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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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EFFETTO VERONICA

Post n°562 pubblicato il 02 Maggio 2009 da bargalla

             

In tempo di vacche magre i mandriani italioti danno il peggio di sé sperperando quel poco di fieno rimasto in cascina, e questo nella quasi totale indifferenza di un popolo che, in quanto bue, si lascia docilmente soggiogare da butteri e stallieri senza scrupoli i quali lungi dall’agire per il bene comune perseguono interessi di cosca e di parte in barba ad ogni elementare regola dettata unicamente dal buon senso. Un buon senso che, evidentemente, difetta, in quanti scialacquano il pubblico denaro perché “ricattati” dai boss legaioli, restii ad accettare l’election day, o perché sfruttano una catastrofe naturale, come il terremoto, per continuare a demolire quel poco di traballante democrazia che fa da argine alla deriva autoritaria ormai in atto e mutare in corso d’opera la sede di un global forum “scenograficamente” adattato fra le rovine di borghi e città che costituiscono pur sempre la fallimentare metafora di un sistema fondato sulla sperequazione sociale. Ed è proprio per perpetuare tale concezione elitaria della società che i cosiddetti potenti della terra organizzano queste insulse manifestazioni al riparo da contestazioni di piazza, così che il G8 a L’Aquila e dintorni costituisce un diversivo scientificamente “pianificato” da un presidente del gran consilvio non nuovo a schierare il suo arsenale di armi di distrazione di massa. Un arsenale sempre pronto a dispiegare la sua micidiale potenza di fuoco specie quando il cosiddetto parlamento approva il più grande programma di riarmo mai realizzato nell’Italia repubblicana: 131 cacciabombardieri Joint strike fighter per un costo complessivo iniziale (destinato ad aumentare nel corso del tempo) di quasi 13 miliardi di euro, a fronte degli 8 stanziati dal consilvio dei ministri del 23 aprile “dedicato” alla ricostruzione dell’Abruzzo. E questo nel quasi totale silenzio di un’informazione divenuta megafono della voce del padrone che preferisce parlare delle sue passerelle e di quelle del papa re e dei loro tirapiedi visti alternarsi sul proscenio della sciagura in terra d’Abruzzo proprio mentre da ogni parte si moltiplicavano gli appelli per reperire fondi per la ricostruzione.
Ci vorranno 12 miliardi ha dichiarato qualcuno e nel frattempo se ne pianificava la spesa di altrettanti più uno per commissionare 131 cacciabombardieri d’attacco in grado di trasportare ordigni nucleari, con buona pace di una Costituzione che, nonostante gli appelli di Scalfaro e Napolitano, è ormai “un residuato bellico” neutralizzato da quelle armi di distrazione di massa tatticamente dispiegate dagli strateghi del regime.

Un arsenale mediatico che se da un lato è virtuale, non per questo è meno esiziale dal reale per gli effetti che produce giacché travisa pro domo sua la realtà, dall’altro è molto più concreto alimentando interessi di lobby e oligarchie che, tanto per restare sull’attualità, guarda agli effetti del terremoto così come i fabbricanti di armi e di morte parlano di pace armandosi di tutto punto. Un fiume di denaro sta per investire le zone colpite dal sisma: sul dramma della povera gente, c’è chi è pronto a costruire e consolidare non già le avveniristiche new town o il centro storico di città e borghi di vetusta e fragile bellezza, quanto le proprie fortune.
Per quanto mi sforzi non riesco a capire la ragione di un consenso intriso di masochismo che alimenta il volgarissimo berlusconismo, soprattutto perché contrario ad un’idea di società in cui a vigere è di fatto la legge del più forte (che non sempre è il migliore) in forza della quale si instaura una linea per così dire dinastica così che al padre succeda il figlio, una società fortemente condizionata dai cosiddetti poteri forti e dagli interessi di oligarchie che agiscono sempre e comunque per il proprio tornaconto.
Dinanzi a certe manifestazioni di falso buonismo non posso non ridere amaramente soprattutto perché mi ricordo quello che diceva mio nonno quando vedeva i notabili del paese “scendere in campo” fingendo un interesse di facciata per i poveracci, i salariati, i subalterni: una forza lavoro da sottomettere, da sfruttare e ripagare con una manciata di fichi secchi. Ricordati, mi diceva,
chi è nato con la camicia, non si metterà mai nei panni di chi è nato senza!

