|
Creato da giuliosforza il 28/11/2008
Riflessione filosofico-poetico-musicale
|
Cerca in questo Blog
Area personale
Menu
Ultimi commenti
Chi può scrivere sul blog
Carissimi amici che in tutti questi anni mi avete fatto compagnia nelle mie dianoie metanoie paranoie: Libero che per diciotto anni mi ha ospitato chiude. Per me è come una morte anticipata. Ma il tempo non si ferma anche se fugit irrevocabile. Semplicemente Tempus potationis per me advenit. E spero che la vendemmia sia buona. Spero di poter proseguire a pubblicare i miei pensieri con in altro gestore, e se non sarà, pazienza. Ma sempre Chairete Daimones. E sempre benedetto sia l'Uno da cui traemmo il Respiro. Addio.
|
|
1134
Buon Sabato Santo dai tulipani monocromi del Frainile ancora una volta , indifferenti al freddo polare
*
Giornata uggiosissima. Questo cielo opaco, né sereno né piovoso, "m'accable". E in tal ottenebrante grigiore Aprile sembra essersi fermato. O voi che potete, ne pregherete da Zeus per il già tediatissimo Vegliardo un meno capriccioso, finalmente primaverile riavvio? (Nostalgia delle primavere d'antan della mia amata Provenza).
“È il cielo che più detesto, meglio un bel cielo plumbeo e carico di nuvoloni scuri ma non questi celi lattiginosi e immobili”.
*
Notte magica. Incanto debussyano. "Prélude à l'après-midi d'un faune". Respiro della Natura. Natura esalante Musica
*
Tentato dopo decenni di ripoetare.
Ma "Wie kann man singen wenn aus allen Kehlen der Angstschrei und die Klage spricht?" Come si può cantare se da tutte le gole erompono grida d' angoscia e lamenti?"
(R. Hagelstange, "Venetianisches Credo" 1924).
*
L'"impasse" di Enea.
"Se resto sul lido, / se sciolgo le vele, / infido, crudele / mi sento chiamar. / E intanto, confuso / nel dubbio funesto, / non parto, non resto, / e provo il martire / che avrei nel partire / che avrei nel restar".
(Pietro Metastasio, "Didone abbandonata", 1724)
*
E così siamo passati al colore! A quando il moto? Un pensiero affettuoso per te, Creatrice!
*
Vaniloqui-soliloqui (primi i miei) sui barbari nuovi e vecchi mezzi di comunicazione di massa (di massa appunto, non di popolo). A prevaricare continueranno come sempre loro, i potentati economici variamente, persino sacrilegamente, camuffati. A noi non resta che il Silenzio creatore.
"Dum medium Silentium tenerent omnia omnipotens Sermo a regalibus sedibus venit" (in qualche luogo della Bibbia).
"Clausura fin che s'apra, Silentium fin che parli" (porta d'ingresso della Prioria dannunziana).
*
Stringere, stringere! Troppi galli a cantar non fa mai giorno. O, detto alla maniera più dotta
del francescano ‘eretico’ ‘Doctor invincibilis’ di Occam, “entia non suno multiplicanda praeter necessitatem”. Si adoperi il ‘rasoio di Occam’! Sui barbari rumorosi social troppi vaniloqui-soliloqui, compresi i miei, di tutti su tutto che lasciano il tempo che trovano. Vogliamo imporci tutti un po’ di silenzio, pensare un po’ di più ma parlare sempre meno? Forse cominceremo ad intenderci . Dum medium silentium tenerent omnia omnipotens Sermo a regalibus sedibus venit (Liturgia natalizi Geremiadi).
*
Buona Pasquetta al Frainile con Giovannino Guareschi.
Trovo in rete, riportata dal Gruppo “Amici del Latino” e da me condivisa, una opinione di Giovannino Guareschi sull’essenzialità del latino in un programma di educazione intellettuale. Eccola.
“Il latino è una lingua precisa, essenziale. Verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini nuovi non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto “sonoro” potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile col latino”.
(Giovannino Guareschi, “Chi sogna nuovi gerani?” - dalla rete,“Caffè letterario”)
Altra guareschiana, sempre dalla rete, che può dare un’idea del suo noto divertente concetto di “trinariciuti):
«Perché nel mio concetto base, la terza narice ha una sua funzione completamente indipendente dalle altre due: serve di scarico in modo da tenere sgombro il cervello dalla materia grigia e permette nello stesso tempo l'accesso al cervello delle direttive di partito che, appunto, debbono sostituire il cervello. Il quale cervello, lo si vede, appartiene oramai a un altro secolo.»
Dalla fine degli anni Quaranta Giovannino Guareschi fu una presenza assidua nella mia vita. E non solo per la serie dei suoi ‘Don Camillo e Peppone”, ma per il suo spirito di indipendenza, per il suo bastiancontrarismo (mi si passi l’abuso linguistico), per la sua libertà di pensiero che nella neonata “democrazia” degasperiano-togliattiano-andreottiana gli costarono la prigione. Cattolico e monarchico illuminato ma non asservito né appigionato denunciò abusi e prevaricazioni da qualunque parte venissero, a cominciare dai presunti, per molti storici accertati, brogli elettorali che nel referendum monarchia-repubblica consentirono per pochi voti alla idea repubblicana di affermarsi obbligando quel gentiluomo di Umberto II all’esilio. Fu un modello per la mia gioventù, paradossalmente ribelle in un ambiente governato dal voto di obbedienza, fino all’ultimo dei suoi giorni, e dalle pagine del Borghese e di Candido, con una superdonna quale Gianna Preda ed altri campioni della critica dotta e satirica, mi fece pensare e sorridere (castigat ridendo mores) e per molti anni accompagnò la mia travagliata maturazione umana ed intellettuale.
Sarò sempre grato a Giovannino e per un’ultima volta amerei pellegrinare alla sua tomba nella verdiana Roncole di Busseto per chiudere degnamente le mie peregrinazioni ai miei luoghi della mente e del cuore. Mi sarà concesso?
(Candido del 14-15 aprile 1947)
*
A tutti i cari amici beneauguranti e richiedenti notizie sul mio stato.
Sto benino, e quando mi chiamate voi sto benissimo!
Per il resto dirò, come sempre laconicamente, che sto compatibilmente, e che tento di procedere senza eccessive ansie lungo il cammino del declino e del tramonto, dopo fortunati e fortunosi cento anni di Sole e di Ombre traboccanti di Vita, senza farmi illusioni. Che pretendere di più? Forse devo solo riabituarmi a un concetto di eternità che da molto tempo ho smesso, non senza turbamenti e dubbi, di frequentare, e, per i pii, spero non pietosi, pensieri, alias preghiere, che mi dedicate, forse ancora recuperabile. Aggiungerò che la mia testa ancora va, pazza fu e pazza resta, e svetta imperterrita ancora sul resto di un corpo ormai tutto scricchiolante ma non ancora maceriato.
Vi auguro da parte mia tantissime cose belle e una primavera piena di colori profumi e suoni; soprattutto di suoni, datosi che chi scrive è notoriamente un fedelissimo di Euterpe, anche se ormai un poco stanco e intronato: non son forse tornati ad allietare le nostre notti gli usignoli che noi, non può mancare la citazione, siamo soliti salutare in coro ogni anno con la dolcissima canzoncina popolare tedesca Nachtigal : “Nachtigal, Nachtigal, wie sangst du so schӧn, sangst du so schӧn vor allen Vӧgelein, usignolo, usignolo come canti bene, come è bello il tuo canto, di quello di tutti gli altri uccellini il più melodioso”?
