Creato da Arwen.Galadriel il 30/09/2008

Terra di mezzo

Quando ti accorgerai che il vento ha posato sulla tua testa una piccola foglia... ferma il tuo passo. Sei stato prescelto, prima che cada desidera la conoscenza del 'segreto' che solo l'armonia della mente, il calore del cuore e la fermezza dello sguardo potranno svelare ciò che ai più è celato. J. R. R. TOLKIEN

 

Le Feste Elfiche

Post n°199 pubblicato il 08 Aprile 2010 da GraceU2
 

Dopo un lungo periodo d'assenza, ogni tanto torniamo ad aggiornare il blog! Scusateci, ma tra lavoro, impegni vari ed i nostri blog personali le vostre due Elfe sono davvero tanto prese!!!!

Sheelala

Sulime 21 - Marzo

Cade nel primo giorno di Ehuil , la stagione che gli edan definiscono primavera, in questo periodo giorno e notte hanno la medesima durata. Dopo il buio ricomincia la luce e rischiara la vita di ogni creatura.

La natura lascia trasparire una strana energia, che si manifesta in molti modi: i mille colori dei fiori, il verde brillante delle foglie e l'aria frizzante sono solo alcuni di questi.

I delicati sensi elfici vengono pervasi dall'esplosione della vita e la onorano rendendo questo giorno l'inizio dell' idhrinn (anno) tanto che questa festa è anche chiamata Minuidhrinn (primo dell'anno).

Le leggende elfiche narrano che in questo giorno Gal Voorima donò agli elfi il Sacri albero.

Si ricorda questo evento in un rito che si festeggia al sorgere del sole, simbolo della luce che cresce, e che ha come obbiettivo la cura della Amar (Terra) elemento e fulcro della festività. Gli elfi dedicano la giornata alla cura di alberi e creature e adornano un grande albero con piccole pergamene o foglie su cui sono scritte preghiere o desideri per il Padre, inoltre donano cibo alle creature del bosco.



Faradome

Narie 21 - Giugno



E' il primo giorno di Laer , Estate, il giorno in cui la luce raggiunge il suo apice. E' l'esatto opposto di Yenearsira, gli elfi festeggiano di giorno accanto all'acqua sia essa sottoforma di fiumi, sorgenti e mari, si cibano dei frutti, ma senza cuocerli, è il giorno per vivere la natura nella sua veste più semplice. E' la festa della purificazione e della nascita, i nuovi nati vengono accolti nella comunità e i chierici posano una mano sul cuore ad ogni membro del gruppo dopo averla immersa in una bacinella d'argento contenente acqua pura e erbe e fiori, in segno di purificazione. Gli elfi che raggiungono gli ottanta anni proclamano davanti al Clan i precetti di Gal Voorima . Si festeggia in pieno giorno e l'elemento della festa è ovviamente Nen (acqua).



Yavieba

Yavannie 21 - Settembre



Si festeggia il primo giorno di Lasbelin , autunno, al tramonto. E' il tempo in cui la luce e il buio sono nuovamente in equità prima che la luce cominci delicatamente a diminuire. Per questo motivo viene anche chiamata Mereth en' Suil (Festa del Saluto). Gli elfi intonano canti e suonano tutti insieme a lungo per salutare la luce e accogliere il buio, le melodie partono prima che il sole cominci a calare e continuano sino a quando l'ultimo raggio di sole scompare dietro le cime dei monti, dopo di che si cena in un banchetto ottenuto da quanto raccolto e cacciato durante il giorno stesso. In questo giorno dopo la cena iniziano ufficialmente gli apprendistati dei giovani elfi. E' la festa dell' Lind (aria) che porta i suoni a cavallo dei suoi venti sino a terre lontane.



Yenersira

Ringare 21 -Dicembre



E' il primo giorno di Rhiw , Inverno, è il giorno in cui il buio ha la meglio sulla luce, gli elfi celebrano il rapporto buio-luce accendendo grandi fuochi la notte, quando la lune è alta, intorno a cui si ritrovano per meditare e riflettere. Si ricordano i compagni caduti e si progetta il futuro. I Grandi falò sono spesso accompagnanti da danze silenziose, senza musica, in cui gli elfi si muovono seguendo i ritmi che vengono da dentro e ripetendo rituali antichi, i guerrieri simulano combattimenti muti e armoniosi per ritrovare il fulcro centrale si sé stessi.

Queste danze si concludono con un banchetto in cui la musica e le voci tornano a riecheggiare per ricordare che tutto è composto da opposti: luce- buio, silenzio-rumore e vita-morte.

Il Banchetto si conclude con la condivisione della luce, ogni elfo accende dal fuoco centrale una candela e nel buio completo porta la luce nel punto a lui più caro. E' la festa del Naur (Fuoco).

 
 
 

Imbolc - 31 gennaio/1 febbraio

Post n°198 pubblicato il 27 Gennaio 2010 da Arwen.Galadriel
 


La luce che è nata al Solstizio di Inverno comincia a manifestarsi all’inizio del mese di febbraio: le giornate si allungano poco alla volta e anche se la stagione invernale continua a mantenere la sua gelida morsa, ci accorgiamo che qualcosa sta cambiando. Le genti antiche erano molto più attente di noi ai mutamenti stagionali, anche per motivi di sopravvivenza. Questo era il più difficile periodo dell’anno poiché le riserve alimentari accumulate per l’inverno cominciavano a scarseggiare. Pertanto, i segni che annunciavano il ritorno della primavera erano accolti con uno stato d’animo che oggi, al riparo delle nostre case riscaldate e ben fornite, facciamo fatica ad immaginare.

Se sovrapponiamo la Ruota dell’Anno al nostro moderno calendario, la prima festa che incontriamo cade l’1 febbraio.

