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DISINCANTO

C’era una volta la Patria del Diritto in cui qualcuno ha pensato che ci fosse una “i” di troppo, così ha deciso di cancellarla facendola diventare la patria del dritto; c’era una volta il giardino d’Europa, troppo bello per essere vero, tanto che ne hanno falsata la destinazione d’uso facendolo diventare, a seconda dell’utilizzatore finale, giardino del papa o del papi. C’era una volta il Belpaese: vette innevate, valli ubertose, città d’arte, un mare da sogno, falesie, arenili dorati e rade calette di selvaggia bellezza disegnavano il profilo dell’ex Belpaese, una terra deturpata dall’incuria dell’homo italicus, inquinata dall’abuso di ogni potere costitutivo, dalla deriva autoritaria, dai condoni, e dallo sfruttamento intensivo della Res Publica meritevole di ben altra attenzione a fronte di allegre “concessioni” che permettono a “imprenditori” privati, privi di scrupoli, di sconvolgere, insieme a ogni etica ed estetica, perfino l’integrità dello Stato e l’ordinamento Costituzionale, aggiungendo altro scempio al degrado; un disegno criminale ed eversivo che cavalca il malcontento sociale in una sorta di artificiosa ed evidente contiguità con una res privata, divenuta “cosa loro” sciagurata conseguenza di un’appropriazione indebita volutamente influenzata dal crimine di Stato dove tutto quello che accade appare fatalmente determinato dal caso.
Almeno così si vorrebbe che fosse a sentire “l’osceno frasario di un piazzista” al quale fanno eco gli sproloqui di certi squallidi benpensanti contagiati da un virus che annulla la capacità di reagire e di opporsi all’attacco subdolo di un agente patogeno che continua a mietere vittime anche in ambienti considerati “asettici” ma fradici di antiche colpe e remissioni, ben disposti ad accogliere gli untori, lietissimi come non mai, di spargere dal colle più alto “la peste del secolo” su di un popolo, bue e cavia insieme, al quale “è toccata, con il danno, la beffa, una farsa in aggiunta alla sventura.”
L’improvvida estate cancella col vociare indistinto di vacanzieri all’ultima spiaggia la quiete di “altre stagioni” metafore travolgenti di un effimero divenire in cui uomini e donne sprofondano in se stessi, annegano nella voragine che spalanca l’inesistenza, dissipano sentimenti e ragioni, passioni e progetti usurati dal disincanto di un’età in cui l’entusiasmo dei tempi andati s’infrange dinanzi all’immagine distorta di uno “stivale” che sprofonda nel fango del tanto peggio tanto meglio.
L’essere il “tacco” consunto di quel liso “stivale” dà il senso di una rassegnata instabilità vissuta in bilico sul filo di una precarietà dinanzi alla quale si apre l’horror vacui della decadenza dello Stato a malapena mitigata da una democrazia incompiuta destinata inevitabilmente a sfociare nella miseria del tempo, ad essere ricacciata nella spazzatura della Storia.
I giorni si succedono gli uni agli altri, granelli di sabbia scivolano via dal palmo di mani che s’aggrappano a fili intricati di ricordi intessuti di “ossessioni” del passato precipitosamente rimosse al posto delle quali cresce l’indifferenza nel futuro; negazioni e fallimenti sospesi su piccole storie che si sgretolano sotto l’insostenibile pesantezza dell’essere in…consapevoli sudditi di un regno che è sineddoche del reale, dove la realtà si trasforma in finzione, dove l’apparenza deforma la percezione, dove un plebeismo populista celebra un volgarissimo demagogo consentendo alla menzogna di divenire improbabile verità.
