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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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AUGURI E DIVAGAZIONI IN FORMA DI LETTERA APERTA

Post n°540 pubblicato il 31 Dicembre 2008 da bargalla

      

Per festeggiare il passaggio d’anno, anche quest’anno ho rinnovato una mia personale tradizione compiendo una solitaria “processione” tra i fari salentini, messaggeri di luce e vedette d’infinito che costeggiano questo estremo lembo di terra proteso fra due mari.
Un pellegrinaggio laico, dalle forti connotazioni sentimentali, una dolce consuetudine che in altri tempi mi vedeva in compagnia della mia Nadia e che da qualche anno a questa parte compio in perfetta solitudine e con un certo anticipo sul compiersi di eventi e date la cui straordinarietà è solo certificata dalle umane convenzioni.
Se il mare me lo concede, ogni fine dicembre di buon mattino levo l’ancora facendo il giro dell’isola di Sant’Andrea, sulla quale svetta un magnifico faro; quindi seguo la costa, direzione sud, fermandomi a mezzogiorno fra Punta Meliso e Punta Ristola: sul vicino promontorio si erge possente il faro di S. Maria di Leuca, il de finibus terrae, dalla cui sommità si può scorgere l’isola di Corfù; poi lento riprendo a navigare verso nord-nord-est, risalgo la costa e, superato Porto Badisco, leggendario approdo di Enea in fuga da Troia, getto l’ancora in prossimità del mitico faro di Punta Palascia, il punto più ad Oriente d'Italia, meta del mio (del nostro) capodanno ben prima che divenisse affollato ingorgo di nottambuli capodannati in attesa dell’alba del nuovo anno e del bacio dei primi raggi del sole che qui sorge prima che altrove.
I giorni e le stagioni si succedono gli uni alle altre, cadono con fragore nella rete del nulla e in questo vuoto impolverato dalle opere non resta che la misera consapevolezza di essere giunti alla fine di un altro anno che, come i precedenti, il tempo disperde ai piedi di un faro, un po’ come accade a questa nostra Italia che, cito il poeta Vittorio Bodini e la sua Finibusterrae, meschinamente termina in poca rissa d’acqua proprio ai piedi di un faro
Tre fari: Sant’Andrea, De Finibus Terrae, Palascia, tre lanterne che la sera s’accendono tra terra e cielo lambendo l’orizzonte e il mare con i loro fasci di luce, lame d’argento che fendono il buio e sfidano l’ignoto; serbano il ricordo di antiche leggende e riflettono il fascino del genius loci: luoghi dell’anima da visitare lontano dal clamore di giorni convulsi ed ebbri di eccessi festaioli.

Osservo con estremo distacco la corsa ai festeggiamenti di fine anno, stento quasi a capire il motivo scatenante, faccio per dire, della voglia di divertirsi ad ogni costo, specie al pensiero che tutto lascia il tempo che trova. Un’indifferenza, la mia, accentuata dalla solitudine che da qualche anno a questa parte mi fa compagnia in giorni in cui il Tempo sembra quasi fermarsi per celebrare se medesimo, riacquistare nuovo vigore e succedere a se stesso, come se la cosa fosse davvero degna di essere celebrata con qualche rito propiziatorio.
Intanto su questo sperone d’approdo che guarda a Levante, fra queste strade che come ebbe a scrivere Davide Maria Turoldo, portano ancora nomi e vestigia della Grande Madre, fra queste contrade popolate dai figli del mito e di mai vinte divinità, qui come altrove stanotte Cronos ingoia la sua prole mentre giungono echi e bagliori di guerra. Gli oracoli e le sibille avrebbero di che vaticinare sul passaggio di un anno che muore e rinasce sotto il segno di Marte, proprio mentre il tempio di Giano spalanca i suoi battenti sugli eserciti schierati in battaglia.
Erano rimasti appena socchiusi sull’abisso di altre guerre dimenticate e combattute senza riuscire a suscitare l’attenzione che invece accompagna la rottura di quella fragile tregua che contrappone da sempre Israeliani e Palestinesi i quali si contendono ben più di una striscia di terra, avendo gli uni alle spalle la protervia e gli armamenti di Golia e gli altri il rancore e la fionda perduta da un pastorello nella valle di Elah, il quale, se potesse, cambierebbe fronte scegliendo l’intifada per riaffermare il diritto ad entrambi di vivere in pace; essendo i “nemici” in guerra permanente, due Popoli e due Stati, sia pure costretti a convivere nei ristretti confini disegnati a tavolino dai cosiddetti grandi della terra, anche loro schierati su fronti diversi e pertanto incapaci di riconoscere torti e ragioni, veti e divieti, diabolicamente frapposti in quel terreno minato che nel tempo è diventato lo scacchiere medio orientale.
Terreno ideale di epiche battaglie, scenario di apocalittiche soluzioni finali di cui il biblico Armageddon non è che l’ineluttabile epilogo, così come ogni cosa che in questo mondo ha inizio e fine, scansione temporale fatalmente dettata da leggi universali, nonostante l’affanno di un genere umano che pur conoscendo la conseguenza del proprio operato, fa ben poco per evitare che la Terra, così come dice il Poeta, divenga un atomo opaco del male.