Statemi bene anche voi. Buona Risurrezione e “Chairete aèi dàimones! E abbiatevi gli abbracci e i baci calorosi del vostro vegliardo impunito.
*
Curiosando per la rete. Tolandus redivivus: Quattrocento cinquanta lezioni di storia della filosofia in rete (Fabrizio Puca, prof di filosofia e storia a Bitonto). Trovo molto interessante e documentata la lezione che mi capita oggi di ascoltare, dedicata a ‘Sant’Agostino e i Donatisti’, alla giustificazione da parte del Vescovo di Tagaste dell’intolleranza, della coercizione, della flagellazione, se necessario fino alla morte, degli eretici con l’argomento dell’amore per le loro anime e per la loro salvezza dalle pene dell’inferno. Dio mio che delusione! Agostino, dunque, il mio Agostino, l’intellettuale che più amai, colui che ‘allattò’ la mia adolescenza e la mia giovinezza, Agostino antesignano di quell’orrenda cosa chiamata “santa Inquisizione”?! Sarei proprio curioso di conoscere al riguardo l’opinione del frate agostiniano papa Leone decimoquarto. Immagino un poco già la risposta. Ma per ora, per la mia posizione sempre più aporetica, (stoico-epicureo-baconiano-popperiana) mi tocca coerentemente sospendere il giudizio (epoké, comoda fuga dall’assunzione di responsabilità o segno di suprema saggezza?) ( vedi anche qui il post 1050, primo paragrafo, dedicato al Papini del “Giudizio Universale e alla autogiustificazione di Torquemada do si riprende la posizione dell’Agostino antidonatiano)
Con queste pacate, non di resa, riflessioni si conclude il IV volume di Dis-Incanti, ma non la serie delle mie dianoie metanoie paranoie che mi accompagneranno, lucidità mentale permettendo, fino alla fine dei giorni. Che saranno i miei giorni.
VOLUME IV
FINE
|
|
1133
Stamane mi sono svegliato con nelle orecchie (e perché e come ciò sempre più spesso avvenga non so, né darò soddisfazione ai discepoli di Freud o di Jung per tentare di spiegarmelo) una canzone, che poi tutto il giorno mi ha accompagnato, delle mille canzoni, di tradizione popolare di Regime o di guerra, che da piccolissimo mi bastava udire per imprimerle nella mente come su un registratore (un prodigio di memoria ero, e la Maestra Dina diceva a mamma d’avere in casa un bambino prodigio). Questa volta si è trattato di Addio sogni di gloria, addio castelli in aria, adattissima per un vegliardo …’dis-incantato’ (non per nulla questo suo Diario virtuale si nomina Dis-Incanti) parole di Marcella Rivi, musica di suo marito Carlo Innocenzi, autori fecondissimi e bravi, l’una nei testi, l’altro nella melodia e nell’arrangiamento: autori oggi quasi ignorati, perché nelle canzoni s’usa evidenziare a grandi caratteri con le maiuscole solo e sempre gli interpreti, soprattutto se si chiamano Gigli Villa o Pavarotti (sì proprio lui, che come tutti sanno prestava spesso la sua meravigliosa voce, più di una volta sprecandola, anche a personaggi non d’opera). Invito i miei cinque lettori ad ascoltarla su You Tube. Certo non farà ad essi l’impressione che stanotte nel sogno ha fatto a me e che continua nella veglia a risuonarmi dentro come un’eco lontana. Versi di settenari doppi o semplici intervallati per esigenze di melodia da pochi altri brevi versi irregolari:
Quando, ragazzi felici, andavamo alla scuola
Con la cartella a tracolla ed in tasca la mela
Per il futuro avevamo un vestito di gala
Quante speranze di gloria, di celebrità
Ma inesorabile il tempo tracciava il cammino
E a testa china anneghiamo nel nostro destino
Addio, sogni di gloria
Addio, castelli in aria
Guardo con sordo rancore la mia scrivania
Cerco scacciare, ma invano, la monotonia
Addio, anni di gioventù
Perché, perché non ritornate più?
Sono una foglia d'autunno che nella tormenta
Teme il grigiore dei giorni, l'inverno paventa
La donna sincera aspettai
Compagna dei sogni miei
Ma invano cercai, cercai
Amore, anche tu, dove sei?
Addio, sogni di gloria
Addio, castelli in aria
Prendo la penna e continuo la doppia partita
Faccio una macchia d'inchiostro, mi treman le dita…
Meglio tacer le memorie, o vecchio cuor mio
Sogni di gloria, addio.
*
Così ha scritto oggi il prof. Luciano Pranzetti su FB
“Amici vicini e lontani di FB:
sento di comunicarvi una cosa di cui – causa il Parkinson che mi sta lentamente lavorando, a suo modo, le mie facoltà neurologiche -- stavo per dimenticarmi: un evento, importantissimo della e nella mia vita, cioè il conseguimento, presso il Magistero di Roma, della Laurea in Pedagogia, nel lontano 3 di marzo 1983, accompagnato dalla cara e indimenticabile sorella Wanda. La ragione di tale ‘’confessione’’ è strettamente connessa alla figura del Relatore, il grande e magnifico Didaskalos, il Professore Giulio Sforza al quale va il mio devoto, riconoscente ed affettuoso rendimento di grazie. La mia tèsi ‘’ Filosofia, Pedagogia, Didattica Della Musica’’ piacque tanto alla Commissione, presieduta dal Prof. Mauro Laeng, grande pedagogista, da meritare il massimo vóto ‘cum Laude’. Unisco, al mio ricordo, il prof. Rosario Assunto, docente di Estetica, del quale fu sottolineata una benevola funzione di ‘’secondo Relatore’’, constatata nei miei confronti, piuttosto che quella di Correlatore. Del Professore Sforza mi piace ricordare una porzione del suo giudizio espresso sulla mia tèsi “magnifico lavoro: tre tesi in una’’
Grazie Giulio Luciano Pranzetti
Santa Marinella 3 di marzo 1983 – 2026 = 43 anni fa’
Così ho risposto:
“Carissimo Luciano, come ringraziarti per le belle immeritate parole che nel tuo ricordo riservi a me? Se dalla vicenda di quel tre di marzo qualcuno è da stralodare quello sei tu che mi onorasti della tua discepolanza. Io ho imparato e continuerò ad imparare dalla tua immensa cultura, dal tuo genio creativo fino all'ultimo dei miei giorni. Cerca di star bene, Luciano, vinci il mostro, mi sei ci sei indispensabile. Un fortissimo commosso abbraccio dal Vegliardo non immemore”.