Non è difficile immaginare il topos sperduto di tale immaginifica connotazione supportata da un marketing che pubblicizza marchette e marchettari dediti all’uso privatistico di un pubblico ridotto al ruolo di “sensale” in cui sguazza un manipolo di manutengoli, una pletora di mezzani, belle di notte e di giorno, faccendieri, affaristi in odor di mafia, politicanti e tangentari “votati” al culto del do ut des, motto che qualifica un certo modo di fare politica, brevettato e assimilato, in assenza di qualsivoglia senso civico, da una classe dirigente autoreferenziale, patologica espressione di una dittatura della maggioranza prodotta da una “porcata” che insieme alle leggi-vergogna qualificano meritoriamente un regime, un sistema divenuto, di buon grado, paradigma e archetipo che assimila, rielabora ed esprime camaleontiche ambiguità, ambivalenze, dicotomie, contrapposizioni tra impegno e disimpegno, responsabilità e deresponsabilizzazione etica e sociale, convergenze e divergenze di concetti sui massimi e sui minimi sistemi: il nuovo che avanza e gli avanzi raffermi di un nuovo gattopardismo che sa di vecchio e stantio.
L’ex Belpaese, alias la repubblica delle vongole, come ebbe a definirlo un dimenticato meridionalista, è divenuto, grazie al suo demiurgo, il luogo ideale della finzione semantica essenziale, svuotamento di termini ormai privi di significato quali libertà, democrazia, giustizia, un obbrobrio non più e non solo lessicale costituitosi come inarrivabile modello di ipocrisia cui far riferimento per un’interpretazione dei conflitti sociali e delle tendenze di una politica arrogante e prevaricatrice che registra l’azzeramento delle tensioni (tutto và bene, madama la marchesa!) inibisce lo sviluppo collettivo, favorendo l’egotismo, l’assuefazione, il razzismo, la resa al compromesso con la banalità e il qualunquismo, la passività e il rifiuto come categorie dell’esistenza, rivelando i segni di una debolezza civile, di una rassegnazione, di un’inedia e un’ignavia che devastano la storia di questo povero Paese in balia di un fascismo perenne; la mancanza di un’autocoscienza, la consapevolezza che nulla si ripete ma tutto torna, si ripropone, rivista, corretta e invecchiata, con addosso e dentro tutte le premonizioni della fine di un ciclo.
In questo topos, chiuso, separato, in un regno dell’effimero, apparentemente aperto e libero, le esistenze si consumano, si disfano, si sfarinano; manca ogni sintomo di fiducia, qualsiasi spiraglio di speranza, manca ogni consolazione, non c’è ombra di senso che sia diverso da quello che proviene da un certo edonismo imposto dal culto della personalità scevro da ogni “eresia” meritocratica che premia il rampantismo e il nepotismo benedetto e promosso dal puttanesimo di Stato e dalla movida mediatica: un movimento senza direzione costituito da furbi e orbi, un vagolare smarrito nel deserto di ogni giorno che, a voler essere buoni, è solo uno smaccato tentativo di esorcizzare la morte degli ideali.
E così la res privata del banana assurge a complemento di “Stato” in luogo della Res Publica, dove l’assenza dello Stato condiziona la quotidianità dei cittadini-sudditi, apparentemente felici di vivere nel bengodi berlusconiano fatto di pay tv, escort, lustrini, paillette, ronde, specchietti per le allodole e gli allocchi.
Un luogo minato dal nichilismo opportunista, dalla vacuità che si decompone sotto l’azione putrescente del panem et circenses elargiti a piene mani dal regime mediatico che nasconde il volto butterato del Leviatano dietro maschere frivole di salotti neoborghesi popolati da servi, ruffiani e pennivendoli dove “che testa di cazzo!” è l’unica risposta che sanno dare manifestando coerenza con il loro agire; dove il falso perbenismo copula col meretricio allestendo dei paradisi artificiali per il sollazzo senile di un paraninfo sedicente statista atterrito dall’idea di invecchiare in una satrapia infestata dal suo stesso potere.
