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Messaggi del 01/04/2020

Le sorprese del mare..

Post n°2697 pubblicato il 01 Aprile 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet.

Seimila anfore in fondo al mare-Straordinaria scoperta in Grecia

18 dicembre 2019


Un bastimento con un carico enorme: ben seimila anfore romane

contenenti vino e altre derrate.

Dormivano da duemila anni a circa sessanta metri di profondità,

cullate dal blu del mitico Egeo non lontano dal porto di Fiskardo,

sulla costa settentrionale dell'isola greca di Cefalonia.

A destinazione non arrivarono mai, inabissandosi tra il 100 a.C

e il 100 d.C a bordo di una grossa nave oneraria lunga trentatré

metri, di cui è stato individuato anche lo scafo grazie a sofisticate

apparecchiature sonar.

Reperti eccezionali per numero e conservazione

A forma di brocca, con due manici intorno al collo stretto

e ancora i tappi che ne sigillavano il contenuto, le anfore

sono praticamente intatte.

«Il relitto è parzialmente sepolto nel fondale sabbioso e

se facessimo degli scavi, potremmo ritrovare anche una

parte o l'intero scafo in legno», afferma George Ferentinos,

ricercatore dell'Università di Patrasso, convito del fatto

che il relitto della nave naufragata di Fiskardo sia uno dei

quattro più grandi ritrovati nel Mediterraneo e il più grande

mai trovato nel Mediterraneo orientale, oltre che il meglio conservato.

Crocevia di uomini e materie prime

Non lontano dal fondale del relitto, di recente sono tornati in

luce i resti archeologici di case, bagni comuni, un teatro e un

cimitero, databili fra 146 a.C. e 330 d.C.

Fiskardo doveva essere dunque un porto importante

nell'antichità, sulla rotta commerciale romana che trasportava

merci dal Mediterraneo orientale.

Quale futuro per il relitto? Il parere di Luigi Fozzati

Non è stato ancora deciso se i reperti rimarranno in fondo

al mare, trasformando il relitto di Fiskardo in un nuovo

"paradiso" per subacquei, o se verranno prelevati per entrare

a far parte della collezione di qualche museo.

Sulla questione ha le idee molto chiare Luigi Fozzati, uno

dei padri fondatori dell'archeologia subacquea in Italia e

membro del Comitato scientifico di Archeologi Viva:  

«Non è la prima e non sarà l'ultima volta che si scoprono

queste grandi aree archeologiche sommerse.

L'erosione costiera ha fatto sì che interi abitati siano stati

inghiottiti dal mare e non siano ancora stati trovati.

Abbiamo indicazioni di siti costieri o piccole città di epoca

romana che non sono mai stati rinvenuti e che probabilmente

sono finiti al di sotto dei depositi sabbiosi del nostro

Mediterraneo.

Per quanto riguarda la destinazione turistica di queste grandi

aree archeologiche sommerse - città, relitti o quant'altro -

credo che non abbia senso da nessun punto di vista, men

che meno quello scientifico,  recuperare migliaia e migliaia

di anfore che possono benissimo essere studiate dove si

trovano tuttora.

Al tempo stesso la trasformazione di questi siti in musei

subacquei costituisce un'avventura molto accattivante, ma

apre scenari che un giorno potrebbero essere preoccupanti».

Il rischio dell'overtourism subacqueo

«Il Mediterraneo - spiega Fozzati -  è un mare chiuso, di

piccole dimensioni e uno dei più antropizzati del mondo.

La presenza eccessiva di frequentazione umana sconvolge

l'equilibrio ecosistemico.

Le aree archeologiche subacquee sono le benvenute, ma

occorrerà fare come sulla terraferma ovvero creare un

rapporto equilibrato tra parchi accessibili e parchi non

accessibili.  Insomma anche sott'acqua non si può visitare

tutto».


Foto apertura: Ionian Aquarium
Foto Luigi Fozzati da "Lettera32"

 
 
 

Dalla Sicilia preistorica...

Post n°2696 pubblicato il 01 Aprile 2020 da blogtecaolivelli


Come stavamo...Nella Sicilia che fu

28 gennaio 2020


Antichi malanni e nuove tecnologie

Spina bifida, costa biforcata, lesioni endocraniche, anomalie congenite,

ernie, patologie dentarie...

Le antiche popolazioni siciliane rivelano la loro storia medica grazie a

uno studio che non ha precedenti.  