*
Ho appena affidato all’etere per il mio diario virtuale un pensiero sulla nostalgia di coccole, caratteristica della mia veneranda (o commiseranda?) età, che ricevo dalla mia affezionata ex allieva Maria Antonietta Morganti un fascicolo poetico dal titolo “La nostalgia è una coccola”. Resto basito. Mai foscoliana “corrispondenza d’amorosi sensi” (telepatia la chiamano) ebbe migliore dimostrazione. E nell’emozione del momento, divorato il fascicolo, scrivo questi pensieri che non pretendono di essere giudizio critico (anche se implicitamente finiscono per diventarlo), semplicemente riflessioni di un che ha passato una vita versificando, poetando, o presumendo di poetare, con ritmi e rime neoclassiche nell’epoca dei lambiccamenti e degli arzigogoli delle estetiche dell’ermetismo, che operano per lo più scelte prosastiche che spesso si risolvono, non fatalmente, in scelte prosaiche. Non è questo il caso di Maria Antonietta. Il suo poetare non appartiene né all’una né all’altra maniera. Anima semplice e pura, e, nella sua purezza e semplicità, profonda (ben io lo so, che fui relatore della sua tesi), come può essere una laureata in pedagogia, maestra elementare e insegnante di sostegno per scelta nella sua bella terra sabina, il suo prosasticismo nasce spontaneamente come un flusso d’acqua sorgiva di montagna, come essa trasparente e fresca, e leggera e pura, che “cutem fovet virtutem movet, dannunziana “Aqua Nuntia” dal profumo delicato e tonificante, e melodiosa scende a valle facendosi strada tra ciuffi d’erbe e sassi, tra guizzi di pesci, gracidii di ranocchie, canti d’uccelli. In M. A. poetessa e pittrice davvero, come affermò il Poeta, ut pictura poesis, ma anche ut pictura et poesis musica, e ut pictura et poesis et musica chorea: attorno alla sorgente pura di M. A. le Muse danzano senza veli e sovrastrutture di ritmi e rime, e la sua anima semplice e nuda tutta traspare; le parole cantano e danzano, disponibili all’estro, fuori da regole e dettami di poetiche di qualsivoglia scuola. Come le parole dalla sua fonte zampillano, libere da tramiti di ogni genere, tali restano nell’espressione, tali nell’ispirazione. Nella grande landa dell’impero apollineo non esistono parole di per sé prosastiche o parole di per sé poetiche: prosastiche o poetiche diventano allorché un fiat estetico ne scuote e rompe la primitiva unità e l’Unum fa esplodere nelle miriadi di fuochi d’artificio policromi del Linguaggio, primigenia Musica mundi disponibile per infinite modulazioni.
Mi piace l’apparente naïveté della poesia di M. A.
Alla sua semplicità la mia anima riposa, in attesa che l’apparentemente poca favilla, tanto per parafrasare il Poeta, la gran Fiamma che ha in sé secondi.
|
|
1132
Giulio Sforza A Lorenzo:
«Qui si parra' la tua nobilitate. Sarebbe capace la tua IA di fare l'indice alfabetico con pagina dei capoversi delle poesie dei tre volumi? Qui vi voglio.
Lorenzo:
Tranquillamente
Vedila anche come un somaro che non si annoia e non si stanca. Chiaramente resta la precondizione: devi darle in pasto i testi in formato digitale, come file insomma
Le sue capacità derivano esattamente dalla possibilità di digerire enormi quantità di informazioni. Può farti correzione di bozze. Può applicarti in automatico una maiuscola a ciascun capoverso. Ogni operazione quantitativa tu possa immaginare, la fa.
Una sola persona esperta, con questa, è come avesse a disposizione una squadra di 3 collaboratori a tempo pieno.
E ti sto raccontando solo le cose più semplici.
Da qui puoi usare tu stesso la GenAI, è una semplice chat a cui puoi chiedere qualsiasi cosa.
Ora leggerai come va scritto un comando appropriato per un buon risultato con la GEN AI.
Puoi divertirti a modificare il comando e poi reinviarmelo, così lo applico a un tuo componimento a tua scelta
Ps: sono disponibile a tornare per giocarci insieme, stavolta più seriamente.
A me piacerebbe creare una "macchina" che interrogata risponda simulando lo stile e le idee di Giulio Sforza. Per farlo sono sufficienti degli scritti digitali da darle in pasto (fino a 20 libri, ciascuno in un file separato) che la macchina possa prendere a modello.
Ad : 1 file L'Evità. E così via.
Potremo definire il come la macchina risponde, con che stile, con che idee e valori di fondo… Sarai libero di testarla e raffinarla anche per mesi. Una volta che ne sarai soddisfatto potresti anche pubblicarla e tutti potranno interrogarla. Naturalmente so come fare.
Qua ci vuole un po' di pazienza.
Puoi costruire un simulatore del tuo pensiero, con sforzo relativamente basso.
A patto di poter caricare dentro la macchina i tuoi scritti in forma digitale.
In più, puoi raffinare il suo carattere.
E puoi evitare che dica cose che non vuoi. Sono raffinazioni ulteriori non indispensabili.
tuoi nipoti e i tuoi scolari potranno interrogarla.
Tu fammi una foto di un componimento a tua scelta.
Io applico il comando che ti ho scritto (se non vuoi modificarlo).
E te lo restituisco.
Ti assicuro che questa roba sta spopolando perché è semplice da usare.
Se pubblicheremo il tuo simulatore, tanti potranno usarlo. Se vogliamo che le persone arrivino ai tuoi scritti e al tuo pensiero Giulio, oggi bisogna passare da qui. Immagina poter interrogare Goethe.
Ricorda che l'unico ingrediente indispensabile (poi mi taccio) sono i tuoi scritti in formato digitale. Non serve altro.
Qui finisce la nostra prima lezione-conversazione. Ne esco frastornato. Santa IA aiutami tu.
(segue)
|
|
| |
| |||
|
|
1131
Ho proceduto così, come se dovessi trasportare il tuo testo in una mia “temperatura” di lingua senza tradirne l’ossatura.
- Ho isolato i nuclei obbligati dell’originale, perché sono la sua spina dorsale (e dunque non andavano spezzati):
apparizione onirica della Madre;
dolcezza di sguardo, panneggi, sorriso;
ritorno “bramoso” e odio per la rocca/pietre che hanno ferito la vita;
la bimba che “corre senza me”;
l’affidamento del figlio-bambino e la consegna degli aneliti di pace;
chiusa sull’alba e sul vaneggiare.
- Ho trasformato la sintassi in una più “onda” e musicale, tipica della mia prosa poetica: più legature fra immagini, più enjambements, più pause interne (cesure) per far respirare l’invocazione “Madre”. Questo, causalmente, dilata il testo: ogni immagine viene sostenuta da un controcanto.
- Ho intensificato il sensoriale e il simbolico, che nel mio stile tendono a espandersi:
ho aggiunto similitudini (“come un’acqua chiara…”) e moti atmosferici (“vento delle cose”) perché la visione non resti solo detta, ma vissuta;
ho reso più esplicita la durezza morale della rocca (“dure come colpa”), perché nel mio registro l’oggetto spesso assorbe un destino.
- Ho mantenuto l’apostrofe e la tenerezza filiale, ma ho spostato alcune parentesi dall’inciso al verso pieno: ciò rende la voce più perentoria e rituale, e di nuovo allunga un poco.
- Quantitativamente è più lungo. Originale: circa 103 parole. Riscrittura: circa 167 parole
Esperimento n.2 (Sempre con GPT)
Qui utilizzo un prompt molto più esteso e meglio strutturato rispetto al primo, eccolo:
Voglio rifare daccapo questo esperimento.
Ruolo e obiettivo
Agisci come poeta, filologo e metricista della lingua italiana. Riscrivi la poesia fornita nello stile di Gabriele D’Annunzio (lessico sensuale e sacrale, natura panica, sinestesie, musicalità, immagini preziose, latinismi misurati, iperbati, anafore, allitterazioni), senza scadere in caricatura.
