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PAPALATRIA
La giornata dell’orgoglio catto-vaticano, il papa-pride, è appena trascorsa, il mio vituperato laicismo mi ha portato non molto lontano da loro, ma pur essendo Piazza de’ Fiori a un tiro di schioppo da Piazza San Pietro, la presenza di Giordano Bruno me li ha fatti sentire lontanissimi come non mai.
Dicono sia stata un’apoteosi, un successo, soprattutto perché ha visto i clerico-fascisti stringersi attorno ai gerarchi vaticani per esprimere solidarietà al papa-re.
Alcuni amici romani conoscendo le mie antipatie papiste mi hanno regalato un cane pastore tedesco con tanto di certificato che ne attesta il purissimo pedigree. Naturalmente l’ho chiamato “razzingher” in onore dell’attuale papa, così come fece Giuseppe Garibaldi il quale chiamò il suo asino “pionono” rendendo in tal modo doveroso omaggio a quel “metro cubo di letame” (come da definizione garibaldina) cacciato dalla breccia di Porta Pia e rientrato in pompa magna dalla finestra concordataria grazie all’omuncolo della provvidenza, la cui ombra si allunga ancor oggi, minacciosa, nella palude italiota dove sguazza sovrano il caimano silvano, e al successivo, determinante voto del “migliore” dei peggiori, quel palmiro togliatti che per tutta risposta ottenne in segno di grazie una scomunica che ancora perseguita quanti si riconoscono nel credo “comunista”.
La gratitudine non appartiene alla chiesa dei papi, anzi ogni prete…sto per lormonsignori è buono per abusare di Dio, bussare a denari, soffiare sul fuoco dell’integralismo e creare consensi intorno alla figura del cosiddetto santo padre che in veste di vittima diventa incredibilmente falso quanto smaccatamente vera risulta poi essere la soddisfazione di essere riusciti ad infinocchiare nuovamente i propri affiliati; soprattutto quando la più prevaricante e imbelle delle pretestuosità viene ingegnosamente pianificata dalle finissime menti “dell’antistato” e successivamente sfruttata dai gerarchi clericali per consolidare un potere temporale e un primato fondato sulla papale ipocrisia che si nutre delle sue stesse falsità e le propala con quella mistificante sicumera che le rende inverosimili finanche ai suoi esegeti più illuminati che, opportunamente, evitano di esporsi.
Vogliono far passare l’idea che il papa è stato zittito da un’orda feroce di ghibellini, quando invece c’è stata solo la sommessa e composta protesta di un gruppuscolo di docenti che avevano, ed hanno, Ragione da vendere per contestare e definire “incongrua” e inopportuna la presenza del cosiddetto santo padre in un consesso di accademici che, fino a prova contraria, non è un concistoro né un’assemblea sinodale.
Un invito a comparire, pardon, a conferire, imprudentemente servito su di un piatto d’argento dallo chef di una rinomata cucina universitaria romana al titolare della famelica corte erodiana d’oltretevere, è sembrato inizialmente indigesto a quegli stomaci di ferro abituati più a “ingerire” che a digerire, ma poi il fumus persecutionis artatamente evocato dagli ayatollah catto-vaticani, ha trasformato uno schifosissimo budello ripieno di filosofeggianti frattaglie clericaliodi e di scotte polemiche “strozzapreti” in un volgarissimo insaccato infarcito di minutaglie adulterate dall’affettato fanatismo, pedestremente ostentato, una domenica mattina, in una osannante piazza romana, gremita di sudditi radunati per adorare il totem papale, celebrare “lo spaccio della bestia trionfante” ed esaltare il pensiero dominante e dominato.
Uno strisciante paganesimo riempie le piazze, svuota le chiese, cancella il Rappresentato ed esalta il rappresentante, un culto della personalità che idolatra un papa come se fosse dio: la papalatria come nuova religione ad uso e consumo di una setta in cui il partito del “dio-papa” redige il manifesto politico del paese dei baciapile, si arroga il diritto di pensare per conto terzi e manda quotidianamente in onda le prove tecniche di un regime bigotto e teocratico che sogna la restaurazione del regno pontificio.
