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« Nina SicilianaLamento d'Amore tradito »

Qual sete voi, sì cara proferenza

Post n°52 pubblicato il 21 Luglio 2013 da livieroamispera
 

Il sonetto è noto con il titolo "Risposta a Dante da Maiano che era di lei innamorato", ed è riportato nel testo citato da Luisa Bergalli Gozzi, ed., Componimenti poetici delle piu illustri rimatrici d' ogni secolo (Venezia: Antonio Mora, 1726), pt. 1, p. 1. (per i link ai commenti, si veda il precedente post "Nina Siciliana").

Qual sete voi, sì cara proferenza,
Che fate a me senza voi mostrare?
Molto m' agenzeria vostra parvenza,
Perche meo cor podesse dichiarare.

Vostro mandato aggrada a mia intenza;
In gioja mi conteria d' udir nomare
Lo vostro nome, che fa proferenza
D' essere sottoposto a me innorare.

Lo core meo pensare non savria
Nessuna cosa, che sturbasse amanza,
Così affermo, e voglio ognor, che sia,

D' udendovi parlar è vollia mia:
Se vostra penna ha bona consonanza
Col vostro core, ond' ha tra lor resia?

Le seguenti note sono tratte da "Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia", citato nel precedente post.

Prima quartina, ove al primo verso il termine "profferenza" è stato cambiato in "preferenza" ed il "Che" del secondo in "Si": "Questo Sonetto è stalo pubblicato sì malconcio e scorretto che abbisognò della mano pietosa del Perticari per potersi intendere; ma a mio avviso, con pace di quel valentuomo, non tutte le stroppialure vi furon tolte, come vedrassi per le emendazioni da me proposte.
Pria del Perticari si leggeva questo verso in tutte l'edizioni "Qual siete voi sì cara profferenza". Quel letterato cambiò il sì in che con miglioramento della sintassi; ma non si accorse, che la parola profferenza era replicata nel settimo verso in rima; e quindi dovea in questo primo leggersi preferenza che per altro ha un miglior senso, indicandosi "chi mai voi siete" che date a ine una preferenza si cara sulle altre donne senza mostrarvi?
Nell'altre edizioni si leggeva "che fate a me senza voi mostrare?" Il Perticari cambiò il che nel sì del verso precedente, e vi aggiunse il "pur" che mancava alla misura del verso.
Piacerebbe, "agenziare" è voce provenzale.
Questa voce è senza meno derivata dall'antico Francese, all'epoca di Nina reso vie più comune in Sicilia per la dominazione Angioina, la quale lasciar dovette nel nostro volgare alcune parole, come fatto avea per l'innanzi la Normanna. "Parvenza" apparenza, ma qui per presenza, nel primo senso fu usata da Dante nel paradiso "Comincian per lo Ciel nuove parvenze".
Nell'altre edizioni si legge potesse che fu corretto giustamente dai Perticari in potessi."

Seconda quartina ("Vostro mandato si aggrada a mia intenza; / che in gioja conteria d' udir nomare / col vostro nome, che fa proferenza / D' essere si disposto a me onorare"):
Il Perticari saggiamente avverte nelle note a questo sonetto, che mandato è sincope di dimandato in significazione di domanda, ma non pose mente che il verso zoppica, e che amerebbe una sillaba di più per le elisioni delle vocali, chee altrimenti non elidendosi, gli danno un cattivo suono; a tale oggetto gli abbiamo supplito un sì, che per altro rannoda la sintantassi col verso seguente.
Intenza per intenzione , intendimento e talvolta volontà amorosa è comune nelle rime antiche.
In tutte l'edizioni si legge In gioia mi conteria d'udir nomare, e così pure scrisse il Perticari; ma io credo che tal verso non possa giustificarsi per la misura. Gli antichi per far gioja d'una sillaba scriveano gio', e cosi potè essere stato scritto da Nina. In ogni modo io ho proposto la correzione, che si scorge nel testo, e che lega questo col verso precedente, con piccolissima mutazion della lezione comune.
"Lo vostro nome" sta nel Perticari e in tutte le precedenti edizioni. La mia correzione "Col vostro nome" esprime quel che la nostra poetessa sempre ambì, cioè di farsi nominare Nina di Dante di Maiano, come nell'antico codice veduto dall' Allacci stava scritto (vedi indice all'ant. rime da costui pub.) Senza la mia correzione il senso, che ne risulta non ha nulla di piccante.
"D'essere sottoposto a me innorare", sta nell'antiche edizioni. Il Perticari sostituì onorare ad innorare e fece bene; ma non riflettè alla contraddizione della voce "sottoposto", che indica umiltà, e dell'altra "onorare", che accenna idea di orgoglio; talché par che Nina abbia detto, che il nome di Dante si abbassava per onorarla. La mia correzione salva la nostra poetessa da si sconcio concetto con la piccola variazione che si scorge nel testo".

Le due terzine ("Lo core meo pensare non savria / alcuna cosa, che sturbasse amanza, / Così v'affermo, e voglio ognor, che sia. / D' udire voi parlare è voglia mia, / Se vostra penna ha bona consonanza / Col vostro cor, ed altra ei non desia"):

"Savria" per sapria è d'origine francese, ed è pure usato nell'altro sonetto di provocazion a nome di una donna, diretto a Guido Cavalcanti, che da me viene attribuito a Nina per diverse ragioni esposte nella mia lettera al cav. Di Giovanni.
"Così affermo" leggesi nell'altre edizioni. Io ho corretto, cosi v'affermo, per correr meglio il verso, e per la riferenza più diretta a Dante, a cui è diretto il Sonetto.
"D'udendovi parlare è voglia mia" stava nell'antiche edizioni e senza buon uso di sintassi , che fu corretto dal Perticari "L'udire a voi parlare è voglia mia" ed or da me ridotto, come si legge nel testo per maggiore regolarità.
I Giunti portano questo verso "Col vostro core ed ha tra lor resia". Nell'edizion di Fir. del 1816 si legge, "ed ha tra lor resia", nel Perticari "od è tra lor resia". Questi poi ci fa sapere che Borghini dica, che nel linguaggio antico usato da'suoi concittadini, cioè da' fiorentini "resia" significasse discordia. In tal significazione il senso regge benissimo; ma il Perticari per star fermo a' suoi principii, che i nostri Siciliani diedero la lingua e le forme a' Toscani, e poscia a tutti gl'Italiani dovea ricercare esempii che nell'antico dialetto siciliano la voce resia significasse discordia, e non già nel toscano. Or in tutte le rime de' Siciliani non si scorge mai una tal voce, né per quanto mi ricordi fu mai usata nell'antica cronica sul Vespro Siciliano, scritta nel nostro dialetto quasi a' tempi di Nina. Nell'attual vernacolo, che tien molto dell'antico si usa "pri risia" per caso, per difficil fortuna, "risiusu" per azzardoso, ma non mai per contrasto, discordia. io sostengo adunque che questa voce resia è una stroppiatura del copista, che potè trovare per mero accidente un senso nelle stroppiature dell'antico volgar fiorentino, e quindi debba leggersi "desia" cambiando la r in d. Alla correzion poi delle due parole precedenti le stesse lettere, che le compongono ci conducono da loro con piccole mutazioni; "a tra" divien "altra" coll'aggiunta di un "l" in mezzo, "l" di lor coll'apostrafe avanti si legge "el" usato dagli antichi per egli ei, "or" diviene non, e il senso è bello, e compiuto".

 
 
 
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