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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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LISI OVVERO CRISI DI UN SISTEMA

Post n°559 pubblicato il 05 Aprile 2009 da bargalla

         

I cosiddetti “grandi” della terra, fra i quali eccelle uno più "glande" di tutti, continuano a scappellarsi l’un l’altro e a riunirsi nei lupanari bancari, nelle esclusive suburre metropolitane per fronteggiare i danni prodotti alla supercazzola globalizzata (leggasi capitalismo) dall’esplosione della bolla immobiliare innescata da quella miccia costituita dai titoli spazzatura, una montagna di virtuale immondizia finanziaria franata rovinosamente su di un’economia di mercato inneggiante al liberismo antistatalista e alla più sfrenata deregulation in cui la legge della giungla ha avuto la meglio, almeno fino a quando il ricco epulone non si è accorto di poter essere egli stesso sommerso e annientato da quella montagna di merda accumulata nelle borse valori e a ridosso di muri eretti per contenere nient’altro che il volatile flottante, il fallimentare prodotto di uno scarto ricchissimo di scorie servito a soddisfare non soltanto la plutocratica bulimia di una cupola planetaria affaristica eretta nei paradisi fiscali, ma anche lo spirito guerrafondaio di certi signori della guerra ai poveracci che soffiano sul fuoco della violenza fine a se stessa dove la prevaricante legge del più forte trova sempre il modo di uscire vincitore disegnando nuove strategie finanziarie che inevitabilmente segnano la sconfitta dei più deboli ingannati dal mercato e chiamati, come sempre, a pagare il prezzo più alto della crisi.

Fa specie vedere certi nostrani furbastri patentati o certi riccastri sfondati in odor di malaffare, convinti assertori del liberismo e dell’abolizione del reato di falso in bilancio, ergersi a paladini dell’intervento dello Stato un tempo considerato “ladrone” e invocare più controlli, regole e legalità nel mentre si dicono pronti a riscrivere un nuovo codice della finanza che si guardano bene dal definire “creativa” come già fecero in tempi molto sospetti allorquando ritennero perfino moralmente giusto evadere le tasse, salvo approntare poi condoni e scudi fiscali per cercare di difendere un’economia che, unica al mondo, si fonda per il 20-22% sul sommerso, sull’elusione e sull’evasione fiscale. Sono gli stessi profittevoli saprofiti, travestiti da soloni, che quelle regole hanno già impunemente violato facendo strame di norme e regolamenti non conformi alla propria etica delinquenziale; fa schifo sentire certi esperti in paradisi fiscali investiti di cariche istituzionali dire (giustamente) peste e corna degli evasori e delle isole Cook o delle Cayman, rifugi non più sicuri dei bucanieri del pubblico erario quando poi essi stessi hanno costituito in qualche sperduto arcipelago del Pacifico una miriade di società off-shore dimenticando che moltissime società quotate a Piazza Affari hanno sede proprio nei paradisi fiscali.

Non sono certo i padroni-padrini-predoni, i politici in servizio permanente effettivo o di complemento, le varie caste di intoccabili né i cosiddetti manager a risentire della recessione, quanto gli operai, i precari, i lavoratori atipici, i cassintegrati, i pensionati o quel ceto medio, mai così sufficientemente incazzato da ribellarsi come Dio comanda derogando dall’essere mandria mansueta di un popolo, bue per antonomasia, da sempre costretto ad inginocchiarsi dinanzi al mandriano di turno. Una middle class mercificata da un potere farisaico che la irride fino a sfruttarla e a soffocarla col ricatto del falso perbenismo e con la costruzione di bisogni effimeri quanto mai che servono solo ad arricchire gli oligarchi di ogni credo e latitudine. Urge perciò approfittare di questa crisi per spazzare via un sistema fondato sull’ingiustizia sociale che ha ingenerato false aspettative di crescita accentuando il divario esistente fra ricchi e poveri.
La diseguaglianza – scrive oggi Eugenio Scalfari su la Repubblica – ostacola o blocca del tutto il funzionamento della democrazia, divide il mondo degli esclusi da quello dei privilegiati, impedisce il consenso e la condivisione della crescita sostenibile”. Occorrerebbe picconare quel piedistallo sul quale un colosso d’argilla resiste e trasgredisce ogni principio di “stabilità” e di uguaglianza per evitare di cadere vittima dell’unico giudice rimasto: il Popolo libero dai vincoli del mercato padronale e da una certa idea di libertà che è la negazione stessa di quel principio secondo cui la Libertà senza l’Uguaglianza non è che una truffa, un grande imbroglio, una trappola abilmente tesa nell’ex belpaese da uno che si ritiene di essere più libero degli altri, tanto da innestare nel suo giardino di cactus et hibiscus, un albero di cachi altrimenti chiamato “lodo” al quale bisognerebbe impiccare tutti quelli che si fanno homo homini lupus.