Un gruppo di ricercatori delle università di Vilnius, Oxford e Cranfield e

dell'IBAM-CNR di Catania hanno deciso di ricostruire i trascorsi nosologici

degli antichi siciliani attraverso l'analisi dei loro resti mortali rinvenuti in

cimiteri che coprono un periodo compreso tra il Neolitico e la prima Età

Moderna.

Ricerche internazionali

"Salute e malattia in Sicilia", il titolo del progetto che ha previsto una prima

fase di selezione dei materiali e di standardizzazione dei protocolli, una seconda

fase di formazione dei ricercatori, per poi passare a una fase operativa, grazie

alla cooperazione di numerose istituzioni regionali che hanno reso disponibili

i preziosi reperti.

Notizie dalle necropoli

«Abbiamo già completato lo studio di due ampie necropoli - dice il coordinatore

siciliano dello studio paleopatologico, Dario Piombino-Mascali, che è anche

docente di antropologia forense all'ateneo di Messina - e stiamo per iniziare

un'ulteriore missione con giovani ricercatori estremamente competenti e motivati.

Dopo aver schedato i materiali, i dati verranno elaborati attraverso un software

specifico che permette di ottenere un indice di salute e valutare attraverso il tempo

la presenza di stress biologico e di specifiche malattie tra i campioni in esame».

Tra le indagini chimiche minimamente invasive quella che prevede l'analisi

degli isotopi stabili da campioni ossei o dentari,  una tecnica biogeochimica molto

comune in archeologia.

Alimentazione e stress

I rapporti di carbonio e azoto provenienti dagli individui in esame saranno utilizzati

per ricostruire la loro dieta (alimentazione a base di prodotti animali o vegetali,

consumo di carne o pesce), ma anche per identificare periodi di stress fisiologico

nelle loro ossa, corroborando i risultati delle analisi paleopatologiche.

Accanto a ciò, i valori di ossigeno e stronzio saranno invece utili per determinare

la provenienza geografica di alcuni di questi gruppi umani, che consentirà

d'identificare eventuali migrazioni sul territorio isolano.

Obiettivo è quello di arrivare a una banca dati e a delle statistiche attraverso lo

studio del materiale scheletrico proveniente da diversi contesti siciliani, dalla

preistoria alle soglie dell'Età Moderna, senza limiti territoriali né culturali.

In attesa di altri risultati

Sarà dunque possibile rilevare l'insorgenza di alcune malattie nell'antichità,

circoscriverle per aree geografiche e interpretarle attraverso il contesto ambientale.

I primi risultati di questo importante progetto multidisciplinare verranno

presentati la prossima estate a Vilnius, in Lituania, durante il Congresso europeo

di paleopatologia.

 
 
 

Dalla Sardegna prenuragica

Post n°2695 pubblicato il 01 Aprile 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Sardegna prenuragica. Novità... in grottaArcheonews

7 novembre 2019


Il sito preistorico di Acquacadda

Procede a pieno ritmo l'importante campagna di scavo dell'Università di

Cagliari all'interno della Grotta di Acquacadda a Nuxis, nel Sulcis.

Sito preistorico tra i più importanti della Sardegna prenuragica, fu

frequentato a scopo funerario almeno dall'età del Rame (2700-2200 a.C.).

Già noto in letteratura per alcuni scavi effettuati negli anni sessanta

del secolo scorso, si è tornati ora a indagarlo con l'ausilio delle moderne

metodologie archeologiche e archeometriche.

Una "miniera" di informazioni

La Grotta di Acquacadda (o Grutta Su Montixeddu) si trova nell'area di

una vecchia miniera ormai dismessa nel Sulcis (Sardegna sud-occidentale),

nel comune di Nuxis, una cinquantina di chilometri da Cagliari.

Situata sulla sommità di una collina attualmente modificata dall'intervento

antropico a seguito dell'attività estrattiva, offre uno stupendo panorama del

Basso Sulcis con i rilievi appartenenti alle diverse ere geologiche.

Popolazioni prenuragiche ai raggi X

Obiettivo principale delle indagini di scavo è quello di indagare il passaggio

dalla cultura di Monte Claro (età del Rame) a quella di Bonnanaro (prima età

del Bronzo), e capire quale ruolo quest'ultima abbia avuto nella formazione

della successiva civiltà nuragica. Particolare attenzione è rivolta al Dna,

alla dieta delle popolazioni di quattro-cinquemila anni fa e alle cause di

morte degli antichi abitanti dell'Isola.

A questo scopo si è effettuata una raccolta scientifica dei materiali archeologici

superficiali, visibili in numero abbondante sull'attuale piano di calpestio

della grotta.

