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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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DOPO IL DANNO, LA BEFFA

Post n°494 pubblicato il 26 Gennaio 2008 da bargalla

Avverto un senso di nausea e di avversione dinanzi al putrido simulacro di una politica, di un Paese, sempre più devastato e reso irriconoscibile dai morsi di un predatore ambizioso e arrogante come pochi, un ricco epulone mai sufficientemente pago della sua inestinguibile brama di potere, cronicamente affetto da uno straripante complesso di untuosa superiorità del tipo “come me nessuno mai”, il quale predatore, ultimamente, si è servito anche del venefico “stilum romanae curiae”  per dare il colpo di grazia ad un “re travicello”, invero già ridotto “pacatamente” in trucioli, dai colpi di pialla di un podestà romano il cui becero buonismo macerato dal congenito anchismo veltroniano, un mostro di perfida meschinità cerchiobottista, ha spento gli ultimi rantoli di un “re tentenna”, invero già agonizzante, che solo negli ultimi istanti ha avuto un vitale sussulto di orgoglio.
Troppo tardi, l’exitus era più che annunciato. Patetico perfino il suo tentativo di opporre la Ragion politica alla forza bruta di “amici” e avversari a corto di argomenti, con uno scarso senso dello Stato, ma perfetti nel ruolo di guastatori e di traditori al servizio di sua impunità.  
Le forze residue del tartufo romano, niente hanno potuto contro i fendenti sferrati ciecamente dai vari iscariota nell’agone di un’osteria che alcuni chiamano “senato”, dove gli scalmanati avventori, i patres conscripti, sembravano esser lì non certo per legiferare, come da mandato popolare (che purtroppo non riesce a mandarli una buona volta e per sempre nel paese che tutti sanno) ma per attaccar briga come discoli, attempati bambinoni dell’asilo ospitati nel più costoso gerontocomio italiota, esporre cartelli tipo “erezioni (pardon) elezioni subito” previa terapia ormonale a base di consenso elettorale, gozzovigliare alla buvette e pasteggiare nell’emiciclo a champagne e mortadella per festeggiare la caduta dell’impero…romano sfiduciato dai niet del soviet supremo che si regge sul non senso dei voti a perdere collezionati da una porcata di legge elettorale studiata a tavolino proprio per garantire un simile epilogo.
Uno spettacolo squallido, scene poco edificanti con personaggi che interpretano se stessi recitando la parodia di una politica in crisi, ormai ridotta a canovaccio da trivio, davvero degna di quella casta autoreferenziale, dove perfino Marco Giunio Bruto, quello delle idi di marzo, si troverebbe a disagio nelle vesti di un certo lamberto e compagni, avendo a che fare con una compagnia di giro allestita semplicemente per scatenare risse al calor bianco e solennizzare il buon esito della “congiura” di Palazzo Madama con tanto di ingiurie, corna, sputi e sberleffi.
Qualcuno ha parlato di pugnalatori, forse sarebbe meglio parlare di sicari assunti per eliminare un avversario politico, comunque sia, parodia per parodia, si dice che il prode Romano,  prima di cadere colpito da uno di quei fendenti, abbia biascicato “tu quoque, lamberte, dini mihi” sputando un rospo che non riusciva proprio ad ingoiare dopo aver ascoltato un gemente e clemente aedo sannita declamare i versi di una poesia impropriamente attribuita a Pablo Neruda che, proprio perché evocato, ha poi fornito l’epigrafe tombale al fu governicchio di Romano Prodi il quale è uscito di scena con un lapidario “Confesso che ho vissuto”.
Il titolo dell’ultima poesia scritta dal poeta cileno, mentre il golpista pinochet seppelliva Salvador Allende e cancellava la democrazia in Cile: non è certo il caso di fare paragoni con quelle tragiche vicende, anche se lo scenario italiota ben si presta a interpretazioni di questo tipo considerando quanto male possa fare a qualsiasi ordinamento democratico "la dittatura" di una maggioranza, come quella della passata legislatura a improntitudine berluskoniana, che scientemente ha creato e pianificato il “porcellum” proprio per avvelenare i pozzi, impedire la sopravvivenza di qualsiasi governo e addivenire a questo stato di cose: un golpe strisciante, democraticamente e “pacatamente” avallato da un partito cosiddetto “democratico” che altro non è se non l’immagine speculare di un altro partito, il partito azienda nato in uno studio notarile per curare gli interessi del padrone.
Il quale partito mette su casa, si burla delle regole, fa strame dei regolamenti e dello Stato di diritto, delegittima con ogni mezzo gli avversari e la Magistratura , legifera pro domo sua e trasforma la farsa (“farsa italia”) in tragedia generando una commedia degli equivoci che per il momento rimanda al popolo delle supposte libertà, dove la “supposta” sta alla demagogia come il populismo al demiurgo che la somministra via etere ad un popolo bue che, siccome bue, ha delegato ad altri l’uso della Ragione, tira il carro del clericalume imperante, l’aratro del fariseume trionfante e si lascia docilmente guidare dal bastone e dalla carota verso il baratro del tanto peggio tanto meglio.   
