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"PIU' DEL CLAMORE DEGLI INGIUSTI TEMO IL SILENZIO DEGLI ONESTI"

 

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CARPE DIEM SUI GENERIS

Post n°596 pubblicato il 01 Gennaio 2010 da bargalla




Giorni come questi mi lascerebbero del tutto indifferente se non fosse per il rosso di un calendario che mi porta controvoglia a partecipare alla grande sbornia collettiva fatta di feste, di regali e di auguri scambiati con l’aria di chi non può fare a meno di sottrarsi ad un obbligo codificato semplicemente dall’abitudine legata alla scansione temporale che, pur essendo viziata dalle umane convenzioni, ha in sé qualcosa di magico e di ancestrale che puntualmente ritorna e rinasce nel succedersi di stagioni legate al ritmo scandito da Madre Natura. Il computo degli anni, la sostituzione di una cifra sembra far parte di un conteggio alla rovescia che scandisce inesorabile l’inizio della fine avendo in sé la transitorietà di un’esistenza brutalizzata dall’egoismo di una società che ha perso di vista il bene comune.
Dalle mie parti si festeggia “l’alba dei popoli” una manifestazione che la speranza di un domani migliore si infrange nell’illusione di giorni che già sappiamo esser forieri di ingiustizie vecchie e nuove perpetrate da un genere umano non più in grado di sognare un avvenire migliore per tutti, trovando più accomodante l’incubo di una società ingiusta, intimamente prevaricatrice, in cui perfino l’amore paga il pegno dell’odio al peggior offerente essendo stata svuotata dal significato più profondo costituito dall’agape, un sentimento di fratellanza sconosciuto a chi ha fatto dell’intolleranza la sua ragion d’essere.

Ho fra le mani uno scritto di Pedro Casaldaliga, un vescovo brasiliano che alimenta con altri, come Frei Betto e Leonardo Boff,  quella tenue fiammella costituita dalla Teologia della Liberazione, una speranza “eversiva” in odore di eresia fortemente contrastata dalla gerarchia catto-vaticana, ma che pure trova fondamento nel vangelo, una buona novella che certi esegeti vorrebbero fosse una favola di belle intenzioni con cui lastricare la propria reggia fatta di privilegi sorretti dalla putrida acquiescenza di una mandria di credenti affetti da cretinismo cronico irreggimentati in stazzi al di fuori dei quali non ci sarebbe salvezza. In tale sistema di compartimenti stagni l’integralismo di ogni credo e colore, ha buon gioco nel far sorgere fanatismi di ogni sorta e così quell’amore diventa odio per la chi la pensa diversamente con buona pace di quel tautologico Dio ispiratore di inumani regimi, da ognuno tirato in ballo, per suffragare la primazia di religioni divenute dottrine politiche ispiratrici di guerre più o meno sante, di scontri di civiltà, che annientano e uccidono la libertà: l’unico valore non negoziabile, il più temuto e osteggiato dal pensiero dominante che non tollera il dissenso tacciandolo come sovversivo, eretico e antidemocratico.

Oggi “il piccolo principe” è sempre più piccolo, ma si crede immenso; oggi “il re è nudo” ma copre le sue inguardabili pudende con le foglie di fico del falso perbenismo cresciuto sul conformismo sempre più ipocrita di una società globalizzata che difende il proprio orticello e lo particulare suo, invece di rispondere alla dignità ferita della maggior parte dell’Umanità; non essendo più in grado di pensare in grande, promuovere il riscatto sociale e rimuovere le cause di ingiustizia che generano violenza e malcontento, si rinchiude ancor più negli stazzi assegnati dal pastore di turno, nella prigione di un’apparente libertà condizionata dal capitale e dall’odio ribelle di chi non ci sta a recitare sine die la parte del soccombente.
In definitiva c’è chi vorrebbe che la “festa” sia esclusiva di pochi, ma è bene che sia sempre “festa” per tutti, non solo una volta l’anno quando, per tacitare le coscienze, il ricco epulone si ricorda del Lazzaro di sempre e lascia cadere le briciole dalla sua tavola avendo anche la spudoratezza di lucrare perfino su quelle sfruttando i bisogni della povera gente e, se capita, perfino le immancabili catastrofi più o meno naturali da cui c’è sempre chi cinicamente trae un qualche profitto.      
Il diritto alla felicità non è di questo mondo, come la giustizia “legittimamente” impedita a riconoscere torti e ragioni quando di mezzo c’è un potente che pretende impunità dando un esempio che non può non provocare legittimo risentimento in chi, essendo un comune mortale, crede nella balla dell’uguaglianza.