Ossa e resti di cibo vicino al focolare

Grazie a due saggi di scavo è stato rinvenuto un focolare associato a

ceramica di cultura Monte Claro (2700-2200 a.C.), che ha restituito

resti di pasto ancora da analizzare.

Da un altro saggio è riemersa invece un'ampia varietà di materiali

ceramici frammentati, sempre riferibili alla fase Monte Claro, forse

pertinenti a rituali, ma non ancora ben definibili. Alcuni resti umani,

in corso di studio da parte di Elisabetta Marini e Fabiana Paola

Corcione, sembrano ribadire l'uso funerario della grotta.

Sul campo un team internazionale

La campagna di scavo è diretta dal Riccardo Cicilloni, del Dipartimento

Beni culturali dell'Università di Cagliari, in collaborazione con Elisabetta

Marini del Dipartimento Scienze della Vita e dell'Ambiente.

Alle attività di ricerca ha preso parte un team di trenta studenti

provenienti da diversi atenei europei e internazionali, tra cui Granada,

Barcellona e Melbourne, coordinati sul campo dagli archeologi Marco

Cabras e Federico Porcedda.

Tante realtà per una "missione"

Le attività di scavo e ricerca sono stare rese possibili grazie alla conces-

sione di scavo da parte del MiBACT e si sono svolte con il contributo

della Regione Sardegna, del Parco Geominerario Storico Ambientale

della Sardegna e del Comune di Nuxis, con il supporto tecnico

dell'Associazione Speleo Club Nuxis, che gestisce l'area, in collaborazione

con Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città

Metropolitana di Cagliari e per le Province di Oristano e Sud Sardegna.

 
 
 

Notizie sulla longevità degli animali.

Post n°2694 pubblicato il 01 Aprile 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

26 marzo 2020

Le femmine sono più longeve anche tra gli altri mammiferi

 © Biosphoto/AGF La maggiore longevità delle femmine non riguarda solo

gli esseri umani: lo ha dimostrato uno studio che ha preso in esame più di

100 specie di mammiferi. La differenza probabilmente è il risultato di complesse

interazioni tra fattori ambientali e costi per la salute della riproduzione e della

cura della prole

E' ben noto che le donne vivono più degli uomini.

Il dato che, emerge dalle statistiche di tutto il mondo, acquista ora un significato

più ampio, grazie a un nuovo studio apparso sui "Proceedings of the National

Academy of Sciences" che ha analizzato la longevità di 134 popolazioni di 101

di specie di mammiferi selvatici - dalle orche agli elefanti, dai pipistrelli ai leoni

- riscontrando che in circa 60 di esse le femmine vivono più dei maschi.

Anzi il divario è ancora più marcato che tra gli esseri umani: tra i mammiferi

esaminati, le femmine vivono in media il 18 per cento in più dei maschi, mentre

la differenza per gli esseri umani è solo del 7,8 per cento. 

"Sappiamo da tempo che le donne vivono generalmente più a lungo degli uomini,

ma siamo rimasti sorpresi nello scoprire che le differenze nella durata della vita

tra i sessi sono ancora più marcate nei mammiferi selvatici che negli esseri

umani", ha spiegato Tamás Székely, dell'Università di Bath, che ha firmato l'articolo

insieme ai colleghi di un'ampia collaborazione internazionale. 

Lo studio non chiarisce le ragioni di una differenza così marcata e diffusa in tutte

le specie considerate.

Nel caso degli esseri umani, spesso è stata chiamata in causa la genetica, ma lo

studio indica che le femmine hanno un tasso di mortalità tendenzialmente inferiore

agli uomini in tutte le fasce di età.

Per questo gli autori suggeriscono che dipenda dall'effetto di complesse interazioni

tra le condizioni ambientali e i costi, in termini di salute dell'individuo, legati alla

riproduzione e alla cura della prole.

"Per esempio, allo stato selvatico le leonesse vivono almeno il 50 per cento più a

lungo dei leoni maschi, e finora si pensava che ciò fosse dovuto principalmente alla

selezione sessuale, cioè al fatto che i maschi combattono tra loro per potersi

accoppiare, ma i nostri dati non supportano questa ipotesi, e quindi ci devono

essere altri fattori più complessi in gioco", ha spiegato Székely.

"Per esempio, bisogna tenere conto che le femmine vivono in un branco, dove

sorelle, madri e figlie cacciano insieme e si prendono cura l'una dell'altra,

mentre i leoni maschi adulti spesso vivono da soli o con un fratello, e quindi

non hanno la stessa rete di sostegno".

