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CALDO FUORI STAGIONE

Il caldo canicolare di questi giorni induce a parlare del tempo, così giusto per rompere il ghiaccio, provare un po’ di illusorio refrigerio e avviare una conversazione fra perfetti sconosciuti concedendosi l’abbrivio di un argomentare scontato quanto mai all’ombra di un’attualità già di per sé rovente, che risente della temperie ferragostana e di un clima vacanziero in cui le previsioni meteo sono il corollario della più risaputa e prevedibile ovvietà divinatoria. D’estate fa caldo, sarebbe strano se così non fosse, eppure il “caldo” rimane il tema più gettonato come se le temperature massime che toccano picchi sempre più elevati fossero una novità avulsa da una stagione che di per sé è sinonimo di afa e di solleone, e non di malessere planetario e di effetto serra, tanto che il “caldo” vien poi svuotato del suo significato tipicamente stagionale per diventare l’attributo di un autunno che per altri versi diverrebbe ancora più “caldo” della stessa estate sotto l’impulso di un’insoddisfazione di fondo che dovrebbe incendiare la protesta di piazza e rinfocolare il malcontento sociale.
Gli esperti delle dinamiche sociali dicono che il prossimo autunno sarà “caldo”, almeno nei luoghi di lavoro e nelle piazze, un tempo agorà e luoghi di aggregazione nei quali la società civile dovrebbe trovare il coraggio di capovolgere la piramide del potere, così come consiglia di fare un bellissimo articolo apparso sul penultimo numero di Critica Liberale.
Io spero che certe previsioni si avverino anche se in tutta sincerità non so su quali basi fondare le mie speranze, dato che in giro avverto troppa acquiescenza e una rassegnazione che fa pensare al tanto peggio tanto meglio, laddove il peggio è la risultante di una demagogica fermezza, un decisionismo fascitoide incarnato nel finto pragmatismo berlusconiano che lascerà spazio alla più cocente delle delusioni.
Dopo la macelleria messicana inaugurata dal berlosco in quel di Genova, sta per aprire i battenti l’italiota macelleria sociale con filiali su scala nazionale. I “tagli” di prima e seconda pezzatura approntati nel mattatoio chigiano e confezionati dal “pappamento” italiota non mancheranno di sortire i loro effetti in settori quali la scuola, la sanità, la giustizia e la sicurezza, considerati improduttivi “capitoli di spesa” sprechi da sforbiciare, con buona pace di certi proclami che cadranno come foglie secche ai piedi di un popolo che, per quanto bue, certamente non merita di essere in balia del più populista degli affaristi mercatali il quale si balocca con ville, banche, compagnie aeree e compagne “terrestri”, gioca al monopoli occupazionale e moltiplica gli esuberi in predicato di licenziamento, arriva finanche a trastullarsi con i tassi inflattivi e certifica l’inflazione programmata inventata dal suo commercialista, specialista in paradisi fiscali nonché scopritore della finanza creativa.
L’italia di berlusconi è un paese che non si fa mancare nulla, neppure nel campo delle statistiche economico-inflattive, tanto che accanto alla stagflazione, dai più pronosticata come inevitabile, stagnazione dei consumi, aumento dell’inflazione, calo del potere d’acquisto dei salari e rincari di beni e servizi spesso determinati da dinamiche speculative, hanno fatto la loro comparsa le “tre inflazioni”: l’inflazione reale, l’inflazione programmata e l’inflazione legata al consumo di gas ed elettricità. Delle tre, la seconda è quella più micidiale, poiché è su quel tasso programmato a tavolino che si gioca la partita del rinnovo contrattuale; chi perde è facile immaginarlo, a vincere con quel tasso sarà sempre il banco, anche se il piatto piange.
Dicono che non metteranno le mani nelle tasche degli italiani, un refrain che i pappagalli berlusconiani ripetono con vomitevole cacofonia, intanto hanno cominciato col fissare il tasso d’inflazione programmata all’1,7% per quest’anno e all’1,5% per il prossimo. Basterebbe calcolare la differenza con l’inflazione reale vicina al 4% per rendersi conto dell’ennesimo bluff giocato da malgoverno berlusconi che in tal modo determina una perdita secca del potere d’acquisto dei salari pari ad almeno 600 euro l’anno.
I passi salienti del malgoverno berlusconi ormai evidenziano tutta la loro tragica portata: la legge non è più uguale per tutti, sistematico attacco mediatico e denigrazione degli avversari, politica demagogica che scambia cause per effetti e pagliuzze per travi, distruzione dello Stato di Diritto e dello Stato Sociale, aumento delle imposte indirette così il cittadino-suddito paga senza accorgersene. Niente mani nelle tasche degli evasori fiscali. Lavoratori precari sempre più precari. Tagli indiscriminati ai servizi, a farne le spese sarà il ceto medio-basso. Ma consoliamoci, ad arcore il novello re sole sta ampliando la sua reggia costruendo una nuova versailles.