Non riesco ad adeguarmi a questo stato di cose, sarà per questo che continuo a scrivere contro i preti cesaropapisti, contro i gerarchi catto-vaticani, contro un potere autoreferenziale, contro una casta di “bramini”, di intoccabili, che a dispetto del comune senso del pudore, dei carichi pendenti e del casellario giudiziario, si fregiano del titolo di onorevoli e senatori, si ergono a giudici, salgono sul pulpito per sputare sentenze e siedono in parlamento per legiferare nel loro esclusivo interesse, in quello delle loro famiglie (nell’accezione mafiosa del termine) fregandosene altamente dei cittadini elettori che in periodi come l’attuale vengono blanditi perché “carne da voto” e poi abbandonati al loro destino di sudditi.
Dalle mie parti in questo periodo le pagine di cronaca nera dei giornali locali, quasi ogni giorno riportano notizie riguardanti furti di olive con conseguente arresto di poveri diavoli colti con le mani nel sacco; più o meno come succede d’estate quando al posto delle olive ci sono le angurie, lasciate incolte nei campi.
Eppure sia le olive, sia le angurie divengono corpo di un reato contro il patrimonio consumato da “ladri” spesso incensurati che per la fragranza dell’azione vengono pure tratti in arresto da zelanti forze dell’ordine e giudicati da una “giustizia” forte con i deboli e debole con i forti; così che “chi ruba poco va in galera e chi ruba tanto fa carriera” e magari diventa banchiere, deputato, senatore e, colmo dell’umana giustizia, finisce pure per fare il presidente del consiglio, come se l’investitura popolare concedesse anche una patente di impunità.
Detto, fatto: una delle leggi vergogna prevede proprio la sospensione dei processi e di quant’altro di similare dovesse “disturbare” le alte cariche dello stato nell’esercizio delle loro funzioni.
L’uomo più ricco e controverso d’Italia, come lo ha definito ieri l’inglese The Guardian, esulta e chiede subito di votare, ma il suo Exultet risuona miserevolmente nel De profundis intonato dagli osservatori internazionali (quelli “nazionali” non fanno più testo e per carità di Patria è meglio ignorarli) per commentare lo stato agonico in cui versa la società italiana ridotta in tale stato proprio da quelli che ora vorrebbero sanarla con una cura peggiore del male.
Sugli altri coreuti, sui palafrenieri e gli scherani dell’ex presidente del consilvio, è doveroso stendere il classico velo pietoso per coprire e dimenticare le loro recenti, impudiche prese di posizione, secondi “fini” compresi.  
“L’ultima cosa di cui ha bisogno l’Italia sono altre elezioni”, scriveva nei giorni scorsi il Financial Times in un editoriale intitolato “Precarious Prodi”. Il quotidiano della city segnala i successi del governo Prodi sul fronte della finanza pubblica con un deficit più che dimezzato, la lotta all’evasione fiscale, la diminuzione della disoccupazione e critica apertamente silvio berlusconi per aver a suo tempo governato secondo un ordine del giorno dominato dagli “interessi personali” e di avere ulteriormente “offeso l’interesse nazionale” regalando all’Italia la vigente legge elettorale “in modo da consentire la frammentazione dei partiti” e rendere praticamente impossibile l’azione del futuro governo in balia di questa o quella formazione.
Cosa che, in effetti, si è rivelata quasi ogni giorno in questi ultimi venti mesi nei quali “nonostante una aritmetica da incubo, Mr. Prodi ha governato sorprendentemente bene”.
Scrive ancora il Financial Times: “Anche se Mr. Berlusconi ha portato un gradito livello di stabilità nella politica italiana, il suo governo non ha espresso nessuna significativa riforma economica, anzi ha permesso il deteriorarsi delle finanze pubbliche…ha sfruttato palesemente la sua posizione per consolidare il suo impero mediatico e il suo comportamento sbagliato gli ha inimicato la maggior parte dei partner dell’Unione Europea”.   
E questo signore, chiamarlo tale, è un eufemismo, si candida (altro eufemismo) nuovamente a ricoprire quel ruolo, è proprio vero:
“Nel Trionfo del Malaffare…chiunque può vedere pregiudicati e delinquenti d’ogni risma e colore mettere sull’attenti compunti picchetti d’onore”.
Ritornano alla memoria i versi, attualissimi, di Giovanni Raboni scritti tra il 2002 e il 2004 quando, come si legge nel risvolto di copertina della sua ultima raccolta, “di fronte al progressivo degrado della situazione politica italiana, e più in generale indignato per quello che giudicava un pericoloso imbarbarimento del nostro paese Giovanni Raboni reagì alla maniera a lui più congeniale: da poeta. Chi conosce l’impegno civile e morale di Giovanni Raboni non si può sorprendere delle posizioni politiche che emergono da questi versi, in piccola parte già pubblicati su alcuni giornali e che hanno poi trovato una sorprendente diffusione anche via internet”.
Propongo alla riflessione degli occasionali lettori di questo post una poesia tratta da “Ultimi Versi” di Giovanni Raboni.  