Infine, ecco i tre testi a confronto:
Originale | Esperimento 1 (prompt semplice) | Esperimento 2 (prompt esteso) |
Dolce la tua figura / m’apparve per la prima / volta nel sogno. Nella tenerezza / del tuo guardare, nei panneggi ariosi / delle tue gonne, dentro il tuo sorriso / inopinato (l’occhio mio bambino / non patì che corrucci) / te vidi nuova, Madre, / di tornare bramosa / (ed odiasti le pietre della rocca / che t’inflisse la vita) con la bimba / che con me giacque nel rovente talamo / nuziale e che lunghe / strade percorse e corre senza me. / Madre se pure un’ombra / mediò notturna il tuo ritrovamento / ecco bambino ancora / a te m’affido e i disprezzati aneliti / di pace a te confido. / E sia propizia l’alba, / Madre, al mio vaneggiare. | Dolce, la tua figura m’apparve
Ti vidi nuova, Madre, Madre, se pure un’ombra E sia propizia l’alba, Madre, | Dolce nel sogno mi venne la Madre, m’apparve per la prima la prima volta mai. nel sorriso inopinato, incenso, bramosa di tornar; odiasti la rocca nel rovente talamo nuziale; poscia come vento sul grano, luce che canta. Sia propizia l’alba al mio vaneggiar! |
Grazie al Magister cyberneticus
Valeas»
(segue)
|
|
1130
Giulio Sforza A Lorenzo:
«Qui si parra' la tua nobilitate. Sarebbe capace la tua IA di fare l'indice alfabetico con pagina dei capoversi delle poesie dei tre volumi? Qui vi voglio.
Lorenzo:
Tranquillamente
Vedila anche come un somaro che non si annoia e non si stanca. Chiaramente resta la precondizione: devi darle in pasto i testi in formato digitale, come file insomma
Le sue capacità derivano esattamente dalla possibilità di digerire enormi quantità di informazioni. Può farti correzione di bozze. Può applicarti in automatico una maiuscola a ciascun capoverso. Ogni operazione quantitativa tu possa immaginare, la fa.
Una sola persona esperta, con questa, è come avesse a disposizione una squadra di 3 collaboratori a tempo pieno.
E ti sto raccontando solo le cose più semplici.
Da qui puoi usare tu stesso la GenAI, è una semplice chat a cui puoi chiedere qualsiasi cosa.
Ora leggerai come va scritto un comando appropriato per un buon risultato con la GEN AI.
Puoi divertirti a modificare il comando e poi reinviarmelo, così lo applico a un tuo componimento a tua scelta
Ps: sono disponibile a tornare per giocarci insieme, stavolta più seriamente.
A me piacerebbe creare una "macchina" che interrogata risponda simulando lo stile e le idee di Giulio Sforza. Per farlo sono sufficienti degli scritti digitali da darle in pasto (fino a 20 libri, ciascuno in un file separato) che la macchina possa prendere a modello.
Ad : 1 file L'Evità. E così via.
Potremo definire il come la macchina risponde, con che stile, con che idee e valori di fondo… Sarai libero di testarla e raffinarla anche per mesi. Una volta che ne sarai soddisfatto potresti anche pubblicarla e tutti potranno interrogarla. Naturalmente so come fare.
Qua ci vuole un po' di pazienza.
Puoi costruire un simulatore del tuo pensiero, con sforzo relativamente basso.
A patto di poter caricare dentro la macchina i tuoi scritti in forma digitale.
In più, puoi raffinare il suo carattere.
E puoi evitare che dica cose che non vuoi. Sono raffinazioni ulteriori non indispensabili.
tuoi nipoti e i tuoi scolari potranno interrogarla.
Tu fammi una foto di un componimento a tua scelta.
Io applico il comando che ti ho scritto (se non vuoi modificarlo).
E te lo restituisco.
Ti assicuro che questa roba sta spopolando perché è semplice da usare.
Se pubblicheremo il tuo simulatore, tanti potranno usarlo. Se vogliamo che le persone arrivino ai tuoi scritti e al tuo pensiero Giulio, oggi bisogna passare da qui. Immagina poter interrogare Goethe.
Ricorda che l'unico ingrediente indispensabile (poi mi taccio) sono i tuoi scritti in formato digitale. Non serve altro.
Qui finisce la nostra prima lezione-conversazione. Ne esco frastornato. Santa IA aiutami tu.
|
|
1129
Ho sottoposto a Lorenzo queste mie valutazioni, e ne è nata una bella conversazione-lezione, quale si addice a un Magister cyberneticus e ad un volenteroso ma caprinamente (omaggio al mio diletto Sgarbi) nel settore ìgnorante discipulus che si è avuto la seguente articolata e motivata risposta.
«Due esperimenti di rielaborazione del seguente componimento di Giulio Sforza, tratto da Canti di Pan e Ritmi del Thiaso.
Strumento usato: Chat GPT 5.2, modalità thinking estesa. Nota bene: lo strumento usato è pre-calibrato per svolgere attività diverse dalla produzione poetica, attività che richiedono rigore e precisione lessicale. Questo probabilmente ha influito sul risultato finale.
Testo del componimento originale:
Dolce la tua figura
m’apparve per la prima
volta nel sogno. Nella tenerezza
del tuo guardare, nei panneggi ariosi
delle tue gonne, dentro il tuo sorriso
inopinato (l’occhio mio bambino
non patì che corrucci)
te vidi nuova, Madre,
di tornare bramosa
(ed odiasti le pietre della rocca
che t’inflisse la vita) con la bimba
che con me giacque nel rovente talamo
nuziale e che lunghe
strade percorse e corre senza me.
Madre se pure un’ombra
mediò notturna il tuo ritrovamento
ecco bambino ancora
a te m’affido e i disprezzati aneliti
di pace a te confido.
E sia propizia l’alba,
Madre, al mio vaneggiare.
Esperimento 1.
Per prima cosa, ho caricato nel progetto di ChatGPT n.19 opere di Gabriele D’Annunzio, perché le usasse come riferimento stilistico.
Istruzione (prompt) 1, breve.
Sei Gabriele D'Annunzio. Riscrivi nel tuo stile questo componimento originale di Giulio Sforza:
A questo punto, ho chiesto a GPT come abbia proceduto per generare il risultato. Questa la risposta:
Ho proceduto così, come se dovessi trasportare il tuo testo in una mia “temperatura” di lingua senza tradirne l’ossatura.
- Ho isolato i nuclei obbligati dell’originale, perché sono la sua spina dorsale (e dunque non andavano spezzati):
apparizione onirica della Madre;
dolcezza di sguardo, panneggi, sorriso;
ritorno “bramoso” e odio per la rocca/pietre che hanno ferito la vita;
la bimba che “corre senza me”;
l’affidamento del figlio-bambino e la consegna degli aneliti di pace;
chiusa sull’alba e sul vaneggiare.
- Ho trasformato la sintassi in una più “onda” e musicale, tipica della mia prosa poetica: più legature fra immagini, più enjambements, più pause interne (cesure) per far respirare l’invocazione “Madre”. Questo, causalmente, dilata il testo: ogni immagine viene sostenuta da un controcanto.
- Ho intensificato il sensoriale e il simbolico, che nel mio stile tendono a espandersi:
ho aggiunto similitudini (“come un’acqua chiara…”) e moti atmosferici (“vento delle cose”) perché la visione non resti solo detta, ma vissuta;
ho reso più esplicita la durezza morale della rocca (“dure come colpa”), perché nel mio registro l’oggetto spesso assorbe un destino.