Un cimitero di sepolcri imbiancati pavesati a festa, una convention di camarille, consorterie, confraternite, cosche e, naturalmente, immancabili, le caste degli intoccabili notabili con i loro labari lacerati dal vento dell’impudicizia politica ed esistenziale che per in…censo e biasimevole condotta occupano le prime posizioni della scala dei presunti valori, bollati e garantiti dal farisaico perbenismo clerico-borghese: politici svergognati, pregiudicati e spregiudicati, idioti e zeloti teo-dementi, pietisti a gettone e mercanti di anime derelitte, atei e cattolici pagani, diuturnamente dediti a fottere il prossimo (che amano come se stessi, proprio in funzione del machiavellico fine del quale “quel prossimo” è oggetto) colti nell’atto di riscuotere o con le mani nel sacco; insieme a papi peripatetici, preti papponi, vescovi e cardinali inverecondi, tutti sorpresi a fornicare con Cesare e mammona nel nome di un dio che consente loro di contrabbandarlo esibendo una verginità quotidianamente deflorata dal meretricio delle coscienze piegate e piagate dalla dottrinaria clava della clericale papalatria.
Non casualmente ho adottato il termine clava, giacché l’etimo del sostantivo “clero” pur derivando dal greco kleros (ciò che tocca in sorte, porzione) ha in sé la radice di un verbo (kla, rompere) e da qui il verbo kleroycheo (ottengo a sorte) che da sola spiega la coercizione e il metodo impiegato dal clericalume imperante per “ottenere in sorte” cieca obbedienza e imporre, a colpi di fideistica clava, un pensiero che fa di ogni religione, e della cattolica in particolare, un contratto capestro accettando il quale si immolano sull’altare delle forche caudine vaticane il diritto all’autodeterminazione, quello di critica e il bene supremo dell’Intelletto.
E se è vero, com’è vero, che in “nomen omen” anche il patronimico del cardinale vicario derivando da ruere (precipitare) è indicativo di un modo alquanto discutibile di intendere il suo ruolo di “pastore” nell’ovile italiota, degli artifici fraudolenti da lui adottati, al limite del terrorismo eversivo e più spesso psicologico, per allargare gli stazzi vaticani, fiaccando e portando alla rovina la supposta sovranità di uno Stato che se avesse davvero a cuore l’indipendenza delle sue Istituzioni, dovrebbe citare in giudizio il signor cardinale vicario e l’ingerente chiesa dei papi per “attentato all’ordinamento costituzionale”.
Essendo anticlericale, non ateo, il mio vituperato laicismo mi porta a diffidare di chi si propone come intermediario fra terra e cielo mascherando sfacciatamente un ruolo politico che mal si concilia con l’invocato, presunto re ligere; più ancora la Ragione mi impedisce di dar credito a chi tra l’altro ha usurpato non solo la lingua, ma addirittura il titolo di pontifex avendo dalla sua anche la presunzione non dico di “pontificare” ma di ponzare nel nome di dio, ritenendo il proprio dio l’unico e il solo in cui credere, e la religione catto-vaticana, la più degna di essere professata, convinti come sono che solo la chiesa dei papi può redimere e rilasciare il nulla osta per la vita eterna.
Bel modo di vendere il prodotto dio: se vuoi la vita eterna, devi stipulare una polizza sulla vita con gli agenti monomandatari catto-vaticani, gli unici che hanno l’esclusiva-dio, gli unici che possono coprire ogni rischio, gli unici che possono assolvere, condannare, sciogliere, legare e garantire un rendimento paradisiaco al cui confronto impallidisce ogni altro nirvana, proprio perché millantano un filo diretto con dio garantito da un pontifex che se non fosse sorretto dallo Stato sarebbe già crollato, lui e i suoi ponti campati in aria.
La fede è un fatto personale, forse un dono, appartiene, quando c’è, all’intimo e alla coscienza di ognuno; sbandierarla per partito preso, serve solo a legittimare quanti “per sorte” hanno ottenuto la “porzione di una donazione” sulla quale hanno costruito un impero, soppiantandone un altro del quale, giusto per fare un esempio, il più banale, hanno rubato anche le chiavi, giacché quelle stesse chiavi, prima di essere assegnate d’imperio a tale Simone detto Pietro, erano l’emblema del dio Giano.
Faccio di tutto per ignorarli, cosa ahimè impossibile in questo povero Paese assoggettato al clericalume imperante che ha elevato l’ipocrisia a sistema di potere e a scuola di pensiero, un Paese degradato dall’ignoranza civica e dalla malaethica dei suoi governanti che hanno anche la faccia tosta di definirsi cattolici, perché ormai quel che più conta non è l’essere, ma l’apparire.
