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'Madame ' con le ali di farfalla
Post n°173 pubblicato il 22 Agosto 2007 da clodclod
aprì gli occhi con fastidio, per colpa di due inutili raggi di sole entrati nella stanza.. e la stanza, in quel momento insonnolito, sembrava più piccola del solito. e più vuota. aprì gli occhi del tutto, li stropicciò, focalizzò situazione, giorno ed ora. meccanicamente. poi si alzò. Infilò un vecchio chimono, un po’ sdrucito, residuo di una storia d’amore lontana, e di una sua unica e sola sequenza felice. solo una. il resto era orgoglio ferito,inganno,rapimento, perdita. quasi un senso di ingiustificata vergogna per essere stata sconfitta. da lui. da tutti quelli che contavano qualcosa nella sua storia. si preparò un tè. si preparò per uscire. si recò alla casa delle rose. nome dolce e profumato come le tante rose del giardino: ma anche allusione ad altre rose segrete, pronte ad offrirsi seguendo antichi riti e l’ ancor più antico ritmo del gioco amoroso… nulla di volgare , in quella casa. dove le ragazze erano da lei scelte con cura. e dove, nell’aria, si muovevano musiche raffinate, canti di dolci voci , parole di poesie lette o recitate nei salotti…:una preziosità. alla casa aveva dedicato la sua giovinezza, ed ora le dedicava la sua età matura. naturalmente con ruoli diversi nel prima e nel poi. non aveva avuto scelta. venduta come moglie ad uno straniero del mare, poco più che bambina…, ripudiata dai suoi, abbandonata da lui, rimasta sola. che alternative aveva? quali chances ? questa. che pareva anche una strada per facili guadagni e rapido realizzarsi dei sogni. in tanti anni però non si era arricchita. non abbastanza per il lungo viaggio che la separava da suo figlio. non lo vedeva da allora, da quando ‘lui’ gliel’aveva portato via, bambino, per farlo crescere in una vera famiglia, la sua di lui sposato con l’altra. questa era stata la fine di ogni sequenza della loro storia. nonostante le sicure promesse e i giuramenti, lui non approdò più con la sua nave in quel porto d’oriente. quasi un ulisse , che il mare separa dalla ninfa, dalle belle parole e dai falsi legami di fedeltà. per novecentonovantanove anni le si era bugiardamente legato… lei , a dire il vero, aveva tentato di sfidare la sorte, la perdita del figlio e di tutto il resto. con un pugnale piantato nel proprio petto. o nel ventre. cosa le rimaneva ormai, se non un nulla perfido , senza vie d’uscita?... ma qualcuno, sopraggiunto e inaspettato, l’aveva sottratta al buio della sua scelta… ridandole , senza saperlo, le sue ali di farfalla. suo destino era continuare a volare, ad amare con dolcezza, o comunque ad imitare l’amore. e non avrebbe più avuto da temere promesse e bugie: nella casa delle rose si parlava un altro linguaggio, privo di inganni, o comunque con inganni palesi e dichiarati.. e avrebbe avuto di che nutrire un sogno: rivedere il figlio lontano, ad una distanza misurata con la parola ‘oceano’… in ogni caso, adesso lei era ‘Madame’ nel suo salotto privato- in quel tardo mattino - incontrò e conobbe le nuove ragazze. parlò a lungo con loro. ne accolse due nella sua casa delle rose. controllò la lista dei clienti,che avevano prenotato la loro presenza lì, per quella sera o per quella notte di piacere. preparò tutto ciò che poteva rendere più generoso l’abbraccio dell’accoglienza: fiori, cibi, bevande, profumi e tanto altro ancora.. . Poi,in attesa della notte e dell‘apertura degli incontri, ritornò nel suo rifugio: la casa e la stanza delle giornate solitarie e del sonno senza sogni, strappato alle ore e ai momenti più strani . si scosse e svegliò da un riposo poco riposante, come una sonnolenza. non il sole l’aveva richiamata alla sua quotidianità, ma le luci delle insegne che imbruttivano le strade. e una strana sensazione. come se nella stanza ci fosse qualcuno. con il lieve tepore del suo corpo, e un vago odore o profumo. aprì e spalancò gli occhi. accese la piccola luce. e così, tra luce fioca e penombra, lo vide. appoggiato al piccolo tavolo con lo specchio ed il grande mazzo di crisantemi azzurri. sembrava sempre lo stesso, il luogotenente in divisa bianca, giovane e bello come allora. e lei sentiva di odiarlo e avrebbe voluto fuggire o sparire. e perdere quel vuoto amaro alla bocca dello stomaco, quella sofferenza mista ad odio dalla parte del cuore. ma no. non era necessario. quel lui in divisa era sparito. era solo un fantasma uscito dai suoi pensieri. quando? quando l’avrebbe cancellato per sempre? non voleva diventare schiava di questi rancori: ricordare, sì, sempre, ma vittima del nero di seppia interiore – mai. eppure la sua vita l’aveva in gran parte percorsa così. ma certamente il pianto silenzioso con cui lei pensava al figlio, con cui lo invocava, in parte la salvava dal rancore di cui sopra e dall’idea di vita sprecata nel girare continuamente e staticamente il dito nella piaga. e venne il giorno in cui questi tormenti finirono. dopo molto tempo. lei non aveva cessato di vedere fantasmi, ma si era fatto strada , tra le ragnatele della mente, l’immagine immaginata del figlio. e, via via, questo dolce fantasma venne sempre più spesso a trovarla al momento del suo risveglio serale. finché un giorno non le accadde di vedere questa immagine del figlio, lontano e americano, lì, accanto a lei, nella luce diurna e non nelle penombre ingannevoli della sera. e le teneva un braccio abbracciato attorno alle spalle, quasi a proteggerla. non portava la divisa bianca come suo padre, ma una divisa grigioverde e senza fascino. la luce diurna divenne d’un tratto un enorme bagliore. incredibile, da far paura. e il bagliore accecò, bruciò, distrusse tutto in un battibaleno. la città, compresa la casa di lei e la casa delle rose, …tutta una maceria. pochi i muri in piedi , alti, nudi, e annientati dal silenzio ammutolito, dal pianto di chi riusciva a piangere o a gridare. su uno di questi muri, come su altri nella storia di quella città, rimasero stampate le ombre di due corpi, di due esseri umani, abbracciati. solo questo era rimasto della madre e del figlio dopo che l’atomica aveva decretato la fine di nagasaki.
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