Nel mio anonimo vagabondare, risalgo trasognato, la costa scoscesa, indugio fra dune di sabbia e rade calette di selvaggia bellezza, seguo le orme lasciate dalle ombre di ieri e ai piedi di quei fari mi fermo, rassegnato, per riannodare il filo dei ricordi, mentre i pensieri insieme alle onde si infrangono e mille schegge di luce soffusa saettano schiumando sugli scogli nel vento querulo dell’imbrunire. La mia consapevole finitudine qui si ferma e si sublima, perché in questo luogo mitico, magico e sacro, si avverte la sensazione che “oltre” non si può più andare, nessun “altrove” può offrire un porto più sicuro di questo, dove gettare l’ancora e aspettare fiduciosi che il vento spiri dalla direzione giusta e gonfi ancora una volta le vele.
Con i luoghi ho un rapporto simile a quello che ho con le persone e spesso mi capita, cara Nadia, di essere assalito, come stasera, da violente e struggenti nostalgie. Sfoglio i libri che mi hai regalato, prendo l’incipit del libro quarto della “Gaia Scienza” e te lo dedico:
“Tu che con lancia di fuoco
frangi il gelo dell’anima mia
si che scrosciando al mare si precipita
dalla più alta tra le sue speranze:
così sempre più chiara e più fresca,
libera, in questa
necessità più colma d’amore,
essa celebra le tue meraviglie…”
Il canto malinconico dell’ultimo gabbiano, una triste nenia che prelude al buio fitto della sera, richiama una dopo l’altra, le immagini mai sbiadite che di te conservo nella mia mente ancora, del tempo andato e della felicità perduta, del sublime e intenso afflato che in sere come queste ci coglieva sognando ad occhi aperti un futuro che ormai non ci appartiene.
Aspettando il primo sorriso del sole, i tuoi occhi di cielo e di mare, forse stanotte cercheranno ancora una volta le Pleiadi, così come facevamo, quando alla Palascia aspettavamo insieme l’anno nuovo e forse per un attimo, ritornerà a brillare più intensa una stella e solo in quell’attimo, forse penserai un po’ anche a me e al rito propiziatorio dei dodici chicchi di melograno che un Destino avaro d’amore fuggendo ha rubato, insieme al sogno mio più bello.
Da allora anch’io fuggo via da ogni cosa e ai piedi di un faro ogni tanto mi fermo, forse fuggo anche da te che nel sogno cerchi invano di fermarmi legando i tuoi neri e lunghi capelli ai miei; fuggo da me stesso, ma non sfuggo al mio Destino e qui, dopo un altro anno col pensiero giungo, per aspettare in compagnia della mia solitudine, un altro anno ancora.
Il velo del mio tempo “dannato e fatuo” lentamente si dispiega e il buio della sera si concede alle tenebre della notte, copre l’aurora e il crepuscolo dei giorni si accende di bagliori sempre uguali; l’immoto presente resta lì sospeso dietro le quinte di un futuro incerto e cullato dal ritmo dolcissimo di un mare che fluttua calmo senza quasi ondeggiare.
Schizzi d’acqua salata cristallizzano le immagini e i ricordi, la luce improvvisa e intensa del faro di Punta Palascia, tornato a segnare la rotta dei naviganti, li fissa indelebili nelle tenebre di un cuore da sempre in tempesta e squarcia le diafane velature dell’Anima.
L’ultimo raggio di un sole che non c’è più, illumina fioco il tempo che passa, la luna “delle maree madre” è solo una falce d’argento e nasconde pudica lo sguardo nel freddo cielo d’inverno; un bagliore accecante sgorga roteando dal faro e ferisce gli occhi e il cuore: inizia un altro anno, inizia un altro racconto di buio e di luce.