- Ho mantenuto l’apostrofe e la tenerezza filiale, ma ho spostato alcune parentesi dall’inciso al verso pieno: ciò rende la voce più perentoria e rituale, e di nuovo allunga un poco.
- Quantitativamente è più lungo. Originale: circa 103 parole. Riscrittura: circa 167 parole
Esperimento n.2 (Sempre con GPT)
Qui utilizzo un prompt molto più esteso e meglio strutturato rispetto al primo, eccolo:
Voglio rifare daccapo questo esperimento.
Ruolo e obiettivo
Agisci come poeta, filologo e metricista della lingua italiana. Riscrivi la poesia fornita nello stile di Gabriele D’Annunzio (lessico sensuale e sacrale, natura panica, sinestesie, musicalità, immagini preziose, latinismi misurati, iperbati, anafore, allitterazioni), senza scadere in caricatura.
Infine, ecco i tre testi a confronto:
Originale | Esperimento 1 (prompt semplice) | Esperimento 2 (prompt esteso) |
Dolce la tua figura / m’apparve per la prima / volta nel sogno. Nella tenerezza / del tuo guardare, nei panneggi ariosi / delle tue gonne, dentro il tuo sorriso / inopinato (l’occhio mio bambino / non patì che corrucci) / te vidi nuova, Madre, / di tornare bramosa / (ed odiasti le pietre della rocca / che t’inflisse la vita) con la bimba / che con me giacque nel rovente talamo / nuziale e che lunghe / strade percorse e corre senza me. / Madre se pure un’ombra / mediò notturna il tuo ritrovamento / ecco bambino ancora / a te m’affido e i disprezzati aneliti / di pace a te confido. / E sia propizia l’alba, / Madre, al mio vaneggiare. | Dolce, la tua figura m’apparve
Ti vidi nuova, Madre, Madre, se pure un’ombra E sia propizia l’alba, Madre, | Dolce nel sogno mi venne la Madre, m’apparve per la prima la prima volta mai. nel sorriso inopinato, incenso, bramosa di tornar; odiasti la rocca nel rovente talamo nuziale; poscia come vento sul grano, luce che canta. Sia propizia l’alba al mio vaneggiar! |
Grazie al Magister cyberneticus
Valeas»
(segue)
|
|
1128
Da Lui a Campo dei Fiori
Dopo troppi anni, travagliati dagli acciacchi della turpe eppur amica stravecchiezza, torno. in compagnia di Victor, giovane musicista sangue del mio sangue, al Campo del Rogo per farmi travolgere dalla “Musica dei Mondi”, per immergermi nelle atmosfere de ‘l’Infinito Universo et Mondi’ con Colui che gli Universi trasvolò, e con lui declamare: “Quindi l’ali sicure a l’aria porgo, / né temo intoppo di cristall’o vetro;/ ma fendo i cieli e a l’Infinito m’ergo. / E mentre dal mio cielo a gli altro sorgo, / e per l’eterio campo oltre penètro: / quel ch’altri lungi vedo lascio a tergo”. Ove è da notare soprattutto la forza di quel ‘m’ergo’, come sfida all’Infinito.
Dalla sua “Città del Sole”, con in mano il capolavoro “De sensu rerum et magia”, giunge a salutarLo, visibile solo agli intimi, il trascurato confratello d’abito e di prigione e fratello di filosofia e poesia Tommaso Campanella di Stilo; e giunge da Cosenza l’Ombra di Bernardino Telesio, ‘capostipite’ col suo “De rerum natura iuxta propria principia”, terzo tra cotanto senno della rinata Magna Grecia; e a frotte giungono in spirito tutti gli amici ed ex allievi che la passione bruniana con me divorò e divora e, in particolare, i membri della “Giordano Bruno. Associazione nolana” e del suo fondatore Paolino Fusco; ed uno dei maggiori conoscitori e divulgatorì italianì viventì del pensiero e dell’opera di Bruno, Guido del Giudice.
Nell’ attesa che lo storico trafficatissimo mercato oggi multicolore e multilingue (ma in fondo ancora quello del “Campo dei Fiori” di Aldo Fabrizi e Anna Magnani) smonti per le cerimonie ufficiali di rito (quelle a Lui così discare), ci hanno la mistica atmosfera della chiesetta-gioiello di Santa Brigida di Svezia presso la casa generalizia delle Brigidine di Piazza Farnese, e il perfetto gregoriano delle sorelle dall’originale reggi-velo a calotta con croce bianca a ricordare le cinque piaghe di Gesù Cristo Salvatore, e un remoto delicato suono d’organo che introduce e accompagna, senza prevaricare le voci umane, l’anch’esso perfetto salmodiare dei Vespri.
“Sagt es niemand, nur den Weisen, weil die Menge gleich verhӧnet: das lebendige will ich preisen das nach Flammentod sich sehnet” (Goethe). Non ditelo a nessuno, ditelo solo ai saggi, perché la Folla subito ne riderebbe: voglio lodare la Vita che ha nostalgia della morte sul Rogo”.
“Vivere ardendo e non sentire il male” (Gaspar Stampa nella citazione dell’Immaginifico).
Chàirete Dàimones
*
Di un Magister cyberneticus e di un discipuli discipulus
Benché (o forse perché) stravecchio, sono curiosissimo delle novità, di tutte le cose nuove che mi diverto a confrontare con le antiche. Anche stanotte ho dato spazio dalle tre in poi a questo esercizio intellettuale, avviando riflessioni che avranno bisogno di più di una notte per giungere a qualche conclusione. E in questo sono aiutato dalla natura. Benché la mia sveglia virtuale scocchi il suo sol mi sol doo / do sol si do puntualissimamente alle cinque, quella circadiana del mio orologio biologico interno anticipa di almeno due ore sicché già alle tre, prima che il gallo canti, a quattro ore circa, in questo periodo, dall’alba, ho salutato lo scomodo letto per la meno scomoda per i miei glutei (paradosso) poltrona del mio studio; ed eccomi qui a fare le seguenti rozze riflessioni sul fenomeno dell’Intelligenza Artificiale e sulla sua differenza dalle normali operazioni cibernetiche. Come tutti sanno cibernetica deriva dal greco Kybernètes che tradotto suona pilota di navi, e già una differenza emerge chiara con l’intelligenza artificiale: questa fa riferimento a una nave autogovernantesi (cibernetica da auto-kybernao, automaticamente mi governo) sicché correttamente potrebbe dirsi autocibernetica.