A questo punto è d’obbligo citare il blog di Robert Mackey sul New York Times: “Immaginate un mondo in cui Donald Trump avesse il controllo della Nbc, fosse presidente degli Stati Uniti e offrisse a miss California, in cambio dei suoi favori, un seggio al Senato. Sareste solo a metà strada di quel che succede in Italia.” Giudizio sferzante e poco lusinghiero che da solo avrebbe dovuto indurre a più miti consigli un garante, un arbitro che sembra incapace di riconoscere e sanzionare le infrazioni alle regole del gioco.
Foto e vignette satiriche riguardanti l’innominato, galleggiano nel mare magnum della rete, costituiscono la sintesi ironica, l’immagine icastica e caustica di un potere esercitato in funzione dei propri interessi, un’ironia disperata che castigat ridendo mores senza riuscire però a provocare una sufficiente indignazione dinanzi al degrado delle Istituzioni, allo sfacelo morale di uno Stato che sopravvive trascinandosi come una vecchia bagascia imbellettata sul proscenio internazionale suscitando più che altro compassione non fosse altro per gli effetti di un terremoto fra le cui rovine continuano ad aggirarsi lupi, sciacalli e avvoltoi.
Poi, come sempre accade, le feste finiscono, gli amici se ne vanno, il millantato credito viene utilmente speso per accumulare altro debito e il trionfalismo lascia il posto alla boria, alla supponenza che ben presto viene monetizzata a fini personalistici, come sempre accade da quando sulla scena c’è un imbonitore, un vaneggiante narciso rinsecchito dal suo sterile compiacimento che riesce a vendere perfino l’aria fritta. Il guaio è che c’è gente che quell’aria fritta, purtroppo, la compra a peso d’oro.
Il tenore regressivo e repressivo, talvolta prelogico e paradossale, di certi slogan viene fatto proprio da forme poco elaborate di pensiero, invero invalse in cervelli portati all’ammasso come vuoti a perdere in discariche dove le smargiassate legaiole, gli appelli sanfedisti, le buffonesche berlusconate e la canea dei suoi coreuti, sembrano produrre un processo irreversibile che obnubila e avvelena le coscienze.
A riflettori spenti si vedono meglio gli inganni e i sotterfugi di certo mitridatismo, il tentativo di aggiungere venefica speranza alle illusioni presta il fianco alla sottrazione di sogni e bisogni destinati a non realizzarsi, almeno fino a quando non muterà la sostanza di un finto pragmatismo, di una democrazia incompiuta, fatta di vuoti annunci, di inutili propositi, come se degli uni e degli altri non fossero piene le fosse, così come son piene di sedicenti statisti malati di protagonismo, egoisti, individualisti, complessati, megalomani, schizofrenici fuori tempo e fuori luogo.
Non affermano e non negano un senso perché non riconoscono un senso a niente e a nessuno, se non a se stessi, vivono sulla pelle del Paese drammi giganteschi mentre si esaltano per piccole, stupide, insensate rivincite su rivali che hanno la loro stessa infima, ridotta statura morale.
Vanno all’estero per farsi impiantare un pace maker, i loro virgulti vanno oltreconfine per sgravare nipoti degni di cotanto nonno; esportano nei paradisi fiscali i loro capitali, tanto poi c’è sempre qualche scudo fiscale dietro cui i ricchi sfondati possono pararsi il culo.
Sono la grottesca rappresentazione di un tempo, di un’epoca, che ha perduto o si è privata dell’immaginazione, della speranza, della tensione ideale, del sentimento sociale, del conflitto, ma anche del compromesso generazionale.
Bisogna riconoscere una certa coerenza comportamentale laddove questa è funzionale ai propri interessi, a una destrutturazione sociale che comporta un violento sradicamento ideologico, un impoverimento dell’immaginario collettivo condizionato da mille individualismi e la cancellazione di Principi Fondamentali fra i quali l’Uguaglianza, senza la quale anche la sbandierata Libertà è una truffa enfatizzata dal grottesco profluvio di annunci che permette tuttavia di intuire l’inganno sotteso e l’incombente tragedia.