Presso i Celti l’1 febbraio era Imbolc (pronuncia Immol’c) detta anche Oimelc o Imbolg. L’etimologia della parola è controversa ma i significati rinviano tutti al senso profondo di questa festa. Infatti Imbolc pare derivare da Imb-folc, cioè “grande pioggia’ e in molte località dei paesi celtici questa data è chiamata anche “Festa della Pioggia”: ciò può riferirsi ai mutamenti climatici della stagione ma anche all’idea di una lustrazione che purifica dalle impurità invernali.
Invece Oimelc significa “lattazione delle pecore” mentre Imbolg vorrebbe dire ‘nel sacco” inteso nel senso di “nel grembo” con riferimento simbolico al risveglio della Natura nel grembo della Madre Terra e con un riferimento più materiale agli agnelli, nuova fonte di cibo e di ricchezza, che la previdenza della Natura e degli allevatori avrebbe fatto nascere all’inizio della buona stagione.
L’allattamento degli agnelli garantiva un rifornimento provvidenziale di proteine. Il nuovo latte, il burro, il formaggio costituivano spesso la differenza tra la vita e la morte per bambini e anziani nei freddi giorni di febbraio.

Imbolc è una delle quattro feste celtiche, dette “feste del fuoco” perché l’accensione rituale di fuochi e falò ne costituiscono una caratteristica essenziale. In questa ricorrenza il fuoco è però considerato sotto il suo aspetto di luce, questo è infatti il periodo della luce crescente. Gli antichi Celti, consapevoli dei sottili mutamenti di stagione come tutte le genti del passato, celebravano in maniera adeguata questo tempo di risveglio della Natura. Non vi erano grandi celebrazioni tribali in questo buio e freddo periodo dell’anno, tuttavia le donne dei villaggi si radunavano per celebrare insieme la Dea della Luce (le celebrazioni iniziavano la vigilia, perché per i Celti ogni giorno iniziava all’imbrunire del giorno precedente).

Brigid
Nell’Europa celtica era infatti onorata Brigit (conosciuta anche come Brighid o Brigantia), dea del triplice fuoco; infatti era la patrona dei fabbri, dei poeti e dei guaritori. Il suo nome deriva dalla radice “breo” (fuoco): il fuoco della fucina si univa a quello dell’ispirazione artistica e dell’energia guaritrice.
Brigit, figlia del Grande Dio Dagda e controparte celtica di Athena-Minerva, è la conservatrice della tradizione, perché per gli antichi Celti la poesia era un’arte sacra che trascendeva la semplice composizione di versi e diventava magia, rito, personificazione della memoria ancestrale delle popolazioni.

La capacità di lavorare i metalli era ritenuta anche essa una professione magica e le figure di fabbri semi-divini si stagliano nelle mitologie non solo europee ma anche extra-europee; l’alchimia medievale fu l’ultima espressione tradizionale di questa concezione sacra della metallurgia.

Sotto l’egida di Brigit erano anche i misteri druidici della guarigione, e di questo sono testimonianza le numerose “sorgenti di Brigit”. Diffuse un po’ ovunque nelle Isole Britanniche, alcune di esse hanno preservato fino ad oggi numerose tradizioni circa le loro qualità guaritrici. Ancora oggi, ai rami degli alberi che sorgono nelle loro vicinanze, i contadini appendono strisce di stoffa o nastri a indicare le malattie da cui vogliono essere guariti.

Sacri a Brigit erano la ruota del filatoio, la coppa e lo specchio.
Lo specchio è strumento di divinazione e simboleggia l’immagine dell’Altro Mondo cui hanno accesso eroi e iniziati.
La ruota del filatoio è il centro ruotante del cosmo, il volgere della Ruota dell’Anno e anche la ruota che fila i fili delle nostre vite.
La coppa è il grembo della Dea da cui tutte le cose nascono.

Cristianizzata come Santa Bridget o Bride, come viene chiamata familiarmente in gaelico, essa venne ritenuta la miracolosa levatrice o madre adottiva di Gesù Cristo e la sua festa si celebra appunto l’1 febbraio, giorno di Santa Bridget o Là Fhéile Brfd.
Riguardo questa santa, di cui è tanto dubbia l’esistenza storica quanto certa la sua derivazione pagana, si diceva che avesse il potere di moltiplicare cibi e bevande per nutrire i poveri, potendo trasformare in birra perfino l’acqua in cui si lavava!
A Santa Bridget fu consacrato il monastero irlandese di Kildare, dove un fuoco in suo onore era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache. Ogni suora a turno vegliava sul fuoco per un’intera giornata di un ciclo di venti giorni; quando giungeva il turno della diciannovesima suora ella doveva pronunciare la formula rituale “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo giorno si diceva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Il numero diciannove richiama il ciclo lunare metonico che si ripete identico ogni diciannove anni solari.
Inutile ricordare come questa usanza ricordasse il collegio delle Vestali che tenevano sempre acceso il sacro fuoco di vesta nell’antica Roma, ma più probabilmente la devozione delle suore di Kildare si ricollega alle Galliceniae, una leggendaria sorellanza di druidesse che sorvegliavano gelosamente il loro recinto sacro dall’intrusione degli uomini e i cui riti furono mantenuti attraverso molte generazioni.
Allo stesso modo, nel monastero di Kildare solo alle donne era concesso di entrare nel recinto dove bruciava il fuoco, che veniva tenuto acceso con mantici, come ricorda Geraldo di Cambria nel 120 secolo. Il fuoco bruciò ininterrottamente dal tempo della leggendaria fondazione del santuario, nel 60 secolo, fino al regno di Enrico VIII, quando la Riforma protestante pose fine a questa devozione più pagana che cattolica.

tratto dal sito www.ilcerchiodellaluna.it

 

 
 
 

BUON NATALE!!!

