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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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AHI SERVA ITALIA, DI DOLORE OSTELLO...NON DONNA DI PROVINCIE, MA BORDELLO!

Post n°563 pubblicato il 15 Maggio 2009 da bargalla

           


Scrivere! E di cosa poi? Forse di un satiro claudicante o di un satrapo sedicente statista tautologicamente abbarbicato nei palazzi dei potere, il quale per una strana alchimia, è riuscito a trasformare l’oro della democrazia nel vile metallo del dispotismo in cui a dominare è solo il più spregevole degli egoismi?
Ci sarebbe tanta di quella carne al fuoco da rischiare di scottarsi scrivendo di un carnefice che ogni giorno fa strame di ogni etica sottesa al rispetto di Principi Fondamentali sovente considerati di ostacolo per le proprie inqualificabili mire e per questo demoliti e rimossi senza suscitare sdegno e indignazione in quel demos diventato inconsapevole strumento di un regime chiaramente eversivo.

Meglio starsene vicino al mare e raccontare alle onde quel che accade nelle amate sponde, lambire con lo sguardo il cielo e lasciarsi cullare dal vento, assopirsi all’ombra degli ulivi, ascoltare un battito d’ali e destarsi al dolce stormir di fronde, sentirsi in armonia con la Madre Terra e parte infinitesima di un Tutto in ragione del quale l’immanentismo bruniano mi fa dire: “Ovunque il guardo giro, Immenso Dio ti vedo”.
Come sono lontane da qui le faziose polemiche di una politica che ha cancellato l’Humanitas nel nome di una presunta “sicurezza” che suona paradossale nel suo arroccarsi in confini frantumati dal falso perbenismo di un Occidente già “morente” nel suo essere parabola discendente di un sistema iniquo quanto mai e prossimo a toccare, non senza traumi, l’inevitabile nadir della sua fallimentare esistenza, il declino di una civiltà che è stata piegata e piagata da una forza immane costituita dal capitalismo più selvaggio che ha creato squilibri sociali e disuguaglianze insieme a una precarietà non più sostenibile.

Ricordo le interminabili discussioni col mio vecchio Prof di filosofia, uno stoico del determinismo più fatalista; a distanza di tempo devo riconoscere che aveva ragione nel delineare un corso degli eventi condizionati da un Destino che non gioca certo a dadi, disponendo di una scacchiera in cui schiera i vari pezzi senza curarsi delle eventuali variazioni apportate alle regole del gioco da “predoni” travestiti da re, regine e cavalieri, i quali abusando della loro posizione sacrificano volentieri quei pedoni che tali sono nati e tali devono restare in quel campo di battaglia che alla fine miete, inesorabile, sia i vincitori che i vinti.
Forse mi faccio condizionare un po’ troppo da un pessimismo che qualcuno definirebbe cosmico, e che qualche altro chiamerebbe, da par suo, disfattismo, ma il realismo della ragione è per così dire condizionato dal vivere ai confini dell’impero, dall’essere cioè all’occorrenza carne da voto e serbatoio elettorale di una casta di politicanti autoreferenziali fortemente inclini ad abusare del loro potere per imporre vuoi una centrale nucleare, vuoi uno storno di cassa e dirottare altrove quei fondi inizialmente destinati a finanziare le aree svantaggiate di questo Povera Patria in balia di politicanti senza scrupoli.