Scrivo questi post nella improbabile ipotesi che possano esser letti dalla donna che ho amato e che amo ancora, messaggi in bottiglia affidati al mare magnum della rete e pur non essendo più in vena di romanticherie indugio in particolari ben sapendo di correre il rischio di apparire patetico e irriducibile nel ricordare un periodo bello e terribile: la mia stagione con te.
Leggendoli sarà per lei facile risalire a me e forse anche per lei sarà doloroso ricordare, proprio perché ormai tutto ci divide e solo il ricordo ci unisce.
Non so se hai letto il libro “L’amore ai tempi del colera” ma, a volte, mi sento come Florentino, il protagonista del romanzo di G. G. Marquez e potrei dirti quanto tempo è passato da quando mi hai lasciato in balia di me stesso: continuo a contare i giorni, i mesi e gli anni pur sapendo che difficilmente per me andrà a finire come nel libro.
Fra qualche giorno sarà il tuo compleanno, so che sei madre e sposa, spero felice, e sto pensando al modo di farti avere in regalo il dvd con il film tratto dal libro dell’autore dei miei “Cent’anni di solitudine” senza turbare la tua serenità familiare.
D’accordo, se guardo l’orizzonte ti vedo, ti immagino; di sera osservo le mille, tremule luci di paesini che s’accendono come tanti presepi nel buio della mia notte e inutilmente mi chiedo quale fra quelle possa indicarmi il tuo cuore di moglie e di mamma, quale fra quelle possa tracciare il solco di un sentimento cresciuto fra la memoria e l’oblio.
Lo so, non serve a niente, ma lasciami almeno l’illusione di immaginarti e di sognarti com’eri al tempo di quella che, per dirla con il tuo Nietzsche, definivi un’amicizia stellare, proprio perché sapevi che io (ex seminarista folgorato da Marx) avevo paura di amare.
Continuo a sfogliare un libro a te caro, la Gaia Scienza, qualche pagina dopo l’incipit di cui sopra, ho ritrovato l’aforisma 279 proprio quello in cui Nietzsche scrive dell’amicizia stellare; sai quanto a me piace il mare per questo ho trovato molto indovinata la metafora delle navi. Lo riporto nel passo che segue, con le modifiche di tuo pugno apportate, sono in grassetto, con la certezza che questo monologo, muto quanto infinito, possa superare i marosi della nostra quotidianità alla luce di quei fari che ieri come oggi, si accendono, roteano e indicano la via ai naviganti, brillano nella notte sì come rota ch’egualmente è mossa dall’amor che move il sole e l’altre stelle.

“Eravamo amici e siamo diventati estranei. Ma è giusto così, non vogliamo nasconderci e mettere in ombra questo sentimento come se dovessimo vergognarcene. Noi siamo come due navi, ognuna delle quali ha la sua meta e la sua rotta da seguire, possiamo benissimo incrociarci e celebrare una festa tra di noi, così come abbiamo fatto…
Allora i due bravi vascelli se ne stavano così placidamente all’ancora in uno stesso porto e sotto uno stesso sole, tanto da sembrare che entrambi avessero già raggiunto la meta, una meta che era la stessa per tutti e due.
Ma proprio allora l’onnipossente violenza del nostro destino ci spinse l’uno lontano dall’altro in diversi mari e zone di sole e forse non ci rivedremo mai, forse potrà anche darsi che ci si veda, ma senza che si abbia più la capacità di riconoscere quello che eravamo: i diversi mari e gli altri soli ci hanno mutati per sempre! Che dovessimo divenire estranei è nella legge che incombe su di noi: ma appunto per questo dobbiamo diventare più degni di noi.
Appunto per questo il pensiero della nostra trascorsa amicizia deve diventare più sacro!
Esiste verosimilmente un’immensa, invisibile curva e orbita siderale, in cui potrebbero essere ricondotti e ricomposti gli esigui tratti di rotte smarrite, le nostre diverse mete.
Innalziamoci a questo pensiero!
Ma la nostra vita è troppo breve, troppo scarsa la nostra facoltà visiva per poter essere qualcosa più che degli amici così da riuscire a cogliere quella elevata possibilità che alcuni chiamano amore. E così vogliamo credere ancora alla nostra amicizia stellare anche se dovessimo diventare l’un per altro terrestri nemici mortali.” 

                             
BUON ANNO NADIA! BUON ANNO A TUTTI!

 
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