Post n°197 pubblicato il 23 Dicembre 2009 da GraceU2

FELICE E SERENO NATALE A TUTTI VOI CHE PASSATE NEL NOSTRO MAGICO MONDO...

Le Vostre Elfe...

Arwen & Galadriel

 
 
 

Le fate delle luci

Post n°196 pubblicato il 01 Dicembre 2009 da Arwen.Galadriel
 

Il Natale è il periodo più impegnativo per le Fatine delle Luci perchè è proprio nei giorni più brevi e bui dell'anno che abbiamo maggiore bisogno di queste magiche Fatine che ci confortano e ci ispirano.
Le Fatine delle Luci amano l'odore degli alberi di Natale veri ma, anche se un tempo raramente si sistemavano tra i rami finti di un pino artificiale, hanno capito che per molti esseri umani gli aghi che cadono sono una vera seccatura e adesso scintillano felicemente fra i rami di qualsiasi pino o abete, vero o di plastica.

Il Natale, però, no è l'unica festa che attrae le Fate delle Luci. Le tremolanti lampade ad olio di Diwali, la grande festa indù delle luci, esercitano un forte richiamo su queste allegre creaturine. Ma devono fare attenzione a non volare troppo vicino alle fiamme se non vogliono correre il rischio di bruciarsi un'ala!
Anche in Cina ci sono tante meraviglie luminose: lanterne di carta, petardi e fuochi d'artificio mandano letteralmente in visibilio le Fate delle Luci! (le Fate di origine asiatica sono associate da molto tempo a lanterne e fuochi d'atificio e si incontrano spesso alle feste.)
E più queste Fatine sono contente, più diventano luminose, al punto che niente di ciò che gli esseri umani producono può competere con il loro magico splendore.

 
 
 

22 Ottobre: la Festa degli Elfi

Post n°195 pubblicato il 22 Ottobre 2009 da GraceU2
 

da: "Le origini degli Elfi"

 

di Massimiliano Roveri

 

I Sidhe (pronuncia Shee) sono il popolo fatato delle leggende celtiche con cui l'epopea elfica ha inizio.

La loro origine affonda in un mito ancora più antico, quello dei Tuatha De Danaann (la tribù della Dea Danu). la seconda delle popolazioni che occuparono l'Irlanda nel mito: fu il popolo che, grazie all'uso delle arti magiche, conquistò la supremazia sui fir Bolg.

I Tuatha De Danaann arrivarono dal cielo avvolti in una nube con i loro quattro tesori magici: la Pietra del Destino, la Lancia di Lugh, la Spada di Danu il Calderone di Dagdha.

Nonostante i poteri dei Tuatha, i successivi invasori, i Milesi, avranno poi la meglio.

ma il rispetto per il nemico sconfitto e per la sua sapienza magica è tale, che i vincitori canteranno le gesta del popolo che li ha preceduti nel dominio dell'Irlanda, conferendogli un alone di divinità.

I re Tuatha assurgono al ruolo di Dei, i Tuatha sono riconosciuti come un popolo permeato dalla magia.

È così che nasce faerie, il luogo magico in cui i Tuatha, da ora riconosciuti come i Sidhe, si ritirano per ricomparire di tanto in tanto con le più svariate motivazioni (andare a caccia. danzare sotto la luna, rapire un bambino...).

È una sorta di paradiso pagano, in cui i guerrieri combattono per rinascere dopo la morte, e vivono tra banchetti e divertimenti.

La tradizione originaria dei Sidhe-Elfi sarà poi rielaborata dai mille rivoli delle tradizioni popolari, talvolta sovrapponendosi agli spiriti pagani dell'acqua, del mare e delle foreste.

Questa stirpe andrà a costituire la miriade di creature del cosiddetto Piccolo Popolo.

Si tratta di esseri spesso malvagi, talvolta burloni, sempre elusivi e misteriosi; esseri che esistono tra due mondi e che possono attirare gli umani verso Faerie, un luogo da cui nessuno può (O vuole?) fare ritorno.

E’ in questa forma che, prima con Chaucer e poi con Shakespeare, gli elfi entrano nella letteratura; letteratura e tradizione popolare si incontreranno nell'opera di raccolta delle fiabe e leggende irlandesi di W.B. Yeates, il veicolo che ha traghettato i popoli di Faerie verso il mondo contemporaneo. "

 
 
 