Hanno presentato una manovra economica triennale definita rivoluzionaria e innovativa, hanno scomodato finanche un gentiluomo del papa re per parlare di social card, di robin tax, di social housing e nel frattempo programmano l’impoverimento di milioni di italiani.
Sinceramente la mia ignoranza mi impedisce di capire la portata rivoluzionaria di provvedimenti che invece considero fortemente iniqui e involutivi, specie se penso al sistematico ricorso a degli anglicismi dietro ai quali c’è la volontà di gettare altro fumo negli occhi del popolo bue facendo passare come rivoluzionarie la tassa sull’uccello e sulla passera, la tessera annonaria, la presentazione di un imprecisato “piano casa” che ha subito sollecitato gli appetiti dei palazzinari.
E intanto tagliano un settore socialmente primario che il malgoverno berlusconi ha già provveduto a declassare fortemente dato che la Sanità non figura più fra i dicasteri ministeriali, insieme a Università e Ricerca. Nel prossimo anno grazie al malgoverno berlusconi il Servizio Sanitario Nazionale si ritroverà ad operare con 9 miliardi di euro in meno.
Il presidente del consilvio ha deciso che la Salute in questo Paese non è più, come vorrebbe la Costituzione , un “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Ma cosa volete che importi della Sanità pubblica ad uno come il presidente del consilvio che per farsi impiantare la miseria di un peacemaker è volato fin negli Stati Uniti, non certo con un aereo della compagnia di bandiera, bensì con un executive della sua flotta; cosa volete che importi dei dipendenti dell’Alitalia ad uno come il presidente del consilvio che possiede una flotta aerea e usa gli elicotteri anche per andare a pisciare nel nuovo villone che ha appena acquistato sul Lago Maggiore; cosa volete che importi della Giustizia ad uno come il presidente del consilvio che ha decretato per sé il non luogo a procedere ponendosi al di sopra della Legge; cosa volete che importi della Scuola pubblica e dell’Università ad uno come il presidente del consilvio che manda i suoi figli a studiare all’estero e nelle scuole private!
Evito di parlare degli investimenti, mancati, nel mio Sud e del Federalismo che verrà, perché poi chi ha votato per le destre, tantissimi miei correligionari, avrà modo di leccarsi le ferite delle promesse mancate e delle risorse negate.
Tutti i governi che si sono succeduti, dal primo all’ultimo, hanno preso a pretesto la questione meridionale per risolvere quella settentrionale ed ora la politica delle destre si appresta a dare il colpo di grazia alle residue speranze di sviluppo di un Sud che è solo bacino elettorale.
La classe politica così com’è strutturata non è in grado, e forse non lo è mai stata, di dare risposte convincenti e risolutive alle istanze meridionaliste nonostante militino fra le sue fila molti figli degeneri di un Sud al servizio di potentati economici e lobbistici che hanno solo saccheggiato il Meridione d’Italia, foraggiando un sistema nel quale la criminalità organizzata svolge un’azione fiancheggiatrice e sussidiaria trovando in certa politica la sponda ideale per continuare a delinquere facendo la cresta sugli appalti pubblici. Tanto per dire c’è una battuta molto in voga in questo periodo relativa alla costruzione del ponte sullo Stretto: quel ponte più che a collegare due coste, servirà a unire due cosche.
Sebbene si siano succeduti un’infinità di governi mono, bi e pluricolori, gabinetti balneari, carrozzoni di vario tipo e natura, archi costituzionali e alternanze polari, non si è riusciti a cancellare l’immagine lazzarona di un Sud Italia della miseria, dell’arretratezza, delle mafie, delle collusioni politiche-affaristiche, mentre in altre latitudini europee lo sviluppo è stato progettato, perseguito e raggiunto in pochissimi anni. In questo i legaioli di bossi hanno avuto buon gioco nel soffiare sul fuoco degli egoismi territoriali e della contrapposizione fra il Nord ritenuto opulento e operoso e il Sud considerato straccione e lavativo.
Da noi la casta politica ha celebrato l’apoteosi dell’imbroglio, con le articolazioni della rapina a mano disarmata, della corruzione, della concussione, della raccomandazione, dei benefici di ritorno a senso unico (imprenditori nordisti senza capitale, finanziati per fare impresa al Sud e scappati al Nord con l’intera cassa del mezzogiorno), della falsa redistribuzione della ricchezza, persino della cosiddetta lotta di classe che fu solo operaia e mai contadina, tanto che si sono costruite cattedrali nel deserto industriale distruggendo un territorio a naturale vocazione agricola. E c’è ancora qualcuno che si presta ad alimentare inutili speranze, c’è ancora qualcuno che si fa infinocchiare, bisognerebbe prendere tutti questi “qualcuno” a calci in culo e a pesci in faccia, rispedendo al mittente i ponti campati in aria e mandare lorsignori nel paese che tutti sanno.