Altri fattori da considerare sono le condizioni ambientali, come la presenza di

agenti patogeni che possono determinare differenti tassi di mortalità tra maschi

e femmine.

O ancora, il costo che ha la cura della prole.

Per questo motivo, Székely e colleghi hanno in programma di confrontare tra

loro popolazioni selvatiche e popolazioni che vivono in cattività, che non sono

esposte ai predatori e non devono competere con i compagni per accaparrarsi

il cibo.

Indicazioni sommarie ma chiare in questo senso le dà lo studio delle pecore delle

Montagne Rocciose (Ovis canadensis), considerate da Székely e colleghi.

Per questa specie, lo squilibrio di genere praticamente si annulla nelle popolazioni

che hanno ampia disponibilità di risorse, mentre si accentuano in quelle che vivono

in ambienti molto aridi. (red)

 
 
 

Salmonellosi preistorica...

Post n°2693 pubblicato il 01 Aprile 2020 da blogtecaolivelli


28 febbraio 2020

Il passaggio all'agricoltura e l'evoluzione della salmonella

©Science Photo Library/AGF L'analisi dei più antichi genomi batterici mai

ricostruiti mostra l'evoluzione della salmonella nell'arco di 5000 anni: un

ceppo si è adattato a infettare solo gli esseri umani in seguito al passaggio

da un sostentamento basato su caccia e raccolta a uno basato su agricoltura

e allevamento

Il batterio della salmonellosi si è evoluto per adattarsi a un passaggio cruciale

della storia umana: la transizione, avvenuta nel Neolotico, da un sostentamento

basato su caccia e raccolta a uno basato sull'agricoltura e l'allevamento.

Lo afferma un nuovo studio pubblicato su "Nature Ecology & Evolution" 

da  Felix M. Key, Alexander Herbig e Johannes Krause del Max-Planck

-Institut per la scienza della storia umana a Jena, in Germania, sulla base

dell'analisi di resti umani recuperati in tutta l'Eurasia occidentale, dalla

Svizzera alla Russia, che hanno permesso di esaminare i più antichi genomi

batterici mai recuperati fino a oggi.

Si tratta di un risultato di grande rilievo, dato che i resti fossili di esseri

umani non conservano segni della maggior parte degli agenti patogeni

che hanno infettato l'organismo.

Ma gli ostacoli sono stati superati grazie a una nuova tecnica di screening

batterico chiamata HOPS, con cui Key e colleghi hanno esaminato 2739

resti umani risalenti a migliaia di anni fa e appartenenti a diversi gruppi

culturali, dalle società di cacciatori-raccoglitori, ai pastori nomadi ai primi

agricoltori.

I ricercatori sono riusciti a isolare dai resti, in particolare da campioni di denti

, otto antichi genomi di Salmonella enterica, alcuni dei quali risalgono a 6500

anni fa.

I sei genomi di salmonella recuperati da pastori e agricoltori, in particolare,

sono progenitori di Paratyphi C, un ceppo raro che infetta specificamente

gli esseri umani.

Quell'antica salmonella, invece, probabilmente infettava sia gli esseri umani

sia gli animali.

L'analisi dunque mostra come questo agente patogeno batterico si sia evoluto

in un periodo di circa 5000 anni, anche in funzione delle mutate abitudini di vita

dei nostri progenitori. Il passaggio ad abitudini stanziali e la nascita di una

economia basata su agricoltura e allevamento degli animali - un processo

denominato complessivamente neolitizzazione - ha portato una maggiore

promiscuità e aumentato le occasioni di contatto con feci umane e animali.

Di conseguenza, la transizione ha incrementato anche il rischio d'infezione

da salmonella, che rappresentava probabilmente una seria minaccia per la

salute dei nostri antichi antenati: questa è un'ipotesi che gli antropologi hanno

formulato da tempo, ma solo ora si è arrivati a una prova molecolare diretta.

"L'analisi genomica di campioni antichi getta una luce senza precedenti sul

passato delle malattie umane", ha spiegato Key.