La notte in cui camminano i morti

Post n°194 pubblicato il 16 Ottobre 2009 da GraceU2
 

Non faceva affatto freddo, quella notte. Eppure la giornata era stata rigida, sembrava di essere tutto d’un tratto entrati in pieno inverno, a dispetto del calendario.
Anche le previsioni meteorologiche avevano detto che su tutto il paese era in arrivo una perturbazione che avrebbe portato temperature molto al di sotto della media stagionale.
Avevano anche fatto vedere la ricostruzione grafica delle correnti d’aria fredda che si addensavano minacciose. E invece, dannazione, quella sera la temperatura cambiò bruscamente.
Mi ero messo il piumino pesante, quello che usavo la notte di Capodanno per andare a sparare i botti con gli amici, tanto per dire, e avevo caldo.
La verità è che le stagioni non sono più quelle di una volta. Quando ero piccolo, e parlo di non più di trent’anni fa, le temperature seguivano il regolare corso della natura, come dovrebbe essere. Guardavi il calendario, era autunno, e faceva un tempo autunnale, se era inverno dovevi coprirti bene, e l’estate faceva caldo. Ditemi voi se adesso è lo stesso. Forse sono io che non riesco ad adattarmi, ma ormai non ci si può regolare. Un giorno è inverno e il giorno dopo c’è un sole che spacca le pietre, e magari tutto questo succede a dicembre. O addirittura, come quella sera, la temperatura cambia da un minuto all’altro.
E se il freddo della giornata era stato innaturale, altrettanto lo era il caldo di quella sera. Senza il calendario a portata di mano non sarebbe stato possibile neanche tirare a indovinare quale stagione fosse, figuriamoci il giorno esatto. Per fortuna, a confortarmi nel caso avessi avuto un vuoto di memoria, c’era il calendario dell’orologio della macchina. Era la sera del 1 novembre.
Uscii di casa poco dopo le undici e quaranta. Dovevo fare il turno di notte nel palazzo in cui lavoravo come custode, e avrei dovuto prendere servizio di lì a un’ora.
Mi piace guidare di notte, o almeno mi piaceva farlo da ragazzo, poi purtroppo il lavoro durante il giorno ha cominciato a svuotarmi delle energie. Appena entrato in macchina, mi resi conto una volta di più che avevo fatto male a dar retta alle previsioni, e che con il piumino addosso avrei fatto una sauna. Non mi andava di fermarmi subito per togliermelo, così smanettai un po’ con la manopola del condizionamento per regolare la temperatura, ma il climatizzatore non diede segni di vita. Non era la prima volta che mi succedeva, perciò non ci feci caso, e mi limitai a ripetere per l’ennesima volta che alla prima occasione avrei cambiato quello scassone di macchina.
La strada era vuota, sia di pedoni che di altre auto. C’è tanta gente superstiziosa che preferisce non andare in giro la notte dei Morti. Improvvisamente mi tornò alla memoria un giorno di una trentina di anni prima. Avevo forse dodici o tredici anni, e anche allora era la notte fra l’1 e il 2 novembre. Non solo, ma anche quella notte il termometro sembrava impazzito e faceva caldo come in estate.
Insieme ad un paio di amici, ci eravamo messi in testa di passare la notte dei Morti in maniera diversa dal solito, così avevamo detto ai nostri rispettivi genitori che saremmo andati a dormire da uno di noi, che a sua volta aveva casa libera perché i suoi erano fuori città. Oggi la moda di Hallowen si è diffusa anche da noi, ma a quell’epoca ne sapevamo poco. Sapevamo solo che in America, la notte di Ognissanti i bambini si vestivano come a carnevale e andavano in giro a bussare alle porte.
Noi ci limitammo a prendere spunto da questo, perché quello che volevamo fare era diverso. Abitavamo non lontano dal cimitero, e la nostra idea era quella di andare in giro con dei lenzuoli, o con le facce dipinte di bianco, come dei fantasmi, per spaventare i malcapitati che si trovavano a passare. Era un sabato sera, quindi non avevamo il problema di doverci alzare presto la mattina dopo.
Coincidenza singolare, a cui feci caso solo guardando il display dell’orologio, anche quella sera era un sabato. Altra coincidenza, il palazzo in cui dovevo andare a lavorare era vicino al cimitero, anche se era stato costruito di recente.
Il tragitto cominciava ad essere noioso, perciò scelsi un cd da quelli che tenevo in macchina e lo inserii nell’apposita fessura dello stereo. Immediatamente le note di un pezzo dei REM riempirono l’abitacolo.
Poi sentii uno scatto. L’orologio del cruscotto adesso segnava tre zeri, e annunciava che era domenica. Era il 2 novembre.
Nello stesso momento, lo stereo smise di suonare, il lettore cd si spense e sputò fuori il cd. Ci soffiai sopra e lo inserii di nuovo. Schiacciai Play, ma il cd uscì di nuovo fuori. Scelsi un cd di Michael Jackson e lo inserii nello stereo. Stessa storia. Presi dal mucchio un altro cd e lo inserii. Niente. Evidentemente la macchina non era l’unica cosa da buttare.
Aprii il cassetto portaoggetti e scelsi una delle cassette che avevo lì. Ne scelsi una degli Aerosmith e la inserii nell’autoradio. Solo dopo due minuti mi resi conto che ancora non aveva emesso alcun suono. Mandai avanti veloce, ma era come se avessi inserito una cassetta vergine. Semplice, pensai, a forza di stare lì dentro si è smagnetizzata. Ne ebbi la conferma con una seconda cassetta, dei GN’R. Mi fermai per cercarne una che fosse rimasta intatta. Trovai una compilation dei Beatles che sembrava in buone condizioni. La azionai e finalmente lo stereo tornò a trasmettere musica. Di pessima qualità, però. Non per la musica dei Beatles, intendiamoci, ma proprio per il suono. Erano più i fruscii che le note, sembrava una registrazione d’epoca. Non potei resistere a lungo a quello strazio, così tolsi la cassetta e accesi la radio. La mia stazione preferita era saltata. Attivai la ricerca automatica delle frequenze.