Auguriamoci che in questo capodanno ci sia almeno un momento di gioia per tutti, cancelliamo le parole di circostanza, rifiutiamo l’infinocchiante retorica del “vogliamoci bene”,  ma non facciamoci del male sperando più di quanto è lecito aspettarsi da siffatta congerie di elementi da ultima spiaggia, poco inclini ad essere minimamente umani giacché il loro agire ricorda quello dell’homo homini lupus.   
Scambiamoci pure gli auguri fra utopia e disincanto, fra sogni e realtà, fra desideri e aspirazioni.
Lasciamoci ispirare dal dialogo leopardiano “tra venditore di almanacchi e passeggere” pervaso da timido amore per la vita e da una ritrosa, pudica, attesa di felicità che, nonostante tutto, anima ancora quella che una volta si chiamava l’Utopia creando le condizioni per l’avvento di un nuovo umanesimo.
Lasciamoci sollecitare da qualche interrogativo posto da Pedro Casaldaliga:
Preoccupati per la costruzione quotidiana della politica come arte del possibile, stiamo forse perdendo di vista ciò che sembra impossibile e senza dubbio necessario? Ci si deve adattare a eleggere governi più o meno democratici e continuare sottomessi o sconfitti a procedere dentro il sistema capitalista di destra?
Cosa rimane della vecchia alternativa inconciliabile tra capitalismo e socialismo? Non manca chi afferma che è ormai finita l’ora delle destre e delle sinistre…ma, l’Utopia non continua ad essere necessaria come il pane quotidiano
?”  

Nel passaggio d’anno ci si affida alla speranza del nuovo pur sapendo che ben presto l’illusione prenderà il sopravvento e la rassegnazione tornerà ad animare il confronto con una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Non si stratta di indulgere al pessimismo, ma gli ideali, non solo politici, sono scomparsi da qualsiasi orizzonte, l’ipocrisia e la malaetica sono i nuovi precetti di una religione incivile che raccoglie sempre più adepti attorno ad un altare mediatico che obnubila le menti e predica la sopraffazione.
Il disordine etico e morale provocato dalla disperata rincorsa del benessere a qualsiasi costo va riducendo a brandelli l’ordine civile e le stesse prerogative costituzionali di Paesi a sovranità limitata dall’interesse preminente di oligarchi privi di scrupoli che propugnano la negazione di diritti universalmente riconosciuti. I predatori del bene comune vanno per la maggiore, acquisiscono inspiegabilmente sempre più credito in prede masochisticamente felici di finire nelle loro fauci e manifestano l’intenzione di rivoluzionare il sistema dei valori, non in base a criteri diffusi e condivisi, ma a personali e spesso inconfessabili percorsi preferenziali di libertà che sono soprattutto arbitrari poiché vengono a sovrapporsi violentemente su quelli di tutti, così da prefigurare l’avvento del primus super pares lanciando una sfida senza precedenti quanto a prepotenza costituzionalmente codificata e a irragionevole privilegio arbitrariamente preteso.
Verrebbe da dire: prepariamoci al peggio, almeno non avremo di che stupirci dinanzi alle brutte sorprese; cerchiamo, possibilmente, di vivere alla giornata cogliendo l’attimo fuggente.

A chi ha avuto la pazienza di leggere questo post fino in fondo, regalo l’Ode XI del libro I di Quinto Orazio Flacco, in cui il “magister noster Oratius” si rivolge a tale Leuconoe (nome di origine greca “dalla bianca coscienza” forse nel senso “di animo semplice” ). In lei Orazio rappresenta chiunque si preoccupi troppo del futuro e interroghi le stelle seguendo (ieri come oggi) le previsioni astrologiche.
Nell’ultimo verso di questa brevissima Ode ( a proposito di felicità negata) riecheggia il precetto della filosofia epicurea (cogliere le eventuali gioie del presente, senza preoccuparsi del futuro) fissato nel celebre carpe diem - afferra l’oggi - una massima che esorta a saper riconoscere quel poco che di positivo si presenta, senza arrendersi tuttavia allo sconforto, al servilismo o, peggio, all’ignavia.

                           
Non chiedere, o Leuconoe, (è illecito saperlo) qual fine
                            abbiano a te e a me assegnato gli dei,
                            e non scrutare gli oroscopi babilonesi.
                            Quant’è meglio accettare quel che sarà!
                            Ti abbia assegnato Giove molti inverni,
                            oppure ultimo quello che ora affatica il
                            mar Tirreno contro gli scogli, sii saggia:
                            filtra vini, tronca lunghe speranze per la
                            vita breve. Parliamo e intanto fugge l’invido tempo
                            Afferra l’oggi, credi al domani quanto meno puoi.






 
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