Questo sedicente statista affetto da uno straripante complesso di superiorità, si presenta sulla scena internazionale, sghignazza come fosse in una bettola violando protocolli ed etichette, ruba la scena ai comprimari, sforna le sue indigeste ricette anticrisi e si comporta come se fosse in gita scolastica o ad una rimpatriata di ex combattenti caduti sulla via del libero mercato. Non si contano più le sue strampalate esibizioni al limite del ridicolo, e se all’estero suscitano sgomento, ilarità, quando non proprio compassione, nella “repubblica delle vongole” vengono celebrate come inarrivabili manifestazioni di un “carisma” degno soltanto di essere considerato il sintomo più evidente di un pietoso caso clinico.
Ogni giorno volano cifre iperboliche e cazzate stratosferiche condite con l’aria fritta di una libertà costretta al ruolo di serva di un padrone che altrove verrebbe omaggiato di ben altra considerazione. Penso al destino che avrebbe se fosse un caudillo in quell’America Latina da cui pure giungono ventate di aria fresca grazie alle proposte di un movimento altermondialista che da tempo aveva previsto il fallimento del sistema. Di certo non è ancora la fine del capitalismo, ma l’attuale crisi finanziaria globale ha indubbiamente decretato la sconfessione, per usare le parole del teologo brasiliano Frei Betto, del “dogma dell’immacolata concezione del libero mercato” inteso come panacea per curare tutti i mali.
L’insostenibilità di una crescita vorticosa e incontrollata dell’economia virtuale, l’accumulazione di capitali per via speculativa, scatole cinesi, transazioni monetarie e finanziarie estranee alla produzione di beni e servizi, non hanno fatto altro che danneggiare l’economia reale e in fin dei conti quel mercato che ora paga lo scotto di una crisi fabbricata a tavolino dal capitale finanziario che (non è necessario essere degli analisti o dei premi Nobel in economia) uscirà da questa crisi ancora più concentrato e con maggiore potere per eludere o neutralizzare i tanto sbandierati controlli determinati da una nuova Bretton Woods.

Intanto la restrizione del credito tende a inibire produzione e consumo: è un’altra legge di mercato che trova conferma dal comportamento degli istituti finanziari che non erogano più finanziamenti. Le banche di investimento cambiano funzione, ragione sociale e si mettono a riposo o vengono statalizzate.
Le imposte checché ne dicano certi politicanti da strapazzo nostrani, subiranno delle impennate, proprio perché lo Stato diventerà una ciambella di salvataggio. Il tanto decantato “mercato” resterà in regime di libertà vigilata: duole ammetterlo, ma ora vale il modello cinese di controllo politico dell’economia e non viceversa così come avviene nel neoliberismo. Nel frattempo è lo Stato, il vituperato e disprezzato “Stato padrone” a dover precipitosamente intervenire per sanare i guasti prodotti dai responsabili della globale bancarotta morale e materiale, investendo nel salvataggio quelle ingenti risorse finanziarie che puntualmente spariscono quando si tratta di alleviare o risolvere, una buona volta per tutte, l’atavico problema della povertà che affligge il Terzo e Quarto Mondo. Non essendoci più niente da saccheggiare nel “pubblico” si statalizzano le perdite addossandole ai contribuenti che di certo non si sono mai spartiti stock option, superbonus e dividendi; i nababbi e i capitani “coraggiosi” non cantano più il ritornello “meno Stato più iniziativa privata”. Se si ostinano così tanto nel voler “salvare” le banche significa che vogliono salvare se stessi e un sistema fallimentare che pure versa ormai in uno stato pre-agonico.