Teoricamente, in pochi secondi avrei dovuto trovare una stazione. Invece niente, e quando abbassai lo sguardo sul display mi accorsi che correva a velocità folle dagli 87.5 ai 108 MHz senza trovare una sola stazione. Non sapevo se ridere o piangere, era impossibile che fossero saltate tutte le radio
‘Proviamo con l’AM’ mi dissi, e disattivai la modulazione di frequenza. L’AM funzionava e stava trasmettendo Ruby Tuesday dei Rolling Stones. La ascoltai per un po’, poi cercai altrove. Su un’altra stazione c’era Bob Dylan, con Mr. Tambourine Man.
”Let me forget about today until tomorrow”
Non potei fare a meno di pensare che erano dischi in classifica tanti anni prima, forse anche quella fatidica sera in cui avevamo deciso di vestirci da spettri.
‘ Ma che è, una serata revival?’ reagii infastidito, e azionai di nuovo la ricerca automatica.
Sembrava ci fossero solo tre canali, e il terzo trasmetteva quello che sembrava un notiziario, ma mi accorsi subito che c’era qualcosa di strano
‘ Questa mattina il presidente degli Stati Uniti d’America, in visita a Nuova York ha parlato dell’intervento in Vietnam, rassicurando la folla accorsa ad assistere al suo discorso. Intanto, la polizia disperdeva i numerosi manifestanti pacifisti i quali…’spensi immediatamente, infastidito dalla voce metallica del cronista, più che dalle parole. Probabilmente trasmettevano documenti d’epoca. Provai a cercare manualmente una stazione, ma appena la toccai, la radio si spense. E immediatamente dopo anche la macchina.
Così, senza preavviso, senza che si illuminasse una qualche spia rossa o qualcosa del genere. Semplicemente si spensero motore e quadro di comando, come se qualcuno avesse staccato i fili.
Ero fermo in mezzo alla strada deserta. Provai a rimettere in moto, ma né motore né batteria diedero segni di vita, come se non esistessero.
Presi il cellulare, ma ovviamente non c’era campo, e appena lo toccai per provare a fare una chiamata d’emergenza, la batteria si scaricò e il display si spense.
Non potei far altro che scendere dalla macchina. Aprii il cofano, dentro sembrava tutto a posto, ma io di motori non ci capisco un’acca.
Comunque c’era poco da capire, la macchina mi aveva abbandonato e dovevo farmela a piedi.
Non doveva mancare molto, ma non riuscivo ad orientarmi bene perché quella strada, di notte, sembrava diversa. Non c’erano molti lampioni, e così le case, i cartelli, il paesaggio, insomma tutte quelle cose che potevo prendere come punti di riferimento, erano inghiottite dalle tenebre.
Salii sul marciapiede e mi incamminai sul sentiero alberato, di cui non vedevo l’inizio né la fine, ma solo il breve paesaggio cui passavo affianco, e che mi sembrava tutto uguale. Non è così anche la vita?
Proseguii per non so quanti minuti. Anche se non riuscivo ad orientarmi, dovevo essere ormai arrivato. Non c’era possibilità di sbagliare, da casa mia al lavoro bisognava percorrere un’unica strada dritta, senza mai abbandonarla, e mi trovavo subito nel parcheggio.
Invece ero in strada ormai da mezz’ora e non ero ancora arrivato. Era troppo buio per guardare l’orologio, ma doveva essere mezzanotte e un quarto, forse la mezza.
Più o meno l’ora in cui, tanti anni prima, i miei amici ed io avevamo terminato di spalmarci la faccia di bianco, di passarci il nero sotto gli occhi e vestirci con dei sacchi che dovevano occultare le nostre fattezze. Ci eravamo guardati nello specchio e quasi eravamo morti di paura. Sembravamo davvero degli spettri come si vedevano nei fumetti di paura che qualcuno faceva girare a scuola, o come in certi film americani che andavamo a vedere al cinema, di nascosto. Ma i trucchi di quei film erano meno riusciti di quelli che avevamo escogitato noi, o almeno era la nostra impressione.
Uscimmo fuori, correndo da un lato all’altro della strada deserta, lanciando urla e agitando le torce elettriche che tenevamo sotto i vestiti e che contribuivano a circondarci di luce.
Passarono solo un paio di auto, e noi ragazzi ci divertivamo ad attraversare la strada all’improvviso mentre i fari delle auto illuminavano le nostre spaventose fattezze. Più di un’auto rischiò di sbandare e finire fuori strada. Il divertimento però non era come l’avevamo previsto. Spaventare gli automobilisti non dava soddisfazione, non potevamo goderci le reazioni e in più rischiavamo di venire investiti. Ci eravamo conciati in quel modo perché volevamo spaventare i passanti, ma purtroppo si era fatto tardi, e a piedi non passava più nessuno.
Non mi ricordo chi di noi, forse proprio io, propose di andare a suonare alle porte delle case, farsi aprire e spaventare la gente. In quella zona non c’erano tanti condomini, la maggior parte degli edifici erano case isolate, a due piani, con l’ingresso direttamente sulla strada. In alcune case, le luci erano ancora accese. Decidemmo di separarci e dividerci l’isolato in quattro zone di appartenenza, quanti eravamo. Avremmo dovuto suonare e farci aprire, o almeno spingere le persone ad affacciarsi alla finestra e osservare la loro reazione quando ci vedevano. Se si spaventavano, era un punto, se si limitavano ad aprire e guardarci, mezzo punto. Non c’era un giudice, facevamo affidamento sulla nostra buona fede. In palio per chi faceva più punti c’era una squadra del Subbuteo pagata dagli altri tre
- Io quella zona non la voglio- dissi immediatamente, dopo esserci suddivisi l’isolato
- Una zona vale l’altra- ribatterono gli altri –hanno tutte lo stesso numero di case-
- Sì, ma nella mia c’è…- quasi mi vergognavo a continuare la frase. Gli altri avevano capito, e se la ridevano
- Dì un po’, non avrai mica paura dell’Orco?-
L’Orco, lo avevamo soprannominato così quando eravamo più piccoli, era un uomo di età indefinibile, forse sui quaranta, forse sui cinquant’anni, che abitava in una di quelle case. Lo chiamavamo così perché era grosso, curvo, peloso e spaventava i bambini. Non parlava con nessuno, si diceva che bevesse e le nostre mamme ci raccomandavano di stare attenti quando giocavamo lì vicino
