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MEDITAZIONE VESPERTINA

Le farneticazioni dei legaioli, le infatuazioni dei fondamentalisti catto-vaticani destrorsi e sinistrorsi, il gesuitismo del clericalume trionfante e l’ipocrisia del fariseume imperante nulla potrebbero sugli oves et boves italici a condizione che questi osassero liberarsi una buona volta dal giogo che li opprime costringendoli a comportarsi come mansueti animali da soma avvezzi a chinare il capo, a farsi mungere e tosare, a tirare l’aratro e le cuoia per la maggior gloria di mandriani e di cani-pastore cinicamente votati all’egolatria, al culto di capi unti e bisunti che hanno elevato a sistema ogni forma di corruttela.
L’avere annichilisce l’essere, l’apparenza predomina sull’essenza, le gazzarre mediatiche cancellano la dialettica, la pubblica opinione è schiacciata dal pensiero dominante; nulla sembra più illuminato dalla Ragione oscurata dalla volgare brutalità di una classe dirigente che non prova vergogna alcuna nel violare e violentare sistematicamente il Corpus giuridico di una Nazione divenuta lupanare in cui perfino i simboli religiosi, tanto decantati dagli accattoni dello spirito pseudo santo e politico, diventano feticci, amuleti, orpelli così come i cavilli si trasformano in cavalli di battaglia cavalcati da legulei dissennati al soldo di uno sfrenato lenone della libertà incapace di individuare il punto in cui termina la sua libertà e inizia quella degli altri.
Rientro da un lungo soggiorno all’estero, mi porto dietro lo scherno dei miei interlocutori, i loro sorrisi di sufficienza, quando non proprio di commiserazione, per la brutta piega che hanno preso certi eventi la cui tragica risonanza sfugge perfino ai protagonisti italioti di una farsa che ogni giorno si replica secondo i canoni del peggior populismo applicato alla religione del fottere il prossimo con la tacita benevolenza di pastori che subappaltano il loro feudale potere a valvassori e stallieri privi di scrupoli.
Nauseato da cotanta merda nemmeno buona per esser letame con cui concimare i germogli di un impegno civile fatto marcire prim’ancora di nascere, mi rifugio nelle pagine del caro vecchio Marx cercando in quelle un motivo, solo un motivo, per continuare a sperare pur nella convinzione che la parola senza l’azione, senza la forza pratica, è destinata a illanguidirsi nello sterile rincorrersi di idee confinate nella più astratta delle utopie.
Leggo di un ministro della “repubblica del banana” che dà dell’imam ad un cardinale della chiesa catto-vaticana che pure sputa nel piatto in cui mangia e si vede elargire anche la metà dell’otto per mille destinato dai contribuenti allo Stato come se non fossero già tanto i sei miliardi e passa di euro che lo Stato Italiano ogni anno versa alla chiesa dei papi in ragione di un lascito tangentizio che rende ora acquiescenti, ora ingerenti e questo in violazione di principi evangelici cassati dal meretricio dello spirito. Quanto la politica sia influenzata dalla religione, è sotto gli occhi di tutti; quanto stretto sia il legame fra politica e malaffare è un dato di fatto impossibile da smentire; quanto l’ideologia liberista sia sinonimo di ingiustizia sociale è un assioma difficile da controbattere a maggior ragione se gli esegeti del liberismo si professano anche cattolici e cristiani ignorando quanto le stesse radici del loro credo contribuiscano a creare divisioni e iniquità giacché “le illusioni” rimandano la redenzione degli ultimi all’altro mondo.
Come non dare ragione al caro, vecchio Marx quando nella critica della filosofia hegeliana del diritto così scrive: “La vera felicità di un popolo implica l’eliminazione della religione come forma di felicità illusoria. La necessità di superare le illusioni sulla propria condizione è la necessità di superare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione è, così, in nuce, la critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola”. (Una valle di lacrime in cui pochi se la ridono fregandosene del pianto altrui!)
Alla luce di quel che in Italia (e in altre teocrazie) accade risultano perfino profetiche certe affermazioni di Marx che vanno al di là della sua tanto vituperata (e riscoperta) filosofia.
Le offro alla meditazione degli occasionali lettori di questo blog.
“Il cosiddetto Stato cristiano è uno Stato incompiuto, la religione cristiana vale in esso come forma di integrazione e come santificazione della sua incompiutezza. La religione diviene, dunque, per questo necessariamente un mezzo: è lo Stato dell’ipocrisia”.
“Il cosiddetto Stato cristiano ha bisogno della religione cristiana per potersi completare in quanto Stato. Lo Stato democratico, lo Stato reale non ha, invece, bisogno della dimensione religiosa per il proprio completamento politico.” (Sulla questione ebraica)
“Appena uno Stato legittima al suo interno confessioni diverse con uguali diritti non può più essere uno Stato religioso senza offendere le confessioni religiose particolari, senza diventare una Chiesa che condanna come eretico ogni seguace delle altre confessioni, che fa dipendere da credo ogni boccone di pane e che fa del dogma un legame fra il singolo individuo e la dimensione sociale.” (Rheinische Zeitung)
Non resta quindi che la “professione di fede di Prometeo: ‘in una parola io odio tutti gli dei’ è la sua professione di fede, la sua sentenza contro tutti gli dei celesti e terreni che non riconoscono l’autocoscienza umana come la divinità più alta. Nessuno può starle alla pari.” (Differenza tra le filosofie naturali di Democrito e di Epicuro)
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