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ATTUALITA' DI ORWELL

Le storie di ordinario razzismo che ogni giorno accadono in ogni parte d’Italia costituiscono l’esempio più emblematico di un modo di intendere la vita e la politica mortalmente influenzate da un virus che ha infettato i gangli vitali dell’organismo-Stato provocando una sorta di immunodeficienza democratica tale da impedire il formarsi di anticorpi in grado di contrastare il morbo berlusconiano. Perché ormai è di questo che si tratta, di una malattia a cagione della quale si è perduta perfino la memoria storica recente tanto che i cosiddetti vivi, gli zombi, gli untori, i saprofiti e i sopravvissuti della “prima repubblica” sono costretti a riabilitare i morti, i pregiudicati, i corrotti loro simili, per legittimarsi agli occhi di un popolo sovranamente infinocchiato da una classe politica auto referenziale che spinge i suoi maggiorenti all’inciucio; un termine in cui riecheggia la metempsicosi del malaffare politico riveduto, corretto e applicato ad un’associazione a delinquere che confida proprio nella zotica correità del popolo bue, nella corta memoria di teste di legno così ben assimilabili ad una compagnia di burattini e burattinai, di pupi e pupari mai così a proprio agio dopo la “sceneggiata” dell’aggressione di Piazza Duomo.
Che dire di un chiacchierato presidente del consilvio che dopo le plurimae leges ad personam (finora sono diciannove) il quale travisa more solito la realtà e vaneggia di leges ad libertatem dove a prevalere non è lo Stato di Diritto bensì un’idea alquanto distorta e balzana di libertà personale (la sua naturalmente) così ben rappresentata dagli arcana imperii, un privilegio di casta di solito concesso a veri e propri pendagli da forca verso i quali l’unica giustizia è proprio rappresentato dal giacobinismo più ferreo e intransigente.
A siffatta marmaglia che abusa del potere e si crede investita di un’autorità estorta con l’inganno e la menzogna, non è lecito neanche tributare il rispetto solitamente dovuto agli avversari correttamente inclini ad osservare un codice che pone tutti sullo stesso piano senza concedere ad alcuno la facoltà di vincere barando con in più la convinzione di poter vantare un’impunità di stampo feudale che nel caso dell’innominato, chimicamente infoiato, potrebbe perfino prevedere il ripristino dello ius primae noctis.
Che dire di un presidente del consilvio megalomane, tracotante e menefreghista che dopo aver attaccato nuovamente la libera stampa, i magistrati e coloro i quali la pensano diversamente da lui, chiosa la sua prima invettiva del nuovo anno citando contra omnes un versetto del vangelo: “non praevalebunt” quasi a ribadire la sua plutocratica supponenza e l’ottusa inanità di un’opposizione inesistente così ben rappresentata da un certo massimo d’alema, ahimè deputato di un Sud turlupinato da pessimi ottimati che soffiano sul fuoco dell’intolleranza e dell’egolatria a buon mercato propagandate da una politica da basso impero o, per meglio dire, da una utilitaristica concezione del potere che, come accade nella fattoria degli animali, porta qualche “maiale” a reclamare ancor più privilegi ai suini suoi simili, tanto che gli altri animali si ritrovano ben presto schiavi di nuovi e più esosi padroni. Tanto che la nuova razza predona si arroga il diritto di modificare i Principi Fondamentali e così, in una sorta di bestiale esemplificazione legislativa, si comprimono le garanzie costituzionali magistralmente riassunte da un unico articolo che così recita: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
Per capire l’Italia attuale assoggettata al regime mediatico del grande imbonitore che untuosamente si dibatte fra il partito dell’amor (proprio) contrapposto a quello dell’odio per ogni forma di totalitarismo e di volgare plebeismo (quindi contro tutto ciò che incarna il berlusconismo) è sufficiente affidarsi alla satirica preveggenza di George Orwell che in un altro celeberrimo romanzo (“1984”) fa una descrizione alquanto “berlusconiana” delle brutali e raffinate sevizie psicologiche invalse in un sistema in cui il potere è l’unico valore assoluto e per conquistarlo, secondo l’astutissimo “proprietario” del partito dominante, non c’è nulla al mondo che non si debba sacrificare (finanche la Libertà, l’Uguaglianza e la Legalità) e una volta “acquistato” nulla di più importante resta nella vita se non la protervia e l’improntitudine di conservarlo con ogni mezzo.
Perciò, quando l’innominato blatera di “libertà” pensa alla sua e al modo di allargarne i confini giacché, novello re sole (novello re-sola!) ignora dove inizia la sua libertà e comincia quella degli altri.
Quando l’innominato vaneggia dell’amore di certo la confonde con l’egoismo proprio di chi ama possedere (e comprare) l’oggetto dei suoi desideri, fossero un quadro, una statua, un elettore-suddito e qualche escort sacrificata sull’altare del puttanesimo. Meglio stendere il classico velo pietoso sul resto, sugli stallieri in odore di mafia, sui brighella che brigano all’ombra di betulle e scribacchiano su giornali nemmeno buoni per essere usati come carta igienica; sui servi, sui manutengoli e sulle mantenute nominate maitresse, pardon, ministresse di quel gran puttanaio che si fregia del titolo di italica satrapia.
