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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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APPUNTI PER UN GIORNO DI "FESTA"

Post n°539 pubblicato il 26 Dicembre 2008 da bargalla

                         

Per me tutti i giorni sono uguali, se non fosse per il “rosso” del calendario non mi accorgerei neanche del Natale né delle altre feste comandate, comunque sia non sarei sincero se non ammettessi che certe ricorrenze le sento più di altre, anche se in maniera molto più attutita del comune sentire, non fosse altro perché legate ad un periodo della mia vita che ha condizionato, nel bene e nel male, quel che resta del giorno, un’esistenza tuttavia che ancora si giova di quella spinta inerziale, grazie alla quale, continuo a vivere sperando in un avvenire migliore (finanche nel marxista sol dell’avvenire, inteso come riscatto sociale di un’umanità irredenta) pur se la delusione, per quello che poteva essere e non è stato, spesso prende il sopravvento e apre sconfinati spazi al deserto della rassegnazione.
Il tempo che passa lascia dietro di sé una scia di ricordi e basta davvero poco, magari una data, un tocco di campana, un accordo d’organo, per lasciarsi sommergere dalle emozioni e l’onda anomala che suscita la ricordanza e il noverar l’etate del mio tempo andato, mi sospinge al largo di un Natale di tanti anni fa quando partecipai per l’ultima volta alla celebrazione della messa.

Ero già in odore di eresia e nel recitare la preghiera dei fedeli, dopo le formule di rito, me ne uscii con un: “preghiamo fratelli affinché il Natale di Cristo Gesù non sia solo un pacco”.
L’ascoltaci o Signore, che ne seguì riecheggia ancora nella mia mente, così come tutti gli altri gesti che culminarono con la messa è finita andate in pace, recitata da quello che considero ancora il mio padre spirituale.
A distanza di tempo sono sempre più convinto che il Signore della chiesa dei papi, è insensibile ad ogni preghiera codificata dai canoni di “santa romana chiesa” e lascia l’uomo in balia del suo destino e di quello artatamente costruito dagli operatori di iniquità che abbondano in sovrannumero in quella chiesa che pure si dice depositaria della verità rivelata, lucra e vive di rendita, una setta che sfruttando il depositum fidei celebra il vizio capitale, benedice i furbi e gli orbi, onora con vuote parole un Dio ormai sordo e serve, con i fatti, mammona e le sue lusinghe, contribuendo a confezionare il pacco-natale; tanto che nel tempo, il Natale del Signore, gestito dagli “ostetrici” catto-vaticani, non solo è diventato un pacco regalo imbellettato dal falso perbenismo clericale, ma parafrasando il titolo di un film di Nanni Loy, si è trasformato in un contropacco finendo per essere un contropaccotto: una truffa infiocchettata dagli assolutismi papali nella mangiatoia di un presepe luccicante di lustrini e di specchietti per le allodole papiste.

Immagine magniloquente di tale stravolgimento è una condotta di vita in antitesi col messaggio evangelico adottata dal clericalume imperante, esempio banalissimo di tale travisamento è dato dall’ingente patrimonio accumulato nei secoli dalla chiesa dei papi.
Il Figlio dell’Uomo, nato povero e adagiato in una mangiatoia, non aveva un sasso su cui posare il capo, eppure la chiesa che da lui si vanta di aver avuto origine, possiede la maggior parte del patrimonio immobiliare italiota, nei templi e nei musei catto-vaticani ci sono tante di quelle opere d’arte da risultare blasfeme se viste con gli occhi di chi vive nell’indigenza; per non dire dello sfarzo esibito dalla gerarchia mitrata nelle celebrazioni liturgiche con arredi e paramenti tanto preziosi quanto poco sacri che imbellettano altari imbanditi e mummie incartapecorite dalla presunzione di essere degli alter Christus, squallida manifestazione di un dio, nato povero che, novello Creso, si è arricchito al seguito dei papi-re, sovrani dissoluti alla corte degli assoluti.
Evidenti e incompatibili contraddizioni che divengono ancor più stridenti, se lette alla luce della Storia e dello stesso Natale, archetipo e millenario sedimento di deistiche Natività, sul cui culto si è innestato, con innegabile successo, il Natale dei cristiani.

In tale congerie mi domando qual è l’idea che hanno del Festeggiato coloro i quali lo prendono a pretesto per esibire pro tempore un pio buonismo pari alla cialtronesca empietà festaiola che rende così incredibilmente vacua e scontata la congiura parolaia e bacchettona dei sentimenti a buon mercato in cui ognuno recita una parte per costruire l’assurdo, illusorio nonsenso di un evento, forse religioso, ma ormai privo di qualsivoglia connotazione “divina”.
Si succedono i riti, triti e ritriti, di una liturgia dell’effimero nella quale nessun “canto di Natale” nessun “Gloria” risuonano così intensamente da far vibrare davvero le intime corde dei festevoli festanti fino a depurarle dei detriti di una ritualità che il falso perbenismo borghese e la profittevole clericale idolatria hanno incancrenito fino a svilire del tutto il significato più antico e profondo di una festa che si perde in una grotta dove molto prima del bambino Gesù nacque Mitra, anch’egli generato dal grembo virginale di una donna e, al pari del Nazareno, leggenda vuole che sia vissuto 33 anni prima di ascendere al cielo, così come la tradizione assegna al Messia dei cristiani.

