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Insonnia

Post n°270 pubblicato il 17 Ottobre 2006 da gates_of_dawn
Foto di gates_of_dawn







Ottobre. Un anno fa ero seduta sulla riva del Douro, a Vila Nova de Gaia, e guardavo la Ribeira attraverso la bruma sottile che aleggiava sul fiume. Le case addossate le une alle altre, colori filtrati da un velo che rendeva stranamente più vivide luci ed ombre.

In macchina con te, viaggiavo seduta di lato per guardarti mentre guidavi, e ti accarezzavo la nuca e i capelli corti, ed erano così inaspettatamente morbidi, seta tra le mie dita, la mia mano ne ha ancora impressa la sensazione.

Giravo per Porto da sola e avevo imparato le strade che scendevano verso il fiume, e quelle che mi portavano dove il fiume diventava oceano, scambiando acque dolci e salate, lasciandosi penetrare da correnti profonde.
Andavo a respirare l'oceano.

La sera era per noi, mi scrivevi un messaggio, sempre diverso e sempre lo stesso, al di là delle parole diceva: sto arrivando.
Venivi da me dopo giornate di fatica e di pena, tua madre era ricoverata in ospedale.
Te ne ero grata, volevo essere porto di pace, consolazione, volevo che i tuoi pensieri fossero, per un po', leggeri e iridescenti.

Camminavo con il naso all'insù, riempiendomi gli occhi di cielo e di azulejos, mangiavo piccole cose gustose in localini fumosi e affollati, ascoltando intorno a me quella tua lingua che avevo iniziato ad amare nella tua voce, nel tuo sorriso.
Nella strada, ripetevo frasi fra me e me, provavo la tua lingua sulla mia lingua.

Mi portavi a cenare nei tuoi posti preferiti, spesso ordinavi per me, ti piaceva che assaggiassi ogni cosa.
Tutto era squisito, parlavamo fitto fitto in quel grammelot che ci eravamo inventati e in cui ci capivamo e questo mi sembrava prodigioso. Avevo gli occhi che mi brillavano, specchiati nei tuoi.

La mia prima volta davanti all'Oceano, un'emozione ipnotica. Un giorno rimasi due ore sulla terrazza di un bar, dimentica del mio caffè, ad ammirare la potenza ammaliante delle onde alte che esplodevano sugli scogli come tentando di svellerli e portarli con sé al largo.

A volte mi sembrava di leggerti i pensieri sulla fronte espressiva, sulle labbra che a momenti sorridevano per sé stesse, nello sguardo perplesso e divertito con cui accoglievi i miei slanci. Non ci eri abituato.

Avevo attraversato la città e il fiume, dalla FNAC al NorteShopping a quella di Gaia, cercando libri che amavo e che volevo condividere con te.
Ne avevo trovati solo due, la mia amata poetessa polacca e il libro di Dario Fo, ma erano sufficientemente significativi, lei con la sua poesia universale delle piccole grandi cose della vita, e lui con racconto del divenire di un uomo d'arte e di ideali vissuto in luoghi che mi sono familiari.

Ti sono piaciuti, i libri. Al mio ritorno, nelle nostre lunghe telefonate, mi avresti parlato entusiasta di quanto straordinario avevi trovato Dario Fo, e una notte mi avresti letto una delle poesie in portoghese, e io ridendo d'emozione l'avrei cercata sul mio libro, e avrei ripetuto ogni strofa in italiano. Un momento incantato.


Ti ho spaventato, innamorandomi di te.
Troppo passato sulle tue spalle.
Troppo passionale questa singolare donna italiana.


Mi avevi corteggiata come nessuno mai prima di te.

Mi volevi perché ballavo da sola, perché sono diversa, ma tu puoi volere solo per la tutta la vita, e della tua vita con dentro me hai avuto paura.

E io? Mi appassionava scoprire un mondo in te, ma non avresti mai smesso di guidarmi, di ordinare per me. Non avremmo mai camminato mano nella mano scegliendo insieme. Lo so bene.

Eppure quando ti penso ho nostalgia di te, dei desideri di allora, di quello che allora amavo immaginare che avrebbe potuto essere, come se bastasse amare e lasciarsi amare per essere insieme.

E' una piccola malinconia, dolceamara come la saudade cantata dal fado della tua terra.

E, per quanto breve sia stato, so che non dimenticherò.









 
 
 
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