- Non è che ho paura- ribattei –solo che se mia madre sa che sono andato da quello…-
- E tu non glielo dire-
- Una volta sono andato da lui- disse Claudio, con il suo fare da adulto –per una raccolta della chiesa. È stato molto gentile-
Non ci credevo, lo diceva per darsi arie, ma non potevo passare per codardo. Così accettai.
Diedi un taglio ai ricordi. Mentre ricostruivo quelle scene di trent’anni prima avevo di nuovo perso la cognizione del tempo. E non ero ancora arrivato a destinazione.
All’improvviso qualcosa ruppe il silenzio della strada. Un vago suono il lontananza che si faceva via via più distinto superando gli alberi.
Era una canzone. Una vecchia canzone. Una voce suadente, una chitarra in sottofondo.
Era Elvis, senza dubbio. E qualche secondo più tardi riconobbi anche la canzone, Don’t be cruel. Le coincidenze cominciavano ad essere troppe.
Già, perché anche quella notte di tanti anni prima avevo sentito risuonare quella stessa canzone. Dalla casa dell’Orco.
Quindi era in casa ed era sveglio, avevo pensato, avvicinandomi al cancello. I miei amici erano già spariti dietro l’angolo e io cominciavo a sudare freddo, tanto che temevo che il trucco cominciasse a sciogliersi.
La canzone di Elvis da un trentatré giri continuava a suonare senza soluzione di continuità. Suonai il campanello e attesi un minuto abbondante, ma l’Orco non venne ad aprire. Forse la musica copriva il suono del campanello, o forse stava dormendo. Ero tentato di andarmene, e mi allontanai di qualche passo. Ma poi mi tornò in mente la squadra del Subbuteo. Ci tenevo troppo, e se l’avessi persa per un solo punto e per colpa della mia vigliaccheria non me lo sarei perdonato. Così tornai indietro e suonai di nuovo al citofono. Non rispose nessuno, ma mi accorsi che il cancello non era chiuso bene. Mi feci coraggio, lo aprii e mi incamminai nel breve vialetto che portava alla casa. La porta era chiusa, suonai al secondo campanello e bussai sul legno della porta. Stavolta mi aveva sentito, prima ancora che dai passi me ne accorsi perché il volume della canzone era stato bruscamente abbassato.
La porta si aprì lentamente, come nei film dell’orrore, accompagnata da un lugubre cigolio.
Io mi ero preparato per urlare e far saltare di paura l’Orco, ma fu tutto vano perché lui, dopo aver fatto scattare la serratura della porta, si voltò immediatamente per rientrare in casa, e non mi degnò neanche di uno sguardo.
Rimasi come un ebete sulla soglia, ad osservare la schiena dell’Orco, che camminava chino, sbilenco, con una bottiglia di birra quasi vuota che gli penzolava dalla mano
- Entra, che aspetti?- mi disse, come se attendesse la mia visita. E rientrò nella stanza da cui proveniva la musica.
Mi decisi a seguirlo. Mi fermai un attimo prima di entrare nella stanza, mi sforzai di assumere un’aria truce ma era impossibile. Come si fa a mettere paura quando si è terrorizzati?
Pensai di nuovo alla squadra del Subbuteo, volevo il Venezia, che era quello con più colori. E avrei insistito perché il mio punteggio valesse doppio, visto che ero entrato in casa dell’Orco.
Forte di questo pensiero, spiccai un salto ed entrai nella stanza
- Buu- urlai all’indirizzo dell’Orco.
Lui mi guardò severo. Aveva i capelli mossi e lunghi, il viso faceva pensare ad un leone, era ispido per la barba di tre o quattro giorni. Non mosse un muscolo, continuò a guardarmi per quella che mi sembrò un’eternità. E poi scoppiò a ridere.
Fu una risata agghiacciante, improvvisa, che sembrava scuotergli le viscere, come un ruggito
- Come ti sei conciato, ragazzino?- disse, cercando di riprendersi dall’ilarità.
Non sapevo che dire. Addio squadra del Subbuteo, pensai. Ma forse, se avessi preso qualcosa dalla casa per dimostrare ai miei amici che ero davvero entrato, potevo avere ancora qualche possibilità. Mi guardai intorno. La casa era immersa nell’oscurità, l’unica fonte di luce era una abat-jour di pochi watt, che diffondeva una luce gialla e sporca. Lui era spaparanzato sul divano, con addosso dei pantaloni di una tuta da lavoro e una camicia a scacchi da boscaiolo, sudicia, e mi osservava incuriosito.
Poi vidi quello che c’era sul divano. In un primo momento non me ne ero accorto perché era mezzo infilato nella fessura del bracciolo, ma non c’era dubbio, era il primo numero di Diabolik. Il primo numero originale di Diabolik. Nonostante fosse di appena una decina di anni prima, era introvabile e valeva una fortuna. Se lo avessi avuto sarei stato ricco. Altro che una squadra, potevo comprarmi tutto il campionato di Subbuteo.
L’Orco seguì il mio sguardo e sembrò leggermi nel pensiero. Prese l’albo e lo sfogliò simulando voluttà
- Bello, vero? L’ho trovato proprio oggi in cantina, non ricordavo neanche di averlo. Io non so che farmene, potrei anche regalartelo- mi guardò –non ti piacerebbe?-
- Sì, signore- riuscii a dire, con la bocca secca
- Cos’è, hai paura? Su, avvicinati. Se sei un bravo ragazzo posso anche regalartelo-
Non sapevo cosa fare, ma la tentazione era troppo forte. Mi avvicinai con gli occhi fissi sull’albo. Non poteva essere rimasto in cantina per tanti anni come aveva detto lui, era in ottime condizioni.
E allora capii che lui mi aveva visto arrivare dalla finestra, e si era preparato. Mi guardava con gli occhi iniettati di sangue e infossati nella faccia, e con un’espressione che non avrei mai dimenticato. Sembrava seduto comodamente, con un braccio a penzoloni oltre la spalliera del divano.
Lo anticipai, quando alzò di scatto il braccio. Nella mano stringeva un bavaglio. Avevo già intuito che c’era qualcosa di strano.
Mi misi a urlare e corsi fuori dalla casa, senza che l’Orco potesse raggiungermi. Così era finita quella notte di tanti anni fa.