Il cristianesimo delle origini ha usurpato molte delle festività pagane riportate nel calendario di Roma Antica, penso ai Saturnali, e ha soppiantato il ricordo degli antichi riti misterici adattandoli alla nascente religione predicata da Paolo di Tarso, l’interessato e coltissimo “apostolo delle genti” e dei “gentili” forse il primo ideologo, in assoluto, a fare di una religione un seguitissimo movimento, anche e soprattutto politico.
Nel caso del Natale il cristianesimo delle origini non ha fatto altro che cancellare un dio, Mitra per l’appunto, divinità benevola associata alla luce, la cui festa (Dies Natalis Solis Invicti) secondo il Calendario Filocaliano cadeva proprio il 25 dicembre, e d’ufficio decidere, secoli dopo che Cristo smise di camminare sulle acque del mare di Tiberiade, di farlo diventare il dies natalis del Gesù di Nazareth. Data chiaramente convenzionale e fortemente simbolica quella del 25 dicembre che si collega principalmente al solstizio d’inverno, le cui connotazioni astronomiche erano ben note fin dall’antichità, eppure c’è ancora chi vuol far credere e lo certifica con un presepe o con la solita benedizione in pompa magna ai “furbi e agli orbi” che Yehoshua ben Yoseph (Gesù figlio di Giuseppe) sia nato proprio il 25 dicembre.

Non ne faccio certo una questione di date, ma questi sono giorni che mi lascerebbero del tutto indifferente se non fosse per il modo col quale la paludata falsità del clericalume imperante ritorna puntuale ad ispirare il fariseume trionfante sfruttando la promessa messianica, la grande incompiuta di una redenzione il cui carattere escatologico sembra fatto apposta per alimentare quella che io chiamo la teologia dell’oppressione, accompagnando con scomuniche e anatemi l’agonia e la morte di un Uomo inchiodato dalla gerarchia ecclesiastica sulla croce di una morale dogmatica che non prevede il diritto all’autodeterminazione e men che meno promuove e benedice la teologia della Liberazione. Che è poi il fondamento dello stesso Vangelo.
Al più ne dà una lettura viziata dall’integralismo ideologico, incapace com’è di sovvertire i loschi connubi tra spiritualità e mercantilismo, universalità e localismo, filantropia e xenofobia, amore e odio, fides et ratio. La deriva liberista di un’economia senza anima e di una politica senza etica sono funzionali ad un potere anche spirituale che volentieri confonde Dio e Cesare.
La mia Nadia, citando Nietzsche, era solita ripetermi che dopotutto al mondo non c’è stato che un solo cristiano ed è morto sulla croce; quelli che sono venuti dopo l’hanno fatto risorgere per sfruttarne l’immagine e mercificare il prodotto “dio”.
Le ingerenti lobby clericali e le succursali opusdeiste incardinate nell’ordinamento di uno Stato a sovranità limitata, qual è l’Italia, hanno tutto l’interesse a gestire come meglio credono un dio che per loro è insieme fonte di reddito e ideologia da spacciare, da vendere, per condizionare anche la vita di chi non professa la loro religione.

La teologia della Liberazione, non a caso avversata dalla gerarchia ecclesiastica, è quanto di più grande possa nascere dai vagiti di un Dio fattosi Uomo, il suo afflato di riscatto sociale ha in sé il suggello della risposta data da Dio a Mosè: “Ho osservato la miseria del mio popolo, ho udito il suo grido…Sono sceso per liberarlo" (Es.3,7-8). Il prologo che Giovanni prepone al suo Vangelo rafforza questa sensazione:"Verbum caro factum est et habitavit in nobis”.
“Colui che è 'la Parola' si è fatto carne e abitò in mezzo a noi" (Gv 1,14).
Eppure il gioco elusivo di una religione ogni giorno sequestra a suo uso e consumo l’Immanente e con i suoi dogmatismi impedisce a quel Dio di farsi nuovamente Uomo per infrangere le catene della necessità con le quali il potere irreggimenta e paralizza ogni lotta di Liberazione.
Il Dio della cura e della premura, che va in cerca dei disobbedienti nel giardino dell'Eden, che si fa protettore del fratricida, che infrange l'impero del faraone e diventa bastone di viaggio per il popolo nel deserto; il Dio che distoglie il suo volto dall'odore degli incensi e dal sangue dei sacrifici, mentre s'impietosisce del popolo assetato e fa piovere la manna dal Cielo per sfamarlo; questo Dio non può che immedesimarsi nell'uomo e lottare insieme al lui per affrancarlo dalla schiavitù dei nuovi faraoni per i quali bisogna credere, obbedire e consumare.
Se proprio devo pensare ad un dio, mi piace considerarlo come Immanente, giacché “ovunque il guardo giro Immenso Dio ti vedo”. Se proprio devo pensare ad un Dio, mi piace immaginarlo come un Padre che volge il suo sguardo verso l’alterità umana e si prende cura del reietto, del diverso, dell’orfano e della vedova: “l'alterità divina inverte e converte la sua alterità in prossimità e la sua trascendenza in vicinanza; è l'irriducibile differenza che si rivela come ostinata non indifferenza nei confronti di chi, povero e nemico, è attesa di vita e di amicizia."
(Carmine Di Sante: L'io ospitale, p.12).