Di esempi la cronaca ce ne offre a bizzeffe, cito solo i più recenti.
Un viceré iscritto al partito di dio condannato ad anni cinque perché puzza di mafia lontano un miglio festeggia pasteggiando a cannoli siciliani e spera che, come accade sempre in Italia, tutto finisca a tarallucci e vino; i suoi correligionari nell’immediata vigilia della sentenza si riuniscono nelle chiese per una veglia di preghiera che l’Altissimo evidentemente non ha gradito, i suoi sodali, cattolici ferventi, gli si stringono attorno rinnovando attestati di stima e amicizia. I cattolicissimi granduchi dell’ex Campania Felix si inceppano perché travolti da una tempesta giudiziaria e non trovano nient’altro di meglio da fare che addurre motivazioni che hanno poco a che fare con il codice penale: “Colpiti perché cattolici” e si prendono una standing ovation.
Nel frattempo la mastelleide si arricchisce di un nuovo capitolo: il salto della quaglia.
Un altro innominabile buon amico dei preti in odore di santità, cattolico fra i più pagani e riveriti che io conosca, noto perché la sua destra sa sempre quel che fa la sua sinistra, si becca l’ennesimo rinvio a giudizio, lui non prega, elargisce, spende, spande e paga perché così facendo si guadagna l’assoluzione e un mazzo di indulgenze plenarie riguadagnando a grandi passi il soglio chigiano. Un altro ancora, più tiepido degli altri, ma sempre ben visto dai gerarchi clericali, la cui signora è stata condannata per bancarotta, se ne esce con delle storie che hanno dell’incredibile: “E’ certamente un fatto sconvolgente che dovrà essere valutato in tutti i suoi risvolti, anche politici…ma, a volte, la magistratura se la prende pure con le mogli”.
Come se la moglie di Cesare debba essere al di sopra di ogni sospetto ritenendosi pertanto libera di delinquere magari per coprire le magagne dell’illustre consorte.
E se sono proprio questi cosiddetti cattolici ad essere inquisiti e, si spera, condannati per reati che fanno a pugni con il codice penale e con la religione che professano, convinti che “poi tutto s’aggiusta”, allora vuol dire che “il sistema” è perfettamente oleato e garantisce quei miracoli che una laicità malata attribuisce all’immagine di un re più onnipotente e più nudo di ieri.
Anche se la cosa può dar fastidio ai tantissimi che della laicità hanno un concetto molto stitico, forse sarà per questo che hanno bisogno del lassativo clericale, invito quanti ieri hanno strumentalizzato a fini chiaramente politici, un momento di preghiera come l’Angelus, ad approfondire l’argomento leggendo uno dei tanti libri che analizzano la vexata quaestio iniziando magari dal Vangelo, sì proprio dal Vangelo che a dispetto del clericalume imperante stabilisce una separazione invalicabile fra il “trono e l’altare” e, dato che i clerico-fascisti hanno sfruttato la preghiera per un’adunata politica, ecco cosa scrive Matteo al cap. 6 vers. 5 e seguenti:“Quando poi pregate non fate come gli ipocriti, i quali amano pregare in piedi nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: Essi hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto ti darà la ricompensa”.
Nel vangelo non c’è traccia di quel potere temporale che i preti continuano ad esercitare mascherandolo con la libertà di culto, di parola e con quant’altro di presuntivamente libero possa loro derivare dal rendimento di un depositum fidei che li rende sfacciatamente ricchi, ipocriti e arroganti, tanto quanto quella “dote” costantiniana che costituisce uno dei falsi più famosi della Storia, falso e menzognero quanto la stessa setta cattolica che ha stravolto il messaggio evangelico, emendandolo con la farisaica dottrina dell’ipocrisia fino al punto da farlo diventare dottrinaria precettistica, morale dogmatica e magistero papale, niente di più lontano dallo spirito “rivoluzionario” della Buona Novella.
“Una cortina d’incenso è calata sulle Alpi e sta separando l’Italia dall’Occidente europeo. Gli italiani ne sono ignari perché vittime di una politica e di un’ informazione drogate: la classe politica italiana è ormai più omogenea alle classi dirigenti del Medio Oriente islamista che a quelle europee”.
(Critica Liberale vol. XIV n. 143)
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