Purtroppo un riccastro sfondato che di camicie ne ha fin troppe è assurto alla gloria del potere abusando della condizione predominante in cui si è trovato più per debolezza altrui che per proprio merito ed ora monetizza un consenso che lo porta a manifestare pericolosamente un delirio di onnipotenza a fronte del quale non vedo chi sia in grado di opporsi senza sembrare uno dei tanti donchisciotte in crisi di identità. Ma qualcuno in grado di farlo forse c’è, e non sono certo i fini, i franceschini o i d’alema, quanto una “Signora” che ha dimostrato un’onestà intellettuale e una rettitudine che rendono la moglie di Cesare più degna di svolgere le funzioni indegnamente rivestire dall’attuale, famigerato, Cesare essendo la “Signora” in questione, l’ideale interprete di un dissenso capace di detronizzare un imperatore che ogni giorno di più vuol sembrare il tenutario di un bordello infoiato dall’idea di lucrare sulle marchette delle sue tenutarie mercificate e messe in vetrina col solo scopo di imbellettare l’insulso campionario mediatico di un tele imbonitore che continua a infinocchiare le amebiche masse cerebrolese dal puttanesimo e da una politica da trivio in cui abbondano i falsi messia, i nani e le ballerine per la goduria di un imperatore di certo ricco, al quale, poveretto, non è rimasto che ricorrere al “ciarpame senza pudore” per sollazzarsi essendo sinonimo di un’immondizia etica e morale in cui egli, l’immondo silvio, si sente a suo agio e dà il meglio di sé proprio perché è accidente e scoria da smaltire e ricacciare nella spazzatura della Storia.

In questo mefitico marasma c’è ancora qualcuno che osa emergere dall’informe omologazione imposta dal pensiero dominante e dominato, si chiami ella Veronica o come quei due sconosciuti abruzzesi che hanno osato contestare l’imperatore berlusconi a Napoli durante una delle sue consuete full immersion nell’immondizia incenerita dal più inquinante dei populisti invitandolo a non tornare più in Abruzzo per sfruttare a fini elettorali (e non solo!) una catastrofe naturale sulla quale lo sciacallaggio di una certa politica sta causando più danni dello stesso terremoto considerando l’affarismo che ispira e permea comportamenti e scelte in cui il pericolo di infiltrazioni mafiose è più che reale anche in considerazione del fatto che la stessa politica, dalla “discesa in campo” dell’innominato, è diventata organica alla mafia.
Con la mafia bisogna convivere” sentenziò uno dei suoi sciagurati manutengoli.

Come non essere d’accordo con Aldo Antonelli quando scrive che “Con l’ok del popolo plaudente, berlusconi ha riempito il parlamento di figure sospette: ‘suoi’ avvocati, ‘suoi’ ragionieri, ‘suoi’ commercialisti, ‘sue’ veline. Di fronte a questi aggettivi possessivi che accompagnano professionalità varie come non pensare all’altro aggettivo possessivo di ‘cosa nostra’ che sembra essere diventata ‘casa nostra’?

Nel mio piccolo altre volte ho scritto che berlusconi ha trasformato la Res Publica in res privata come se fosse “cosa sua” e questa privatizzazione proprietaria del potere lo ha portato ad essere il padrone incontrastato di una nazione, serva di cotanto padrino, ormai incapace di discernere il grano dal loglio.
E tale mostruosa infamia non la si potrà mai perdonare ad uno che ha scientemente peggiorato l’educazione civica di un popolo inquinato dall’immoralità e dalla malaethica di un satrapo senza scrupoli che straparla di libertà ignorando che la sua libertà finisce dove inizia quella degli altri.
Sarà forse per questo che dopo aver costruito la casa della libertà per un popolo confinato nel piccolo schermo l’ha poi demolita, rifondando un partito che prende per il culo il popolo massificato dalla presunzione di essere apparentemente libero che non riesce più a comprendere, apprezzare e applicare le più elementari regole della democrazia: la sovranità non appartiene più al popolo, ma al suo demiurgo che la esercita calpestando un Principio come l’Uguaglianza senza il quale anche la libertà non è che un orpello di cui fare volentieri a meno quando questo intralcia o limita il libero arbitrio dell’imperatore

              

 
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