"Ora disponiamo di dati molecolari per comprendere l'emergere e la diffusione

di agenti patogeni di migliaia di anni fa, ed è entusiasmante il modo in cui

possiamo utilizzare la tecnologia più moderna per rispondere a domande di

lunga data sull'evoluzione microbica". (red)

 
 
 

Altri virus

Post n°2692 pubblicato il 01 Aprile 2020 da blogtecaolivelli


12 febbraio 2020

Il virus brasiliano che sfida i microbiologi

Microfotografia a luce polarizzata di arcelle, un tipo di ameba che vive in

ambienti acquatici (© Marek Mis/SPL/AGF)

Scoperta in un lago artificiale brasiliano, la nuova specie Yaravirus brasilensis

infetta le amebe ed è geneticamente distante da ogni altro virus dello stesso tipo.

Gli studiosi sono ancora incerti se classificarlo come un rappresentante di ridotte

dimensioni del gruppo dei virus giganti o come appartenente a un gruppo a sé stante

Prende il nome da Yara, una divinità delle acque della mitologia brasiliana,

il virus che sfida le attuali conoscenze dei microbiologi: Yaravirus brasilensis

 possiede infatti un corredo genomico che per il 90 per cento non è riconducibile

a quelli di virus simili catalogati finora.

Lo rivelano Paulo V. M. Boratto Universidade Federal de Minas Gerais di Belo

Horizonte, in Brasile, e colleghi di una collaborazione internazionale, in un articolo

pubblicato sul sito di pre-stampa bioRxiv.

Il virus è stato scoperto nel lago di Pampulha, un bacino artificiale nella città

brasiliana di Belo Horizonte, e infetta le amebe. Si tratta di un virus a DNA

che conta quasi 45.000 coppie di basi (le "lettere", di soli quattro tipi, che

costituiscono l'alfabeto della vita).

Ma diversamente da quanto si osserva con altre specie virali che infettano le

amebe, le particelle di Yaravirus, con i loro 80 nanometri di diametro, non

hanno dimensioni particolarmente grandi, né un genoma complesso: in pratica,

contengono geni che per la maggior parte non sono mai stati descritti prima.

Gli autori sono giunti a questa conclusione dal confronto con una database di

circa 8500 sequenze di genomi di virus che vivono in ambienti naturali.

Risultato: solo sei geni di Yaravirus avevano una somiglianza con altri

descritti in precedenza: in altre parole, non si possono stabilire legami di

parentela genetica con altri virus.

Inoltre, l'analisi del proteoma, cioè del corredo di proteine del virus, ha

rivelato che il DNA di Yaravirus codifica per 74 proteine complessivamente.

Di queste, 26 sono le proteine che costituiscono il capside, l'involucro virale

che contiene il materiale genetico, e anche in questo caso la distanza con gli

altri tipi di virus è notevole.

 Gli autori stanno perciò cercando di capire come inquadrare Yaravirus dal

punto di vista filogenetico, soprattutto in relazione ai grandi virus nucleo

-citoplasmatici a DNA, i cosiddetti virus giganti, che infettano le amebe.

"Molto dei virus che infettano le amebe sono stati classificati in diversi gruppi

sulle base delle caratteristiche comuni", scrivono gli autori nell'articolo.

"Yaravirus è potrebbe essere il primo rappresentante di una nuova categoria

di virus che infettano il genere Acanthamoeba al di fuori del gruppo dei grandi

virus nucleo-citoplasmatici a DNA oppure, in uno scenario evolutivo alternativo,

si potrebbe trattare di un virus di dimensioni estremamente ridotte all'interno

di questo gruppo". (red)

 
 
 

Dall'epoca preistorica

Post n°2691 pubblicato il 01 Aprile 2020 da blogtecaolivelli

    Fonte: articolo riportato dall'Internet

Ricostruzione di un gruppo di tre esemplari di Dineobellator notohesperus, in primo piano insieme ad altre specie. (fonte: Sergey Krasovskiy) © AnsaFOTORicostruzione di un gruppo di tre esemplari di Dineobellator notohesperus,

in primo piano insieme ad altre specie. (fonte: Sergey Krasovskiy) -

RIPRODUZIONE RISERVATA+CLICCA PER INGRANDIRE

Assomigliava a un velociraptor, il piccolo e temibile carnivoro reso famoso dai film

della serie di Jurassic Park, ma era ricoperto di piume e dotato di ali.

È uno degli ultimi dinosauri vissuti sulla Terra: risale al tardo Cretaceo, circa 67

milioni di anni fa.

Lo dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dal gruppo di

paleontologi dell'Università della Pennsylvania, coordinato da Steven Jasinski,

insieme ai colleghi del Museo di Storia Naturale del Nuovo Messico.

Lungo circa due metri, più piccolo dei cugini velociraptor, il dinosauro è stato

battezzato Dineobellator notohesperus, cioè guerriero Navajo del Sudovest, in

onore del popolo nativo americano che vive nel territorio dove un tempo abitava

questo esemplare.