           
CANZONE DEL DANNO E DELLA BEFFA

               
 Stillicidio di delitti, terribile:
                
si distruggono vite,
                 
si distruggono posti di lavoro,
                 
si distrugge la giustizia, il decoro
                 
della convivenza civile.
                 
E intanto l’imprenditore del nulla,
                 
il venditore d’aria fritta,
                 
forte coi miserabili
                
delle sue inindagabili ricchezze 
                 
sorride a tutto schermo
                
negando ogni evidenza, promettendo
                
il già promesso e l’impossibile,
                
spacciando per paterno
                 
il suo osceno frasario da piazzista.
                 
Mai così in basso, così simile
                 
(non oso dirlo, anche pensarlo duole)
                
alle odiose caricature
                 
che da sempre ci infangano e sfigurano…
                
Anche altrove, lo so,
                 
si santifica il crimine, anche altrove
                 
si celebrano i riti
                 
del privilegio e dell’impunità 
                
 trasformati in dottrina dallo stato.
                 
Ma solo a noi, già fradici
                 
di antiche colpe e remissioni,
                 
a noi, prima untori e poi vittime
                
della peste del secolo
                
è toccata, con il danno, la beffa,
                 
una farsa in aggiunta alla sventura.

                     $$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$
 
P.S. Inaugurazione dell’anno giudiziario: in prima fila fra le alte cariche dello Stato ho visto vescovi e cardinali della chiesa catto-vaticana. Mi chiedo a che titolo.

Mi chiedo ancora a che titolo il signor vito de grisantis, di professione vescovo della chiesa catto-vaticana, ha inviato un preventivo alla Provincia di Lecce quantificando in euro 600.000 (leggasi seicentomila) il costo relativo alla visita che il cosiddetto santo padre farà a Leuca il prossimo 14 giugno. Un miliardo e duecento milioni di lire per accogliere degnamente il papa re, che per pochissime ore (poco più di tre) omaggerà i sudditi del De Finibus Terrae della sua augusta presenza.
“Ho inviato al Presidente della Provincia di Lecce – ha riferito il signor de grisantis, vescovo della diocesi di Ugento – una lettera in cui ho preventivato quello che occorrerà per l’allestimento dell’evento. Si tratta di spese necessarie per le sedie, l’amplificazione, i maxischermi, il palco e tutto quello che serve per dare il benvenuto a Sua Santità”.
Mi chiedo perché devono essere le Istituzioni dello Stato a finanziare un evento che esula dalle loro specifiche finalità; mi chiedo se non ci sia un modo migliore, forse più cristiano, per spendere una simile cifra certo degna di miglior causa.
I preti l’hanno invitato, loro e i loro affiliati in quanto "setta" dovrebbero accollarsi l’onere di un evento che lascerà il tempo che trova. Loro, non altri!  

 
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