Adesso, a trenta e passa anni di distanza, mi trovavo di nuovo da solo nella notte del 2 novembre, la notte in cui i morti tornano a vagare sulla Terra, secondo le tradizioni popolari. E di nuovo mi ritrovavo a sentire le note di quella canzone di Elvis che, a giudicare dalla qualità del suono, non sembravano provenire da un impianto hi-fi ma da un vecchio giradischi.
Finalmente, dopo il suono, vidi la prima luce da parecchi minuti a quella parte. Era una lampada alogena sopra il portoncino d’ingresso di una casa, rischiarava solo il piccolo porticato, che mi era sorprendentemente familiare. Un debole raggio della lampada arrivava anche a rischiarare la targa con il numero civico e il nome della via.
Mi chinai per leggere, e sobbalzai. La via era quella in cui lavoravo, ed il numero civico era proprio quello del palazzo in cui facevo il custode. Ma il palazzo non era quello, al suo posto c’era una palazzina di due piani, con ingresso sulla strada. La riconobbi. Non c’era dubbio, era la casa dell’Orco.
Ma non era possibile, io dopo quella notte lo avevo denunciato, lui era stato arrestato, e poi aveva lasciato la città, la casa era stata abbattuta e al suo posto, ironia della sorte, era sorto il palazzo in cui anni dopo sarei andato a lavorare. Avevo anche assistito alla demolizione di quella casa.
O no?
Sentivo la testa che mi scoppiava, i ricordi si accavallavano a spezzoni di sogni e incubi, che acquistavano la vividezza di vita vissuta o di film che avevo visto. In quel momento non avrei potuto dare niente per certo, ero assalito dal dubbio di essermi inventato tutto. E per tutto intendo anche la mia stessa vita.
Toccai il cancello. Era freddo e umido come quella sera. E come quella sera era aperto. Lo spinsi ed attraversai il breve vialetto ghiaioso. Arrivai alla porta, la stessa porta di legno rinforzato agli angoli. Suonai il campanello. Sentii la voce di Elvis che si faceva più soffusa, poi lo scatto della porta. Girò sui cardini con lentezza esasperante, accompagnata da un cigolio
- Entra, che aspetti?- disse una voce pastosa.
L’uomo che aveva aperto la porta non mi aveva neanche guardato. Mi aveva voltato le spalle e si incamminava nella stanza da cui proveniva la musica. L’uomo era curvo, con folti capelli grigi, e dalla mano pendeva una bottiglia di birra quasi vuota.
Non riuscivo a formulare un pensiero compiuto. Entrai e lo raggiunsi. Non lasciai che si sedesse. Lo strattonai perché si voltasse a guardarmi.
Era lui. Invecchiato di trent’anni, ma era lui senza dubbio, la stessa faccia rincagnata, la fronte bassa, il portamento da rapace
- Ehi, e tu chi sei? Non era te che stavo aspettando- sentii che diceva, ma le sue parole mi rimbalzavano addosso senza che riuscissi a connettere.
A patto che potesse essere ancora vivo, non poteva, non doveva abitare lì, in quella casa, che era stata abbattuta tanto tempo prima.
Ma in una frazione di secondo tutti i miei dubbi si sciolsero e finalmente capii.
Capii
- Sono venuto a prenderti- gli dissi, fissandolo negli occhi da felino ferito –è giunta la tua ora, finalmente. Ti starai chiedendo chi sono. Eppure mi conosci, anche se mi hai visto quando avevo appena dodici anni o giù di lì. Sono diventato grande, o meglio, sarei diventato grande se tu non mi avessi ucciso-
Sbarrò gli occhi, si guardò velocemente intorno alla ricerca di una via di uscita. Non ne aveva, e provò a gridare. Dalla gola gli uscì solo un rantolo, seguito da un fiotto di bava. I muscoli si irrigidirono, la bottiglia di birra cadde a terra in mille pezzi.
E poi cadde a terra anche lui, cercando di slacciarsi la camicia a quadri per respirare, ma inutilmente. Attacco di cuore, la causa di morte più diffusa.
Mi ci erano voluti trent’anni, ma alla fine l’avevo terrorizzato.
Aspettai che esalasse l’ultimo respiro, poi uscii e c’era la luce, era tutto azzurro, luminoso, e anche la mia mente si schiarì.
Quella sera di tanti anni prima non ero riuscito a scappare. Quell’uomo mi aveva afferrato e imbavagliato.
Il mio corpo non era mai stato trovato, la mia anima non aveva trovato pace.
Mi ero così convinto di essere vivo, di essere fuggito, e mi ero costruito una vita immaginaria, mi ero inventato che lui era stato smascherato, e avevo proseguito nell’immaginarmi quella esistenza che non avevo potuto vivere e che era andata avanti finché non era scoccata l’ultima ora per l’Orco, quando tutta la mia vita sognata era andata in frantumi e il mio mondo parallelo si era di nuovo incrociato con quello reale. Corsi e ricorsi. La Morte aveva deciso di sorprenderlo, e di mandarmi ad annunciarla, proprio nella notte del 2 novembre, la notte in cui morti tornano a vivere, la notte in cui aveva compiuto una delle sue tante efferatezze, la notte in cui ero la Morte. La notte in cui, tanti anni prima, ero morto.