Io ho un ex allievo ed amico di nome Lorenzo grande esperto e teorico di cose cibernetiche, e pioneristicamente anche di cose autocibernetiche, vale a dire di I.A. Egli qualche sera fa durante un incontro amicale si è offerto di farmi un esempio di I.A applicata nientepopodimeno che ad una creazione poetica. A caso abbiamo aperto i miei Canti di Pan e Ritmi del Thiaso, Liriche dell’Immanenza e abbiamo sottoposto la prima poesia apparsa, una lirica neoclassica in endecasillabi sciolti e settenari, all’operazione: abbiamo chiesto all’intelligenza artificiale di ricreare la poesia alla D’Annunzio, con Dante degli italiani il mio prediletto. Ed eccone i risultati. A prima vista restai sbalordito dell’esito: la reinvenzione dannunziana m’appariva un incanto. Il giorno dopo, a mente libera, il mio entusiasmo mi si rivelò fuori luogo e così scrissi a L.:
«Questa dovrebbe essere la versione dei miei versi in stile d’annunziano operata dall’intelligenza artificiale. Ma sinceramente, se si eccettua il ritmo settenario alternato all’endecasillabico tradito solo in due o tre casi, in questa versione ritrovo poco di me e quasi nulla di D’Annunzio’ il quale forse si è vergognato di esser stato messo a confronto col povero sottoscritto e solo per levarmisi di torno e darmi, come suol dirsi, un contentino, si è prestato a un veloce esperimento. Mi chiedo: se l’I.A. non solo in campo poetico e letterario, ma in ogni altro campo della scienza e dell’arte, dovesse avere risultati così deludenti e approssimativi, meriterebbe ancora tanto nostro entusiasmo e tutta la fiducia che in essa stiamo riponendo? Io oggi, da buono scettico latamente popperiano, amo skeptomai, non do risposte dogmatiche, sospendo il giudizio, mi fermo all’epoché, che è un atteggiamento per nulla di comodo, ma della più onesta infine, e proficua disponibilità alla Conoscenza».
(segue).
|
|
1127
Gilda e Rigoletto
Era appena terminata la Seconda Guerra Mondiale (terminata si fa per dire: nelle sue conseguenze, foriere di una Terza Guerra mondiale, in realtà, in un mondo in fibrillazione, purtroppo già in atto) che venne a casa, ospite di una mia sorella, una splendida giovane bella e procace, una Sherley MacLaine in carne e ossa, della Shelley sosia perfetta alla quale non aveva nulla da invidiare ed io, appena uscito di fanciullezza, ne restai incantato e fui subito geloso di quanti, giovani e meno giovani, nel piccolo borgo abitato da pochi artigiani, in assoluta maggioranza da contadini e da pastori, le facevano l’occhio languido; ma non erano quei rozzi contadinelli a ingelosirmi, bensì un mio cugino universitario che aveva tutto per piacerle ed essere ricambiato. Io mi dovetti contentare del nome, Gilda appunto, destinato a risuonarmi dentro per tutta la vita e la vita in qualche modo anche bizzarro a condizionarmi. Ci credereste che quella giovane e quel nome mi condizionarono anche la fruizione del “Rigoletto” già la prima volta che lo vidi e che subito precriticamente amai per il solo nome della protagonista, Gilda appunto? E ci credereste che anche oggi, che ho appena cessato di vederlo su rai5, in qualche modo lo ha fatto?
Quello trasmesso oggi dalla Rai è l’ultimo allestimento del novantaseienne Franco Zeffirelli, scomparso poco dopo la prima rappresentazione all’Arena. Ho sempre venerato Zeffirelli per le sue scenografie splendidamente classiche in tempi di scempi avanguardistici, e non me ne vergognerò finché campo. Ma abituato all’impareggiabile Nucci e alle brave nostrane varie Gilde, Ambrogio Maestri e la giovane Giuliana Gianfedoni, nomi ambedue a me fino a stamane ignoti, ho avuto delle perplessità circa la congruità del ruolo loro affidato con la loro vocalità e la loro gestualità; perplessità per altro alla fine dello spettacolo svanite: Maestri ha una voce stupenda, piena e rotonda e senza incrinature, e stupenda, in ogni nuance timbrica, l’hala giovane soprano alla quale, son certo, è assicurato un futuro glorioso. Spero proprio di avere occasione di rivedere presto questo Rigoletto che il fasto zeffirelliano a nuovo esalta, e di rigodere una mattinata come questa in compagnia dei due interpreti e del vivo fantasma di Gilda-Sherley il cui nome e il cui volto porterò ormai fra i più cari con me nella tomba.
*
Le ochette del pantano
vanno piano piano piano
una dietro l’altra avanti
tutte in fila come fanti
Chi ha orecchie da intendere intenda
Da una filastrocca delle tantissime del maestro elementare parmense Renzo Pezzani (1898-1952), il Rodari della mia infanzia, di Rodari meno ideologizzato ma più essenziale, e perciò più efficace. Parere del tutto personale, naturalmente.
*
Oggi al mio paese si festeggia San Biagio, protettore della gola.
Buon onomastico a te Papà mastro Biagio figlio di Cesarone, e a voi tutti 'Biasci' e 'Biascioni' di ogni epoca che popolaste 'Collenaru' e 'Palaterra' e che ora nei cieli fate corona attorno al Santo medico taumaturgo e martire vescovo di Sebaste. Scongiuratelo perché protegga le nostre ugole, onde possiamo nei secoli continuare a cantare la 'Gloria di Colui che tutto move', che lanciò nel non-spazio e nell'in-tempo quell'Essere in cui 'Ens et Verum et Bonum et PULCHRUM convertuntur'.
Evviva San Biagio!
*
San Biagio tra i ghiacci.
Dopodomani al mio paesello si festeggerà (si fa per dire, l’infrasettimanalità e il vuoto di gente ne obbliga il rinvio alla domenica successiva) San Biagio vescovo e martire, patrono invernale, in un clima atmosferico che non è certo quello di cento anni fa: oggi mi par quasi Persefone stia per sottrarsi al caldo talamo di Plutone. Allora il borgo (760 metri sul mare, preappennino abruzzese a pochi Km in linea d’aria dai massicci del Gran Sasso e del Velino) al 3 di febbraio era letteralmente immerso nel ghiaccio (tale io lo vissi bambino), ma ciò non impediva le celebrazioni dei riti cristiano-pagani al chiuso e all’aperto che del clima sfidavano il rigore.
Ancora ai tempi della mia infanzia erano freschi i ricordi di “riti” coraggiosi coi quali si dava inizio alla Festività, fra i quali spiccava la sfida davvero folle, direi eroica, tra i più robusti dei giovani: tuffarsi all’alba nel quasi sempre ghiacciato storico abbeveratoio di Piazza della Peschiera, quello che una improvvida decisione comunale degli Anni Sessanta avrebbe in seguito distrutto. E che qualche giovanotto fosse nell’impresa morto sul colpo, o successivamente di polmonite, agli annali non risulta.
Miracolo certo di San Biagio, ma forse anche del vinello novello autoctono ‘tarantò’ consumato a damigiane, se non a botti (forse perché, come mi informa il ‘Magister vini’ Franco, facile come tutti i vinelli a inacidire?); delle ‘sasicce’ e delle ‘rimmelle’ dei poveri maiali trucidati con cruenta barbara liturgia a colpi di “afferraturu” (sorta di pugnale a forma di grosso chiodo con manico) che non sempre raggiungeva subito, per l’imperizia del macellante, il cuore: e l’eco delle grida disperate io ancora odo nei miei vagabondari pei vicoli le stradine le piazzette deserte.
