta, tralascio l’attualità, chiudo i giornali che grondano di notizie da cronaca nera con preti e prelati iscritti nel registro degli indagati, prossimi ad essere rinviati a giudizio e processati per dei reati consumati nell’esercizio delle loro funzioni “pastorali” e omertosamente coperti dal clan di appartenenza e cito solo di sfuggita l’ultimo papa re, il fu giovanni mastai maria ferretti, meglio noto con il nome d’arte di “pio nono” che il buon Giuseppe Garibaldi definì “un sacco di letame”.
In verità, non sapevo di un “titolo onorifico così pregnante di significato”, ringrazio pertanto il direttore di radio maria, che lo ha menzionato nella rassegna stampa di lunedì scorso, allorché, parlando delle farneticanti esternazioni di bossi che, il giorno prima a Venezia, aveva definito Garibaldi “un lacchè dei Savoia” e “un coglione”, ha colto la palla al balzo mostrando di condividere il giudizio espresso dal sommo legaiolo. Tra una risatina e un eh, eh di compiacimento, padre livio, giocando con la rima baciata, ha sentenziato: “Per uno che definì il papa “un sacco di letame” è più che normale finire nello strame”. Eppure, caro padre livio, in giro ci sono più monumenti a Giuseppe Garibaldi, di quanti non ce ne siano di pio nono e di tutti gli altri papi messi insieme, a dispetto di bossi e dell’esimio padre livio medesimo che usa le frequenze di radio maria (unica radio confessionale ad essere finanziata dallo Stato) per denigrare gli Eroi risorgimentali e sputare nel piatto in cui mangia.
Né più, né meno, quanto espresse lo stesso pio nono, chiamando Vittorio Emanuele II “un re di briganti” alla testa “di una banda di delinquenti”.
Il famigerato papa sanguinario, proclamato “santo” con qualche ritardo sulla tabella di marcia da un altro papa che si vorrebbe “santo subito” (anche in virtù del “nunc dimittis” che se a pronunciarlo è un papa, è lungi dall’essere una richiesta di “dolce morte e diviene “preghiera ascetica”, mentre se lo stesso concetto viene espresso con altre parole da un comune mortale, magari da Piergiorgio Welby, diventa “un’istigazione al suicidio” non meritevole di esequie religiose), è colui il quale è passato alla storia per aver scritto l’altrettanto famigerato Sillabo, 80 proposizioni 80, che vorrebbero rappresentare, secondo l’infallibile giudizio papale, alcuni dei più ricorrenti e pericolosi “errori” del tempo, fra cui la convinzione cavouriana che “è da separarsi la chiesa dallo stato e lo stato dalla chiesa” (55° errore del Sillabo).
Fra gli altri, il “sommario” delle falsità indica come errori da contrastare aspramente il relativismo, il socialismo, il comunismo, il naturalismo, le dottrine concernenti l’etica naturale e quelle sull’autonomia della società civile considerata come unica fonte del diritto, inoltre bolla come “errori” l’uguaglianza di tutte le religioni davanti alla Legge e la sovranità popolare, quest’ultimo “errore” è quanto di più nefasto possa esserci per la suprema potestà papale che vede così intaccata alla radice la supposta regalità del papa e il conseguente diritto di considerare i cittadini solo e soltanto “sudditi” obbligati dalla maestà papale “a obbedir tacendo”. Un simile, emendabile, emendatore per dare più peso alle sue cassate non poteva non aggiungere alla già corposa collezione di misteri misteriosi che puntellano il fragile castello di carte della setta catto-vaticana, un’altra verità di fede: il dogma dell’infallibilità, un must d’ineguagliabile supponenza umana, la fallace pretesa di ritenersi direttamente ispirato da dio, quindi “infallibile” e pertanto autorizzato a bollare ogni idea contraria al magistero papale come erronea e perciò passibile di correzione.
Gli “errori” del Sillabo di pio nono, continuano ad esser legge per la setta cattolica, perseverare in quegli errori ha un certo che di diabolico, ma per una “chiesa” che si ispira ai dogmi e nella pratica quotidiana applica il mysterium iniquitatis non c’è dio che tenga, specie se si pensa a quanto il Vangelo impone loro di fare senza che ciò trovi rispondenza nella pratica quotidiana.
Il clericalume è parte integrante del fariseume imperante, la condotta ipocrita di santa romana chiesa, prima o poi sarà smascherata proprio dalla manifestazione del mysterium iniquitatis, come scrive lo stesso Apostolo delle genti nella seconda lettera ai Tessalonicesi (2 Ts 2,7).