L'animale estinto appartiene alla famiglia di dinosauri piumati Dromaeosauridae,

cioè lucertole che corrono.

I resti fossili, una ventina di piccoli frammenti, tra cui un artiglio, sono stati rinvenuti

nell'attuale territorio del Nuovo Messico, negli Stati Uniti. I fossili mostrano alcune

caratteristiche particolari dell'animale, come la capacità di flettere gli arti e la

presenza di vertebre vicino alla base della coda curvate verso l'interno.

Aspetti, chiarisce Jasinski, che servivano ad "aumentare l'agilità di questi carnivori

e a migliorare il loro successo come predatori.

La flessibilità della coda - conclude - poteva, ad esempio, aiutare l'animale a

cambiare direzione durante la corsa, mentre inseguiva una preda".

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 
 
 

Notizie sul Covid19

Post n°2690 pubblicato il 01 Aprile 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Coronavirus, scoperta una nuova via con cui invade le cellule

Possibile progettare futuri farmaci, nuove ipotesi sul

Particelle del coronavirus SarsCov2 sulla superficie di una cellula, ottenute dal Niaid (fonte: NIAID-RML) © AnsaParticelle del coronavirus SarsCov2 sulla superficie di una

cellula, ottenute dal Niaid (fonte: NIAID-RML) -

RIPRODUZIONE RISERVATA+CLICCA PER INGRANDIRE

Scoperta una nuova strada usata dal virus Sars-Cov-2 per entrare

nella cellula umana, oltre a quella già nota del recettore Ace2:

è il recettore dell'acido sialico, presente nei tessuti delle alte vie

respiratorie e utilizzato allo stesso scopo anche dal virus della Mers.

Una volta entrato, per replicarsi si serve di diverse proteine tra cui

alcune in comune con il virus dell'Hiv.

Lo indicano due studi dell'Istituto italiano di tecnologia su Arxiv.

La scoperta apre a nuove ipotesi sulla sua contagiosita' e possibili

farmaci da usare. Agli studi, che non hanno ancora superato il vaglio

della comunità scientifica, ha collaborato l'Univrsità Sapienza di Roma.

"Abbiamo sviluppato un nuovo modello predittivo per capire come

le proteine sulla superficie del virus interagiscono con i recettori umani",

spiega Giancarlo Ruocco, direttore del centro Iit di Roma.

Qui i ricercatori hanno analizzato le interazioni della proteina Spike, con

cui il virus aggancia il recettore Ace2 (lo stesso preso come bersaglio dai

farmaci sartani e anti-ipertensivi), e confrontato la sua capacità di rimanergli legata.

 Con sorpresa è emerso che questa capacità era molto inferiore a quella

del virus della Sars.

Di qui l'idea di cercare un secondo recettore coinvolto.

"Abbiamo così scoperto che per entrare nella cellula - prosegue Ruocco -

il virus Sars-Cov-2 si serve anche dell'acido sialico, presente nelle alte vie

respiratorie e utilizzato anche dal coronavirus responsabile della Mers".

Ora bisognerà capire se la diversa mortalità e infettività del Covid-19 possa

dipendere da queste due vie d'ingresso.

"Ciò potrebbe chiarire - osserva - perché ci siano tanti casi asintomatici, ma

questa è solo un'ipotesi che deve essere confermata,così come i risultati

dello studio". 

L'altra ricerca, coordinata da Gian Gaetano Tartaglia dell'Iit di Genova, ha

scoperto che la parte della proteina Spike che interagisce con il recettore

dell'acido sialico cambia molto tra i vari ceppi di virus, il che potrebbe

spiegare le grandi differenze di comportamento del virus osservate nelle

diverse popolazioni.

Ha anche studiato come agisce il virus una volta dentro la cellula per riprodursi.

"Abbiamo così visto che oltre a servirsi di alcune proteine già note e in comune

con altri virus, ve ne sono altre specifiche.

Di queste ultime, una decina sono condivise con il virus dell'Hiv", precisa Tartaglia.

Il suggerimento dei ricercatori è quindi "di provare a usare, tra gli antivirali

sviluppati in questi anni per l'Hiv, quelli che agiscono in modo mirato su

queste proteine - conclude - Anche in questo caso i dati devono essere confermati,

e speriamo che questa nostra pubblicazione faccia da passa parola scientifico

e ci faccia arrivare commenti utili per capire".

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA 

 
 
 

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