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CANICOLA MEDIATICA

Caldo pomeriggio d’estate, niente mare, soffia il maestrale, troppa gente, troppa confusione, meglio restarsene in campagna, poltrire all’ombra degli ulivi e cazzeggiare nel dolce far niente.
Sfoglio distrattamente i giornali di oggi, il malcostume mezzo gaudio dilaga nei bassifondi della politica. Le cronache di questi giorni raccontano di un Paese assopito dalla canicola mediatica che non reagisce come dovrebbe ai gravissimi comportamenti del presidente del consilvio.
Nel mondo democratico non esiste nessun Paese che tolleri fino al masochismo le menzogne, il conflitto d’interessi, le leggi ad personam e le intemperanze dei suoi governanti, così come accade in Italia, dove un “presidente puttaniere”e villano sfoggia villone e villane, si vanta delle sue performance orgasmatiche corredandole di balene fossilizzate e tombe fenicie: reperti di un’italietta da basso impero a uso, abuso e consumo di un utilizzatore finale per il quale, a proposito delle sue pruriginose propensioni a violare ogni etica e morale, vale il vecchio “Delenda Carthago” aggiornato e corretto da una sorta di nemesi storica che per la legge del contrappasso diverrebbe “delenda silvius” (boicottando democraticamente il suo impero mediatico) il minimo che i fenici, i loro discendenti punici, e quanti hanno a cuore le sorti di questo povero Paese possano augurarsi di fare dinanzi al dipanarsi di vicende che vedono per discutibilissimo protagonista uno squallido parvenu, affetto da mania di onnipotenza, riuscito (chissà come) a impossessarsi del potere, a infettare le coscienze e gli stili di vita di una Nazione incapace di reagire a qualsiasi attacco di eversione e volgarità portati al cuore dello Stato.
Niente di cui meravigliarsi, anche perché si adotta un sistema ampiamente collaudato da una strategia della tensione, passata anche per le stragi di mafia, che ha prodotto una sorta di abitudine al tanto peggio tanto meglio avallata da un silenzio censorio abilmente favorito dalla stampa di regime.
In queste occasioni basterebbe chiedersi cui prodest e rispondere con un minimo di onestà intellettuale senza passare per moralisti d’accatto che è quanto di peggio possa produrre il falso perbenismo che a sua volta genera comportamenti difformi dai principi enunciati.
Coraggio, senso civico e coerenza lasciati a marcire (con i classici pugni pieni di mosche) nelle tasche di una giacca, di un eschimo che va troppo stretto a una sedicente classe dirigente autoreferenziale, corriva, obesa e ingrassata da tangenti, pane, companatico e malgoverno.
Uno stivale di polli da batteria felici di essere spennati da una risma di oligarchi, spregiudicati, un popolo bue sfruttato, ammansito dagli arcana imperi e incapace di reagire ai soprusi del potere, ecco cosa sono diventati gli italiani.
“Sono dei poveri salariati che si credono proprietari, degli ignoranti mistificati che si credono istruiti e dei morti che credono di votare. Come li ha trattati duramente il modo di produzione! Di progresso in promozione hanno perduto il poco che avevano, e ottenuto quello che nessuno voleva. Essi collezionano le miserie e le umiliazioni di tutti i sistemi di sfruttamento del passato; non ne ignorano che la rivolta.”
Da “In girum imus nocte et consumimur igni” - Guy Debord -
La favola della missione di pace in Afghanistan dove si combatte una guerra a tutti gli effetti e si muore. Mai che crepasse “in missione di pace” il figlio di qualche ministro impegnato nel delineare nuove regole di ingaggio; la balla del federalismo legaiolo come soluzione (finale) dei mali italici, la fantasia della sicurezza, la realtà del razzismo, le ronde, l’apartheid della scuola (niente presidi terroni per i virgulti nordisti), lo scudo fiscale per gli scudieri del cavaliere, il buco della sanità: giù i livelli essenziali di assistenza e su le tasse; la beata ignoranza che dà i voti alla Sapienza; la questione meridionale, vexata quaestio magistralmente sostenuta da mille vessazioni avallate da sporchi strozzini sudisti vendutisi al grande usuraio (leggi “fondi aree svantaggiate” dirottati altrove) volano via come schegge di un’Italia in frantumi, saltando da un finto riformismo ad un falso pragmatismo.
E come nelle favole vere c’è sempre un puparo a guidare prima, e a difendere poi, i vari pupi, papi e papesse.
“L’Italia s’è rotta” titolava un vecchio film, parodia di una realtà che ha superato di gran lunga la fantasia.
La stampa estera scomoda personaggi non proprio edificanti come Mao Zedong e Al Capone e li paragona a berlusconi; un dittatore e un mafioso; dell’uno e dell’altro, l’innominato sembra aver incarnato le pulsioni più nascoste. Non male per uno che si proclama democratico, onesto e liberale.
L’Huffington Post pubblica sul suo sito la classifica dei dieci peggiori leader mondiali: berlusconi è il migliore dei peggiori, occupa il decimo posto ed è l’unico rappresentante dei governi occidentali ad essere in così pessima compagnia. A precederlo in classifica solo dittatori, monarchi e politici particolarmente discussi, tra cui l’aytollah Alì Kamenei e la cosa, di certo, farà piacere ai gerarchi catto-vaticani che propugnano l’avvento di uno stato etico e teocratico.
Il mondo ci ride dietro e davanti, ma l’importante è negare l’evidenza, annegare in essa ben sapendo di essere nella merda. L’importante è fingere un interesse di facciata, in linea con la professata ipocrisia, curare la manutenzione del nulla, legiferare nell’interesse di caste spudorate e spolverare ogni tanto quei poveri spaventapasseri rimasti a guardia di un campo infestato da mille parassiti che passano per benefattori della società.
La vigilanza vigila sui cavilli, sui cavalli e sulla stalla non sui cavalieri e gli stallieri; chiude gli occhi sulla sostanza, discute il metodo, ma si guarda bene dall’entrare nel merito forse perché incapace di discernere il grano dal loglio, la forma dalla sostanza, la biada dal basto, la piuma dalla scimitarra.
Il domenicale editoriale di Scalfari è illuminante, si chiede fra l’altro dove sono i 35 miliardi sperperati in un anno dal Tesoro. E intanto parlano di decreto anticrisi, pongono la fiducia, premiano le banche, dilapidano risorse, strizzano l’occhio all’usura e al riciclaggio, prendono ai poveri per dare ai ricchi.
Ma non erano dei Robin Hood? Probabilmente sono in crisi di identità e si sono smarriti nella foresta di Sherwood dove evidentemente vige la legge della giungla grazie alla quale possono gettare la maschera rivelando le loro vere sembianze senza rischiare di essere riconosciuti per quelli che sono.
La fiducia è una cosa seria, recitava un vecchio slogan pubblicitario. Inutile litigare e perder tempo in un Parlamento esautorato, tanto hanno già deciso in separata camarilla chi deve pagare il prezzo più alto della crisi, chi deve finanziarla e magari sperare che il “sei” non esca al superenalotto ancora per un po’, così i poveri diavoli continueranno a giocare e a rimpinguare l’erario alle prese con passività tali da spingere i più devoti a recarsi in pellegrinaggio e a implorare l’intervento taumaturgico di un qualsiasi san…buco in odore di santità.
E buco per buco, tanto vale esagerare e battere il ferro finché è caldo! Vero silvio?

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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
Inviato da: ossimora
il 06/07/2014 alle 17:07
Inviato da: ossimora
il 23/03/2012 alle 02:52
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il 31/05/2011 alle 10:51
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il 03/11/2010 alle 08:33