Gli effetti della speculazione finanziaria sull’economia reale, hanno portato alla luce le contraddizioni culturali del capitalismo: l’accumulazione di capitale in conflitto con lo stimolo consumista; i valori della modernità destituiti dal carattere iconoclasta delle innovazioni scientifiche e tecnologiche; legge ed etica in feroce antagonismo quanto più il mercato si erge ad arbitro delle relazioni economiche e sociali.

Sprecare ingenti risorse per far sopravvivere il proprio orticello alla fine di un sistema fondato sul capitale, contribuisce soltanto a rendere se possibile ancor più ingiusto e ineguale un rapporto di forza generato dalla sperequazione sociale. Che un intervento statale in soccorso dei banchieri quale si è registrato in Europa e negli Stati Uniti non sia la via giusta per la soluzione della crisi lo evidenziano in maniera netta gli economisti più “indipendenti” e illuminati per i quali quello che rivela l'attuale crisi finanziaria non è altro che la necessità “ineludibile” della costruzione di una nuova architettura finanziaria, nel quadro di una prospettiva di superamento del capitalismo a cui in Venezuela è stato dato molto opportunamente il nome di “Socialismo del XXI secolo”. Di fronte al collasso del sistema finanziario internazionale, gli Stati invece di baloccarsi in G20 e G8 vari dovrebbero “adottare misure urgenti di regolazione finanziaria per proteggere il risparmio”, stabilendo meccanismi di lotta all'inflazione e controlli immediati sul cambio e i movimenti di capitale, e lavorare alla creazione di nuove istituzioni economiche multilaterali, dotate degli strumenti necessari per combattere l'anarchia della speculazione.

Nel 2009 ricorre il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, simbolo del bipolarismo di un mondo diviso in due sistemi: capitalista e comunista. Ora assistiamo al declino di Wall Street (Strada del Muro), in cui si concentrano le sedi delle maggiori banche ed istituzioni finanziarie.
L’apocalisse ideologica nell’Est europeo, mai prevista da alcun analista, rafforzò l’idea che fuori dal capitalismo non vi fosse salvezza. Se la caduta del Muro di Berlino portò all’Est europeo più libertà e meno giustizia, introducendo clamorose disuguaglianze, il terremoto di Wall Street obbliga il capitalismo a ripensare se stesso.
Il casinò globale in cui il capitalismo di rapina rilancia e bara anche se il piatto piange ha reso forse il mondo più felice? Ovviamente no.
Il fallimento del socialismo reale ha forse decretato la vittoria del capitalismo virtuale (reale solo per un terzo dell’umanità)?. Ovviamente no.
Non si misura il fallimento del capitalismo dalle sue crisi finanziarie, bensì dall’esclusione – dall’accesso a beni essenziali di consumo e ai diritti di cittadinanza, come alimentazione, salute ed educazione – di due terzi dell’umanità. Sono quattro miliardi le persone che, secondo l’Onu, vivono tra la miseria e la povertà, con un reddito quotidiano inferiore a tre dollari.
Bisogna cercare, con urgenza, un altro mondo possibile,
economicamente giusto, politicamente democratico ed ecologicamente sostenibile.

Guardo con estremo interesse alle proposte che giungono dall’America Latina, dove anche la Teologia della Liberazione ispira la nonviolenza attiva orientando concretamente la ricostruzione degli apparati produttivi sulla base dei diritti umani fondamentali puntualmente violati dall’egoismo arrivista di capitalisti senza scrupoli. Se le crisi hanno sempre “vincitori e vinti”, la scommessa dovrebbe essere quella di garantire il benessere e i diritti dei popoli e non quella di soccorrere i banchieri responsabili della crisi come sta purtroppo avvenendo in Europa e negli Stati Uniti. Bisogna potenziare l'integrazione commerciale regionale in modo equilibrato, rafforzando le capacità industriali, agricole, energetiche e infrastrutturali e a incrementare le spese sociali per far fronte agli imminenti effetti senza chiudersi in autarchici protezionismi nazionalisti ispirati dall’interesse personale e dall’egoismo più bestiale.
E' del tutto evidente che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’architettura globale, nell’organizzazione dei poteri e delle scelte economiche, politiche (e perfino militari) periodicamente messe a punto dagli “architetti dell’ordine mondiale” i quali hanno compiuto (e continuano a compiere) scelte miopi, fallaci e di parte di cui adesso tutti paghiamo le conseguenze, con il rischio di compromettere la possibilità stessa di concepire un futuro più giusto per l’intera umanità.

    

 
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