Caro ratzinger, è scritto: dai frutti conoscerete l’albero, serve perciò a ben poco, enumerare i problemi, lanciare appelli alla solidarietà, porgere auguri in sessantaquattro lingue, elencare scenari di ordinaria violenza, il quotidiano egoismo, l’infanzia violata e violentata, ergersi a insulso moralizzatore se poi chi si trova nelle tenebre della miseria, dell’ingiustizia, della guerra, viene colpevolmente lasciato in balia di un tragico destino che, come per i martiri del Darfur e di altri luoghi dimenticati da Dio, grida vendetta ad un occidente, cosiddetto cristiano, occupatissimo a stringere accordi e alleanze geopolitiche che puntualmente penalizzano proprio gli ultimi e i diseredati, servendosi anche dei tuoi placet sporchi di sangue, di ingiustizia e di indifferenza per i quali di certo il tuo Dio ti chiederà conto.
I frutti come testimonianza viva, caro ratzinger, hanno valore di prova che prescindono da ogni sermone gonfio di vuota retorica e questo concetto, come di certo saprai, è espresso in modo egregio da Giovanni Crisostomo: “Prima di parlare, confutiamo gli avversari con l’esempio della nostra vita. Questa è la grande arma che dobbiamo saper maneggiare, questo è il sillogismo a cui non c’è niente da rispondere: l’argomento delle opere. Potremo far loro un’infinità di ragionamenti: se non offriamo l’esempio di una vita migliore, non approderemo a nulla”.
Caro ratzinger dici di difendere la vita quando ancora è allo stato embrionale e poi pensi di tacitare la tua coscienza lanciando appelli per la pace, ma, come disse uno dei tuoi predecessori, non c’è Pace senza Giustizia e fino a quando il 20% della popolazione mondiale sfrutterà l’80% delle risorse del pianeta, con la complicità della tua chiesa, non sarà mai Natale; finché il restante 80% della popolazione mondiale rimarrà ai margini di uno sviluppo che, di fatto, impedisce ai più deboli il riscatto sociale, nessuna religione, nessuna chiesa, nessun papa, nessun dio, può permettersi più il lusso di nascere, di essere deposto in una mangiatoia e poi ai piedi di una croce, aspettando inutilmente che con lui risorgano anche i negletti, i diseredati e gli ultimi di questa terra.

“I care” diceva don Milani in contrapposizione all’egoistico “me ne frego” di mussolini tornato prepotentemente di moda, grazie all’anarchia dell’etica predicata da un certo silvio.
Prendersi cura del prossimo e farlo nella naturale gratuità dell’essere semplicemente Uomo, va al di là di ogni sbandierato intervento caritatevole legato alla professione di una fede, anche se per il credente ha una valenza che trascende l’uomo stesso giacché come diceva Lutero “Gloria dei vivens pauperla gloria di Dio si manifesta nel dare vita ai poveri – una formula fatta propria da Oscar Romero, il vescovo della Teologia della Liberazione, assassinato a Città del Messico mentre celebrava messa, osteggiato e lasciato solo dalla supponente curia di santa romana chiesa.
Il problema della salvezza eterna per il credente di una società protocapitalista, checché ne dica il magistero, si storicizza come problema della salvezza terrena in una società oppressa dalla logica del capitalismo al cui diabolico potere attinge anche la finanza catto-vaticana.
La liberazione come redenzione hic et nunc, qui e ora, senza aspettare messianismi di sorta.
Contro questa narrazione si pone, nel segno opposto dell'indifferenza e del disprezzo, l'"Homo Oeconomicus", autocefalo e senza relazioni, autofago e onnivoro, che tutto consuma, trasformando in merce e in rifiuti, persone e cose, valori e affetti, progetti e speranze. Avvezzi come siamo a incorniciare l'"Evento-Incarnazione" nella composizione agropastorale del presepe, nessuno stupore viene più a farci visita; ancor meno ci tocca l'ondata rivoluzionaria per cui storia e trascendenza, finito e Infinito, frammento e totalità, umano e Divino sono una cosa sola.


 
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