Guido Del Duca

 
 
 

Samhain

Post n°193 pubblicato il 15 Ottobre 2009 da dolce_Kry
 

31 ottobre : Grande Sabba di Halloween
1° Novembre : Samhain
2 Novembre
: Festa degli Antichi Spiriti

 

 

 

Questa è il triplice sabbat del capodanno pagano e si celebra la morte del vecchio e l'inizio del nuovo anno, due aspetti della vita che rappresentano la purificazione e la rigenerazione.
E' quindi il momento della riflessione interiore per prepararsi al rinnovamento.
Durante le celebrazioni le streghe accendono dei grandi falò nei quali bruciano tutto ciò che è rimasto; dai rami secchi alla paglia, alle foglie secche etc.
E' opportuno chiudere tutte le questioni lasciate in sospeso, saldare i debiti, risolvere le controversie; per non lasciare che tutto questo bagaglio pregiudichi la buona sorte dell'anno che deve venire.
In questo giorno l'energia della vita e della morte entrano in connessione, l'inizio e la fine diventano un'unica cosa, sono lo stesso punto di uno stesso cerchio.

Questa festa viene chiamata nell'antica tradizione " la Festa degli Spiriti".
E' importante onorare i defunti per far si che il loro sonno sia tranquillo e senza dispiaceri.
Poichè il velo che ci unisce a Samhain si fa più sottile, gli spiriti dei defunti possono tornare a camminare sulla terra per farci visita e questo è il momento in cui i loro messaggi ci raggiungono con molta facilità.
Usare gli strumenti divinatori in queti giorni è quindi come costruire un ponte tra noi e loro, proprio come facevano gli antichi Druidi nel passato.
 

Samhain_Witch_by_deaddolliecandy.jpg Samhain witch image by druidmonkey

 **I RITI DI SAMHAIN**

 

 

Imbandire la tavola con una tovaglia arancione o nera.

Le candele devono essere anch'esse arancioni o nere e decorate con mele, melograni, crisantemi e calendule.

L'incenso di Samhain e' una mistura di alloro, noce moscata e salvia.

Si svuotano le zucche per farne delle lanterne e si dispongono a segnare i punti cardinali, con all'interno ( o in prossimità ) una candela del colore appropriato all'elemento corrispondente.

Mettere, in segno di accoglienza per gli spiriti, delle lanterne fuori dall'uscio per indicare loro la via o imbandire la tavola con un posto in più da lasciare per tutta la notte, nel caso che tornino a farci visita.

Incantesimo per sbarazzarci delle nostre abitudini indesiderate o dei tratti del nostro carattere che vogliamo modificare:
Scrivete la caratteristica o l'abitudine che vogliamo far "scomparire" su un biglietto con la specifica richiesta di volervi liberare di questo lato del vostro carattere e poi dategli fuoco gettandolo nel calderone.

Sta iniziando il periodo più buio dell'anno, quindi diciamo addio al sole augurandogli buon riposo, sino a che non rinascerà a Yule.

 Dopo il banchetto lasciare all'aperto qualche mela, o sotterratela, per nutrire simbolicamente i defunti.

Queste notti sono favorevoli per la divinazione. Aprite la vostra mente e utilizzanto il mezzo a voi più favorevole per scrutate il futuro.

Fonte: http://www.bethelux.it/

 
 
 

Witches Ball

Post n°192 pubblicato il 13 Ottobre 2009 da GraceU2
 

 
 
 

Filastrocca di Halloween

Post n°190 pubblicato il 12 Ottobre 2009 da dolce_Kry
 

hello20kitty203.gif halloween hello kitty glitter image by kittymxkenzie

O mi dai un buon dolcetto,

o ti becchi uno scherzetto!

Devi fare questa scelta

muoviti, su, fai alla svelta!

Non hai tempo di pensare

sono qui per spaventare

chi i dolcetti non mi dà

prima o poi si pentirà!

(Jolanda Restano)


 
 
 

Lo gnomo Lucillo

Post n°189 pubblicato il 12 Ottobre 2009 da dolce_Kry
 

Lo gnomo Lucillo è originario dell'Inghilterra. Fa parte della famiglia degli Gnomi contadini, è molto riservato e solitario, ama prendersi cura dei bambini e fare scherzi innocenti. Lucillo diventa invisibile, conosce i pensieri degli uomini e si trasforma in zucca. Vive nei solai pieni di ragnatele, tra vecchi libri, oppure nei campi dove si coltivano le zucche e in dimore sotterranee.

Nei mesi che precedono la festa di Halloween, questo piccolo Gnomo non ha un attimo di sosta: fa arrivare dai giardini e dai campi di tutto il mondo le zucche più strane e grandi e studia nuovi disegni e decorazioni con cui intagliarle. Lucillo è riconoscibile per il grande cappello arancione decorato alla sommità con una foglia. Il suo portafortuna è una piccola zucca che porta sempre con sè. Lo Gnomo si fa aiutare dagli amici Elfi per realizzare addobbi per la festa.
Talvolta capita che Lucillo si diverta ad imitare le api, diventa piccolo piccolo e vola con loro di fiore in fiore. Lo Gnomo regala enormi mazzi di fiori rossi, alle fanciulle più belle che partecipano alla festa. Anche quando dorme Lucillo lascia sempre accesa sul comodino una candela. Porta sempre con sè una campanella, si dice che ogni volta che se ne senta il suono si potrà vedere esaudito un desiderio. Sembra che questo strano Gnomo si faccia vedere solamente nei giorni precedenti o immediatamente successivi alla festa di Halloween, per poi scomparire misteriosamente. Si dice, però, che i bambini che hanno paura del buio possano chiedere aiuto allo Gnomo che provvederà a portare loro un po' di rassicurante luce.

 
 
 
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Questa sera è magia. E' silenzio soffice e caldo. Nell'aria solo il tuo canto, usignolo libero e festoso, colma il mio essere e si espande oltre lo spazio che mi vedono gli occhi, oltre il tempo che il pensiero può contenere. E mi raggiungono suoni di risa e di musica e voci lontane e profumi che il mio cuore credeva perduti. (T. Mattera)

 
 
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