Talora accade che le pagine di Storia patria riflettano i colori e gli umori di certe stagioni risorgimentali, abbiano gli affanni di tanti giorni, le felicità di pochi istanti, i dolori che durano millenni, solitudini senza fondo, sogni che affondano come bastimenti sorpresi da tempeste sconvolgenti.
Il risultato è la delusione che s’offre (e soffre) come porto prosciugato per accogliere barche tirate a secco che non sfioreranno più l’acqua del mare.
Il tempo scorre inesorabile, Cronos mangia i suoi figli e risucchia tutte le passioni. Non lascia spazio a nessuna proiezione nel futuro, a nessun progetto di domani, a nessuna fantasia di avventura.
Il tempo è soltanto negazione delle possibilità, stagnazione delle tensioni, azzeramento del desiderio.
Non soltanto dimostra, istante dopo istante, che tutto passa ma, più tristemente, che tutto è già passato, sospeso in questo eterno presente, ma il conto con il passato rimane sempre aperto e tuttavia il consuntivo non può non dare che somme algebriche dove il passivo tra il dare e l’avere produce solo debito rimandando ad altro tempo il redde rationem.
Il senso di colpa è corrosivo e infiamma la coda di paglia di quanti si affannano a ricostruirla per poi vederla nuovamente ridotta in cenere. Vivono aspettando un giudizio o una condanna, sono disposti a tutto per liberarsi da un “inidagabile” passato e continuare a vivere, governare, senza la sua ombra inquietante, senza sentire il suo fiato sul collo, la sua ammonizione.
Però sanno che non possono dimenticare, a dispetto di ogni lodo. Così si accontentano di ironizzare, di risolvere un confronto con se stessi e con lo Stato rovesciando i termini del confronto e del Diritto: gli arcana imperii contribuiscono a ricostruire l’imene della verginità tante volte perduta e deflorata.
Tutto quello che si vive, che si guarda, si tocca, si pensa, si sogna, è stato già vissuto, guardato, pensato, toccato, sognato, da altri prima noi e così sarà per quelli che verranno dopo di noi; quindi la realtà è una menzogna del presente, un plagio, una ripetizione, una copia, oppure un’appendice inessenziale, come quest’espressione geografica chiamata Italia che comunque ha vissuto momenti migliori di questi.
Corsi e ricorsi storici son qui a connotare un’attualità passata in giudicato e condannata dalla Storia in modo implacabile, senza indulgere, senza concedere attenuanti a nessuna colpa, eppure c’è chi canta “scurdammoce o’ passato…chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato ha dato…scurdammoce o passato” senza minimamente contribuire a rimuovere il vulnus che è all’origine dello scempio istituzionale e avallare scelte inficiate dal vizio, non solo costituzionale, ma strutturale perché rimanda ad un preciso intendere la politica che tacitamente accetta cose e persone che solo ieri sembrano inaccettabili e impresentabili.
E se qualcuno osa manifestare la propria insofferenza per questo Stato di cose, cercando di salvare almeno le apparenze, deve subire gli inviti al silenzio del conte zio: “Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo ... si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest'urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti... A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent'altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire." (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX).
Per molti sarò disfattista, per altri congiurati del silenzio, poco propenso a tacere, nondimeno ogni volta che la famigerata stampa “estera” mette in risalto le nostra miserrime faccende politiche, mai sufficientemente biasimate dai pennivendoli italioti, non solo non mi sento offeso, ma sono perfino felice perché, come europeo (ha ancora senso definirsi “italiano”?) mi sento un po’ meno solo e in ottima compagnia.
Ad ogni buon conto, a dispetto di ogni brama di potere e aspettativa di eternità, c’è sempre “nostra sora morte corporale da la quale nullu homo vivente po’ skappare”. E quella non la si può comprare!
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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
Inviato da: ossimora
il 06/07/2014 alle 17:07
Inviato da: ossimora
il 23/03/2012 alle 02:52
Inviato da: chiaracarboni90
il 31/05/2011 alle 10:51
Inviato da: fantasista76
il 03/11/2010 alle 08:33