Di buono c’è che la disillusione e il disincanto hanno mediamente fatto crescere la ragion critica (almeno così sembra dai discorsi ascoltati in riva al mare e sotto l’ombrellone) nessuno ci crede più, sono tempi di conservazione dell’acquisito, di recessione non solo economica, ma anche fiduciaria; il pensiero non è più debole, la società è meno liquida in quest’epoca “fatta” e sfatta di giochi di potere irreggimentati dal fanatismo e dalla megalomania, di passioni edonistico-gossippare, di scipito liberismo, di razzismo e di xenofobia, di sciocco narcisismo esibito per la sola voglia di apparire migliori degli altri, senza naturalmente esserlo.
Il “caldo” sembra sciogliere anche il tempo impedendo di programmarne il corso, perfino di sperare (spero disperando speranze disperate, scrivevo tanti anni fa) da qui l’impossibilità di pensare al futuro - la stabilizzazione della precarietà ne è la prova - impoverendo il rapporto stesso col tempo e l’obbligo quindi di vivere alla giornata.
Forse l’unica speranza rimasta è proprio questa: dar forma al tempo, consentendogli di maturare eventi e atteggiamenti che inevitabilmente scorreranno via portandosi dietro la stessa paradossale follia insita nella fede dell’attesa.
E qui, il volo non sembri troppo pindarico, entra in gioco, perché no, la stupefacente speranza cristiana depurata dalle scorie del cattolicesimo papalino, speranza cristiana figlia di un rivoluzionario che “smisuratamente” ancor oggi tende il suo arco verso l’alto per scoccare la freccia dell’incredibile avverabile, follia e “misura” insieme di un divenire che passa per il rifiuto del compromesso con il potere fine a se stesso, con l’eliminazione delle ingiustizie sociali, con l’amare il prossimo come se stessi, con il percorrere la strada della condivisione che porta al paradiso della pacifica convivenza fra diversi.
Forse, vivere nella disillusione (a volte nella disperazione) apre all’emersione di un nuovo linguaggio, anche politico, quello della società aperta che presuppone in ciascun individuo la coesistenza di molteplici identità (civili, estetiche, spirituali) compresa quella creata dall’arte che “consente di vivere molte vite”.
Il nuovo linguaggio ispirato dal libero pensiero, una volta depurato da strumentali messianismi di parte e di manicheismi fideistici, non escluderà il conflitto ideologico, la contrapposizione verbale, non inibirà l’affermazione della propria fede politica e non sarà neanche nichilista, ma l’inizio, si spera, di una vera democrazia compiuta fatta di relazioni diverse, di rapporti leali, di un dialogo a più voci e di patti fra eguali.
Scrive Enzo Marzo sul penultimo numero di Critica Liberale:
“Dopo ogni diluvio bisogna ricostruire. Certo, prima sarebbe meglio rimuovere le macerie e allontanare i responsabili del disastro. Ma per ora ciò non è possibile, perché il nostro sistema politico garantisce l’impunità ed è congegnato in modo tale che tutto il ceto dirigente (prima regola aurea del berlusconismo) può fare e disfare le regole per proteggere i propri interessi personali…Se seguissimo solo la ragione, saremmo ridotti da tempo alla disperazione, perché il cerchio è chiuso nella sua perfezione perversa” in cui “lo smantellamento delle ragioni politiche della mancata opposizione…di stampo veltroniano non ha portato a null’altro che a due conseguenze: il rafforzamento del potere berlusconiano e il disfacimento di tutte le sinistre possibili…Il furore incontrastato della betise ha travolto tutti e devastato il paesaggio...
Noi di “Critica” continuiamo a sentire la necessità di sottolineare il dovere che spetta a quella che è definita “società civile” di pretendere il ripristino di regole condivise…Allora rovesciamo la piramide. Anche se molti settori di opinione pubblica non si sentono rappresentati dalle attuali forze politiche, la scorciatoia del “nuovo soggetto” è ora inopportuna e impraticabile.
Il CaW (così lo chiama Ferrara, suo ispiratore e aedo, spesso in apprensione per il suo mostriciattolo) ha demolito ogni possibilità pratica di nascita di nuove forze e tutto lascia intendere che questa operazione liberticida proseguirà con micidiale accanimento nei prossimi tempi. Il “cartello” ha in mano il gioco e vuole garantirsi il monopolio politico. Inoltre, l’opinione pubblica è schiacciata dal monopolio televisivo del nuovo regime e dalla chiusura d’ogni ancorché minimo pertugio critico della carta stampata…Lasciamo i diessini a friggere il loro vuoto post-muro di Berlino, non disturbiamo i “sinistri” antidiluviani impegnati nei riti devozionali per atroci dittatori estinti o superstiti. E rendiamoci conto che dall’altra parte c’è l’anti-democrazia, il sopruso, il servilismo clericale, l’arroganza, la xenofobia di un assemblaggio reazionario che farebbe orrore a qualunque destra europea. Se la piramide rovesciata sarà pesante e ingombrante, se una parte cospicua d’opinione pubblica non si chiuderà nel suo orticello scettico e darà un segno tangibile della sua presenza, chissà che non riusciamo a mettere in moto qualcosa di diverso in questa palude limacciosa…” dove sguazza sovrano il caimano italiano.

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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
Inviato da: ossimora
il 06/07/2014 alle 17:07
Inviato da: ossimora
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