Vivo in un’area svantaggiata che non ha nulla da invidiare alle più rinomate località turistiche e guardo con estrema commiserazione quei valvassori e valvassini, altrimenti noti come parlamentari “sudisti” immaginari e indegni rappresentanti di un Sud che si vorrebbe semplicemente suddito, al soldo di uno Stato sempre più participio passato del verbo essere che per interessi di partito (e di cosca) si trasformano in manutengoli e servi del potente di turno e vendono per un piatto di lenticchie la primogenitura di una Terra in cui se avessero un minimo di resipiscente dignità non dovrebbero mai più metter piede né chiedere voti così come stanno invece facendo per candidati involuti ai quali del Sud non gliene fregherà mai niente, specie nel momento in cui i politici sono al minimo storico della loro credibilità. Purtroppo abbiamo a che fare con gentaglia che ha sempre sfruttato la questione meridionale per fare cassa e scappare col malloppo dopo aver infinocchiato con le solite promesse elettorali un popolo al quale si tagliano i viveri, oltre che beni e servizi che, forse perché da sempre concessi al minimo, è abituato ad accontentarsi di scuole che sfornano disoccupati e ospedali che offrono viaggi della speranza.
La mia Sudità, l’orgoglio sublime di essere terrone e figlio della Magna Grecia, diventa suditudine, malinconia e solitudine. Mi sento come se avessi perduto qualcosa, forse la speranza in un futuro migliore. In giro c’è troppa assuefazione a quanto di peggio possa produrre l’ipocrisia che ormai è diventata dottrina e manifesto di una politica autoritaria, oligarchica, corrotta, xenofoba e clerico-fascista.

Aveva ragione il mio vecchio Prof di filosofia: c’è un luogo a sud, nel vecchio continente, un paradiso perduto proteso nel mare, dove tutto quello che accade paga pegno all’apparire, dove i destini non s’incrociano mai per caso e uomini e donne sprofondano in se stessi e si affidano al sempiterno uomo della provvidenza, annegano il libero pensiero nella voragine che inghiotte il dissenso, dissipano sentimenti e ragione, passioni e progetti, non hanno nulla da perdere perché hanno già perso in nuce, hanno già perso tutto in assoluto, senza nessuna possibilità di riconquista, di redenzione, oppure di salvezza o remissione. Vivono come scheletri vaganti nel desolante vuoto della rassegnazione, nella vanità dell’arrivismo, in una decadenza esistenziale: ostaggi di stupide abitudini, debosciati dalla tv spazzatura, depressi dall’horror vacui, dalla miseria del tempo scandito dai consigli per gli acquisti e dal culto di inqualificabili personaggi costruiti a immagine e somiglianza del demiurgo. Hanno storie piccole che gli si sgretolano sotto i piedi, ossessioni del passato, indifferenza nel futuro, fideistica superstizione, si voltano indietro per vedere cumuli di macerie: fortune bruciate, fallimenti, illusioni. Se una volta hanno avuto qualcosa, è andato perduto, hanno smarrito finanche la memoria storica del loro recente passato. Se una volta hanno avuto “qualcuno” a cui ispirarsi, adesso non hanno neppure se stessi. Percorrono sentieri impervi segnati da una democrazia incompiuta, disorientati da una sovranità limitata, dispersi in boscaglie intricate di ammalianti richiami per gli allocchi, si lasciano irretire dal grande pifferaio.
Abitano sospesi nell’ex belpaese, dove tutto cambia, apparentemente, senza che nulla mai muti davvero.
Vivono in un fascismo perenne, in una sorta di plebea fascinazione dell’arroganza gattopardesca, campano di sottrazioni di libertà, di negazioni dei diritti, di omissione dei doveri, nascondimenti o svelamenti di misteri da burla, provano felicità o disperazioni per occasioni da niente, si lasciano andare fino in fondo ad un pozzo di volgare assuefazione alla noia e al meretricio dell’accidia.
C’è un luogo, si chiama Italia, che è sineddoche del mondo, mimési del reale e realtà trasformata in finzione, dove mentire a se stessi e agli altri, è l’unico modo per sopravvivere, dove cercare la mischia mediatica fra guelfi e ghibellini è un tentativo di sfuggire a una saccente ignoranza che assomiglia in modo straordinario e drammatico alla morte degli Ideali.

P.S. Ho sentito il presidente del consilvio affermare che il suo governo non è  animato da spirito xenofobo. 
In precedenza aveva dichiarato che il suo governo è contro una società multietnica. 
Nella migliore delle ipotesi, la sua è schizofrenia lessicale.

                           

 
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