Lormonsignori, spesso, sbandierano il Vangelo come se fosse il manifesto di un partito politico, dimenticando che proprio fra quelle pagine c’è un semplice versetto che imporrebbe loro di non essere del mondo pur essendo nel mondo (Giovanni, cap. 17) con tutte le conseguenze del caso, eppure si comportano come se dal mondo traessero la loro ragion d’essere, in pratica sfruttano il “marchio dio” e mercificano i suoi derivati, proprio come se fossero delle “mondane” che lucrano sulle marchette versate dal popolo bue per soddisfare “l’intimo bisogno di Dio” naturalmente insito nel cuore di ogni uomo.
La dinastia papale continua indisturbata a regnare come e più di prima, l’ingerenza clericale, pervicacemente esercitata ai danni dello Stato italiano, dal quale riceve comprensione, sostegno, vitto e alloggio, è la prova più evidente di una spudorata intromissione negli affari interni di una democrazia incompiuta e pavidamente sottomessa all’influenza teocratica: una “santa imposizione” che ha aggiornato i metodi della santa inquisizione, conservandone, tuttavia lo spirito e la funzione censoria, nonché il diritto di imporre, motu proprio, l’assolutismo vaticano, la morale dogmatica e la precettistica catto-vaticana.
I patti lateranensi e il concordato sono le scorie di un patto scellerato stipulato sulle rovine di Porta Pia con l’intenzione di chiudere quella breccia attraverso la quale i bersaglieri del generale Cadorna sono entrati nella Storia, ma se i papi sono stati cacciati dalla Porta, hanno trovato il modo di rientrare in pompa magna dalla finestra grazie al regime fascista che ha loro spalancato porte e portoni, così che il calcio dato da Cadorna al papa, è stato da questi restituito con gli onerosi interessi che l’Italia tuttora versa ad una chiesa “mantenuta” dallo Stato Italiano.
Antonio Gramsci considerava il concordato come “la capitolazione dello Stato moderno”.
A tal proposito, con una logica disarmante e profetica, scriveva: “Un concordato non è un comune trattato internazionale, nel concordato si verifica di fatto un’interferenza di sovranità in un solo territorio statale, poiché tutti gli articoli di un concordato si riferiscono ai cittadini di uno solo degli Stati contraenti sui quali il potere di uno Stato estero rivendica determinati diritti di giurisdizione.
Il concordato è dunque il riconoscimento esplicito di una doppia sovranità in uno stesso territorio statale”.
Con tutti i mali che ne conseguono, aggiungo io.
Più di qualcuno ha notato, giustamente, che questa “doppia sovranità ” che, di fatto, limita e condiziona l’esercizio del potere laico e popolare (“la sovranità appartiene al popolo” è solo un pio desiderio rimasto sulla Carta), è stato reso possibile prima dalla “complicità” del partito comunista del “peggior” Palmiro Togliatti che votò l’art. 7 della Costituzione svendendo la primogenitura popolare (lo Stato) per un misero piatto di lenticchie e poi dall’esule-latitante Bettino Craxi, il quale, pur avendo il merito di aver tolto alla religione cattolica il medievale titolo di “religione di stato” ha introdotto il tristemente famoso balzello dell’otto per mille, un meccanismo truffaldino che foraggia i parassiti clericali concedendo loro di continuare indisturbati ad infestare il cosiddetto corpo mistico.
Mai come in questo periodo si sente l’esigenza di un’altra Porta Pia e degli ideali risorgimentali che resero possibile il temporaneo affermarsi, anche in Italia, del principio della Laicità dello Stato, prima che le orde papali tornassero a calpestarla con l’arroganza e il fanatismo di sempre; ma se un’altra Porta Pia è di là da venire, c’è sempre la possibilità, molto più reale, di abrogare l’articolo 7 della Costituzione Italiana e di cancellare i mille privilegi fiscali e concordatari che permettono alla chiesa cattolica italiota di evadere e di eludere pure le tasse.
Il liberatorio vaffanculismo espresso in questi giorni da larghi strati della società civile, che i soliti difensori dello status quo clerico-borghese hanno tacciato di qualunquismo, ha tutte le carte in regola per mandare a quel paese anche i preti, il fariseume imperante e la politica politicante.
Probabilmente il mio rimarrà solo un desiderio già altre volte espresso in questi post, ma sognare non costa niente specie se già il Guicciardini, a suo tempo, ebbe modo di prefigurare “un mondo liberato dalla tirannide di questi scellerati preti”.
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