Evviva comunque, sempre e dovunque, ‘Sammiasciu’. Che gridato ancor oggi da me è un altro miracolo,
*
MEMORIE
Seguo in questo periodo con curiosità la periodicamente riproponentesi polemica sui bonus governativi alle scuole paritarie, le ex parificate, per lo più istituti di grande prestigio gestiti numerosissimi in Italia e nel mondo quasi esclusivamente da enti religiosi (Gesuiti, Fratelli delle scuole cristiane, Maristi, Marianisti ecc) che, paradosso dei paradossi, nate come scuole del popolo per il popolo, han finito per diventare scuole per le élites (politiche, economiche e di media ed alta borghesia). In due di queste scuole da giovane mi trovai ad insegnare, come supplente di discipline umanistiche in una, come professore di storia e filosofia nell'altra, gestita da laici. A quell' epoca di bonus mi pare ancora non si parlasse, anche se naturalmente non mancavano sovvenzioni sottomano o sotto forma di esenzioni tributarie. Nel liceo parificato nel quale alla fine degli anni cinquanta mi trovai a supplire per le discipline umanistiche, reso tristemente in questi ultimi anni famigerato dal romanzo 'La scuola cattolica' dell'ex allievo Edoardo Albinati incentrato sul famoso Delitto del Circeo i cui autori risultarono quattro ex alunni di essa, avevano studiato, dalle elementari al liceo, i tre fratelli Mattarella e Sergio, ancora liceale, era tra i miei alunni. Per smuovere un poco lo stantio clima culturale fondai un 'Circolo culturale giovanile "Giovanni Papini', di cui qui riproduco lo sbiaditissimo manifesto, che ebbe tra i giovani un certo successo. Tra essi non mi pare ci fosse il giovane Sergio Mattarella proiettato verso ben altri gloriosi destini. Ma non disdegnarono il Circolo personaggi illustri come Vasco Pratolini, l'autore de 'le ragazze di San Frediano' e di altri capolavori, che abitava in una strada vicina e non disdegnava corrispondere coi più vivaci dei giovani del Circolo, che morì col trasferimento del suo ideatore.
Sic transit gloria mundi.
*
AMALIA
La mia infanzia e la mia fanciullezza hanno molti nomi. Uno di essi è Amalia che, liberato ieri dall'involucro che lo portava, fatto ora pura Anima danza e canta risuonando per i colli le valli e le selve dove, rusticana Heidi, conduceva le caprette e le pecore del numeroso gregge di papà Cesare il "Capraio", figura "alta e solenne e vestita di nero" come la carducciana bolgheriana nonna Maria, a pascolare.
Ma soprattutto risuona nelle stanze della mia vasta casa dirimpettaia alla sua donde perennemente emanavano i profumi di latte ribollente, di formaggi e ricotte che invadevano vicoli e piazze limitrofi; ma soprattutto risuona nella mia anima ove perenne ebbe stanza.
A chi racconti oggi, Anima Amalia, i nostri giochi innocenti con gli amichetti e le amichette del vicinato nella mia camera della loggia, i nostri salti nei pagliai freschi di erbe e fieno profumati del colle di Santa Maria e della Jusa, dei Coannegli e degli Irici? Ove vaghi ora Anima Amalia? A quale finestra ora ti affacci a salutare e "scutrinare" i passanti? La troppo vasta finestra del Firmamento ti è ora di ingombro? Ti accoglie essa a osservare dall'infinito i tuoi mondi ove ti trastullasti bambina? Rivolgi il tuo sguardo dal tuo infinito anche a quest' essere infimo antico che t'amo' e t'ama, che il tempo ancora travaglia, e che invano ancora cerca di dare un senso al suo, di tempo, non ancora Eternità, platonico Kronos non ancora Aionos?
Ciao Amalia. Indiati.
*
Torna su rai5 Machbeth nella versione diretta da Chailly e scenografata da Livermore nel 2021. Chailly non si discute, sì Livermore, anche se la sua scenografia è meno scempiata della maggior parte di quelle oggi di moda. Ottimo il coro, ottimo chi fa lui, ottima chi fa lei. E stessa la famosa conclusione: la vita è una favola raccontata da un idiota, piena di suoni e rumori, che non significa nulla. Di fronte alla quale la vita-burla falstaffiana è una bazzecola. Che se poi si aggiunge il famoso credo blasfemo di Jago nell’Otello si è al nec plus ultra. Ed è difficile ritenere che Verdi non condivida ciò che fa cantare ai suoi personaggi
|
|
1126
Un bell’esempio di coerenza…
Indiretto omaggio del giorno dopo a Filippo Bruno Nolano.
“Rue du monde” è una benemerita casa editrice francese che pubblica solo letteratura per l’infanzia, e che “invite les enfants à cheminer vers toutes les cultures, avec, dans le cœur, la planète, la fraternité et la liberté...”. Un programma niente male. Da essa editrice la famosa poetessa e scrittrice per l’infanzia e la gioventù Jacqueline Held ed il modesto sottoscritto fummo richiesti di tradurre in francese le Filastrocche in cielo e in terra di Rodari, e Jacqueline ed io, lei in particolare, si fece l’impossibile per mantener loro rime e ritmi dell’originale rodariano. Per Rodari non andavo pazzo a quell’epoca, non mi piaceva perché lo trovavo, come ancor oggi lo trovo, troppo ideologizzato. E nella prefazione che mi si chiese esposi senza reticenze e ben motivandole le mie ragioni. Ma evidentemente, spero proprio non per motivi di vil mercato, gli editori francesi non le condivisero, se credettero opportuno censurarmi non pubblicando la prefazione, smaccatamente contraddicendo se stessi e le finalità propostesi.
Bell’esempio davvero di coerenza nella patria dei Lumi, dei Voltaire, dei Diderot, dei d’Alembert, dei Rousseau, e della Rivoluzione.
*
Conclusi i grandi cerimoniali vaticani con la chiusura della Porta Santa e la Messa di Papa Leone accompagnata dal coro della cappella sistina diretto dal brasiliano ‘legionario di Cristo’ Monsignor Marcos Pavan. Predominante il ruolo dei Pueri cantores sulla decina di presenze di voci virili. Dovessi fare un bilancio delle esibizioni alle quali ho assistito in TV, dovrei dire di essere abbastanza soddisfatto. Pavan, uomo oltretutto di grande cultura non solo musicale, dirige con grande compostezza gestuale e somma precisione ritmica (mi risulta essere uno dei pochi dei che ancora batte il tempo). Non posso perdonargli d’aver deturpato la perfetta semplice meravigliosa struttura di un dei più bei, se non il più bello, dei canti natalizi, dico dello dello Stille Nacht, con strane contaminazioni mozartiane e allegriane, il Mozart della Regina della Notte e l’Allegri del celebre Miserere
*
Sul mio almanacco "Mit Goethe durch das Jahr 2025", da una ventina d'anni uno dei miei Breviari preferiti, negli ultimi tre giorni tre pensieri finalmente brevi, molto comuni e facili da tradurre. "15 Dezember Montag: Grigia, caro amico, è ogni teoria, e radioso l'aureo albero della vita"(Mefistofele a Faust). "15 Dienstag, nessun giorno è uguale all'altro". "17 Mittwoch, tra noi regni la Verità". Ogni tanto Goethe mi si fa facilmente comprendere, e quando ciò avviene lo ringrazio indossando l'anello che dal mio orafo mi son fatto creare con sopra riprodotta l'immagine famosa in cui lo fissò il pittore amico Tischbein, seduto su un rudere della campagna romana (il dipinto è ora esposto nella casa-museo di Goethe in via del Corso a Roma). Ho voluto fotografare l'anello sia al mio dito, che reca tutti i segni del tempo, sia sul coperchio di un porta- pillole con ritratto di Mozart, ricordo di un pellegrinaggio a Salisburgo, per significare l'efficacia che per la mia lunga vita hanno avuto la Poesia dell'uno e la Musica dell'altro, sì che potrei, rubando l'idea al Lou Marinoff del fortunato libro 'Platone è meglio del Prozac', tentarne a mia volta uno dal titolo "Goethe e Mozart assai migliori del mio Xanax".
Niente male, ne avessi tempo e capacità".