Certi riferimenti, puramente causali, rimandano per estensione all’allucinante descrizione che Orwell fa nel romanzo “1984” del ministero dell’amore, ovvero quando la realtà supera la fantasia.
“Fra tutti il ministero dell’amore era quello che incuteva un autentico terrore. Era assolutamente privo di finestre. Accedevi era impossibile, se non per motivi ufficiali, e anche allora solo dopo aver attraversato grovigli di filo spinato, porte d’acciaio e nidi di mitragliatrici ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pattugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armati di lunghi manganelli.” E che dire di quell’immagine odiosa e tentacolare del “grande fratello” uscita dal libro di Orwell ed entrata nel piccolo schermo di una società sommersa dal tele pattume prodotto proprio da chi predica un’impressionante moralità a rovescio con un profluvio di chiara ipocrisia che in certi ambienti tracima così come deborda l’immondo liquame della cloaca massima su di una società ormai abituata a galleggiare nella merda istituzionale e a respirare i miasmi del potere assoluto quantunque ben mascherato dalla non-democrazia della dittatura della maggioranza.
L’amore codificato come istituzione, l’insopportabile fetore del super-Stato, del super ego di qualcuno che arriva a disciplinare l’obbligo di “amare” con ostinazione il caro leader, rimanda ad altre più “amare” considerazioni accompagnate da voti vivissimi per l’infelice sortita dell’innominato sciupafemmine, perso, morto e sepolto dal suo delirio di grandezza.
Nello Stato di Diritto c’è qualcuno che si vende perfino le vocali, così da farlo diventare lo Stato del Dritto, un’anomalia non solo semantica, ma anche democratica, giacché solo il gioco di parole rimane l’unica certezza demagogico-liturgica di una indefinibile caricatura giuridica legata alla promulgazione di un corpus iuris che preso nella sua aberrante mostruosità sembra il panegirico medievale di tanti vassalli al loro signore e padrone che commissiona a la carte un vestito di foglie di fico per un re sempre più nudo; un modo come un altro per leccare il culo o la pantofola, a seconda del re oggetto di adorazione, in cui per l’appunto la prima funzione della legge è quella di instrumentum regni intesa come tutela del sovrano a prescindere da ogni nefandezza dallo stesso compiuta in violazione di ogni altra norma.
Confesso che mi sfugge il senso dell’accusa modaiola di giustizialismo “dipietrista” rivolta a chi semplicemente vorrebbe che la Legge fosse uguale per tutti, comprese “le alte cariche dello Stato” laddove al netto del plurale maiestatis, trovasi solo il presidente del consilvio asceso al soglio chigiano proprio per intralciare il cammino della Giustizia. Un tempo si diceva che “non solo Cesare ma anche la moglie di Cesare” doveva essere al di sopra di ogni sospetto. Un tempo si diceva che i “candidati” dovevano essere irreprensibili e candidi come la veste che indossavano prima di essere eletti.
Attualmente le condanne passate in giudicato, le sentenze di primo e secondo grado, le assoluzioni per prescrizione e i processi, sono titoli di merito da esibire all’occhiello di un cursus honorum imboccato perché si ritiene che le accuse non vadano ribattute con controprove volte a provare la propria “candida” innocenza, ma allontanate da sé in virtù del peso della propria importanza politica e istituzionale.
L’innominato col suo consueto aplomb da bauscia continua indefesso a denigrare gli avversari politici e i magistrati rei di aver dato credito alle notitiae criminis che lo riguardano e li ha messi sullo stesso (folle) piano dell’aggressore di Piazza Duomo. Da una parte i “coglioni” che votano per il centrosinistra, dall’altra la “spazzatura” costituita da quanti sempre più spesso manifestano il proprio dissenso nei riguardi di un malgoverno che abusa del potere e legifera pro domo sua, in mezzo i giudici accusati da un imputato.
Non c’è male per uno che si vorrebbe fosse onesto, giusto, liberale e democratico.
P. S. C’è un detto secondo cui gli occhi sono lo specchio dell’anima.
Ebbene ho visto più dignità negli occhi degli immigrati cacciati
da Rosarno, di quanta normalmente ve ne sia (quando si dice la
modica quantità!) in quelli dei politici italioti accecati dal falso
perbenismo che si baloccano con dio, patria e famiglia.
A proposito, di che colore è la pelle di Dio?
In seminario ci facevano cantare una canzone che risolve l'arcano:
è nera, gialla, bruna, bianca perché Dio ci vede uguali davanti a sé.
Un pò come potrebbe capitare a chi legge per la prima volta la fattoria
degli animali dove il lettore è alle prese con l'invenzione di un mondo
animale in cui non è coinvolto emotivamente e può contemplare con
occhio lucido e innocente la tremenda negatività della propria
condizione appena alleviata dal ricordo di uno Stato primitivo,
rousseauiano, dove l'ambizione dell'homo homni lupus non
si era ancora scatenata in tutta la sua inumana, bestiale ferocia.

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Inviato da: ossimora
il 16/02/2016 alle 10:03
Inviato da: ossimora
il 06/07/2014 alle 17:07
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il 23/03/2012 alle 02:52
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