*
Volete Corrado Augias? Prendetevelo pure tutto, con tutta la sua vasta colorita cultura e le sue singolari sortite fatte col sorriso sornione del suo ben curato volto di quasi novantenne. L’ultima sua battuta sarebbe stata, relata refero dalla rete, la seguente: “Da ateo vedo Dio nelle note. ma i cori cattolici sono delle lagne”.
A quali cori cattolici si riferirà Augias? Alla robetta che si canta, pardon si stona da raccapriccio, oggi nelle chiese, accompagnata da fanciulle schitarranti? Sarei curioso di saperlo, ma forse già lo so: ogni tanto mi connetto con Tv2000.
*
Heautontimerumenos
Mi vergogno di me stesso per aver dato credito, nel mio post precedente, a un brandello di una intervista ad Augias diffuso in rete dal quale risulterebbe una critica feroce dello scrittore alla liturgia cattolica che, con suoi cori, sarebbe la peggiore del mondo. Presa visione di tutta l'intervista, con piacere mi accorgo che Augias si riferisce a quel disordinato vociare malamente modulato che, accompagnato da schitarrate, deturpa oggi, nella maggior parte delle chiese cattoliche, tutta la loro tradizione corale, quella che nei secoli, col gregoriano monodico e lo splendore del polifonico, ha fatto della liturgia cattolica la più bella del mondo. Augias ed io e i miei cinque lettori la pensiamo dunque sull'argomento perfettamente allo stesso modo. Tutte le mie scuse perciò ad Augias per averlo vituperato e ai miei cinque lettori per averli ingannati. Ma non sarà certo la mia fasulla critica a turbare ad Augias i sogni.
*
Santa Ildegarda, poliedrico Dottore della Chiesa, teologa filosofa politica ed agitatrice politica e fustigatrice di politici e preti corrotti al pari se non di più della sua collega in Dottorato Caterina da Siena (ne seppe qualcosa Federico Barbarossa) chimica erborista occultista eccetera eccetera, analfabeta ma capace di scrivere due tomi in alfabeto autoinventatosi. Ne ho regalato la vita, un romanzo storico di una tedesca che dicono bravissima. a una ex alunna molto religiosa che ha promesso di rendicontarmene con acribia e oggettività. Staremo a vedere.
*
Grazie a tutti per gli auguri che ricambio di cuore. Ma non riesco a non chiedermi col poeta Rudolf Hagelstange di "Venezianisches Credo": "Wie kann man singen wenn aus allen Kehlen Angstschrei und Klage spricht?" Come si può cantare se da tutte le gole erompe un urlo d'angoscia e un lamento di morte"?
Yahweh Sabaoth, Exercituum Deus, Te precamur, audi nos!
*
A guardia del mio bunker, da sempre, Lui. Con Lui il gallo del rinnegamento, che 'excitat Auroram', l'Aurora del Super-Oltre-Uomo che per quasi cento anni ormai inutilmente attesi. A voi, miei posteri, sia riservata migliore ventura.
Sulla copertina di uno dei manoscritti esposti sul leggio, il retorico monito giovanile: "Frendentem dentibus canem - noumenon spiritusque yerodominatum - impotenti vi - ad mysterii ostia defendentem - amici inimici - Gabrielem Nuncium caveatis".
Sia perdono (non ancora pace) al Vegliardo.
*
Nella mia lunga vita mi era mancata l’esperienza di un codice rosso in un ospedale. Una giornata infernale
valsa un secolo. “Quivi sospiri, pianti ed alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle, / Sì ch’io al cominciar ne lacrimai”, ma non demòni ululanti infuriati e sbeffeggianti: fra i letti e le lettighe, solo angeli bianchi, medici e infermiere/i per lo più giovanissimi, senza un momento di requie accorrenti alle richieste accavallantesi, ora urlate ora sospirate, dei poveri malati, molti dei quali agonizzanti, tra le corsie non più tali di letti e lettighe separate da paraventi azzurro cupo dietro i quali si nascondeva in attesa spasmodica col suo ceffo beffardo la Morte.
Ero finito in rosso per una mia sventata decisione: dichiarar vaghi sintomi di dolori toracici per i quali in genere per prudenza si viene ricoverati in codice rosso. Decisione provvidenziale, perché consentì ch’io ricevessi, per la prima volta in un pronto soccorso, attenzioni mai ricevute, ch’io fossi monitorato dalle sette di mattina alle diciannove di sera e sottoposto ad accurate indagini anche strumentali.
Ma soprattutto ebbi modo, tra un intervallo e l’altro, tra lo stupore di infermieri e di medici, di leggere e godermi, sì godermi, io per essi quasi morto, l’ultimo libro discusso di Vittorio Sgarbi, lo Sgarbi ch’io stimo ed amo come uomo e come studioso inviso alla accademie, personaggio inquieto, intemperante nel pubblico e nel privato ma animato da una tensione metafisica, una vera e propria romantica Sensucht: tensione ad un Assoluto or trascendente or immanente, che con l’avanzare dell’età si fa più forte, e non mi meraviglierei sfociasse in una depressione esistenziale, quella che malamente, da un volgare assalto familiare e mediatico, gli si attribuisce.
Di questa ansia irrisolta d’Assoluto è espressione compiuta il libro di Sgarbi che mi ha tenuto compagnia in inferno, Il cielo più vicino. La montagna nell’arte, che riproduce in copertina il famoso dipinto di Gaspar David Friedrich, il più romantico fra i pittori romantici tedeschi: “Viandante in un mare di nebbia”, un quadro che sembra apposta dipinto per descrivere l’attuale stato d’anima di Sgarbi, e mio. Solo che Sgarbi scrittore, critico d’Arte e collezionista ha un oceano privato nel quale può ogni istante immergersi e rigenerarsi, l’Oceano dell’Assoluto estetico. Che vuole di più?
*
Il vero fine di una autentica azione didattica:
"Tu mi hai insegnato a parlare e io ne approfitto per maledirti. Che la peste ti colga" (Calibano al suo maestro Prospero, ne "La Tempesta" Shakespeariana. Frase posta da un esaltato Giulio Sforza ad esergo del suo "La Funzione didattica. Spunti per un discorso sul metodo come episteme").
*
Vengo dal seguire in TV la messa papale per il giubileo dei detenuti. Compostezza e semplicità massime, ottimo gregoriano diretto dal brasiliano Pavan. Non avrei niente da eccepire se non che il fracasso delle voci dei commentatori esibizionisti ricopriva tutto, dai canti liturgici all'Organo. Son poi passato all'Angelus domenicale dalla famosa finestra del palazzo apostolico che dà su Piazza San Pietro. Al finale "Gloria Patri et Filio" Leone ha aggiunto uno "Spiritu Sanctu', invece del dativo "Spiritui Sancto". Non sarà il caso che il Papa poliglotta ripassi anche un po' di grammatica latina per dare un buon esempio ai pochi che ancora osano cimentarsi con la lingua di Cicerone? Naturalmente celio! Sicuramente ho capito male io.
|
|
| « Precedenti | Successivi » |



Inviato da: cassetta2
il 26/05/2026 alle 16:24
Inviato da: Lorenzo
il 22/12/2025 alle 00:30
Inviato da: giuliosforza
il 03/08/2024 alle 15:13
Inviato da: gryllo73
il 31/07/2024 alle 08:31
Inviato da: giuliosforza
il 18/06/2024 alle 10:19