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da cenerentola_07 con la seguente motivazione :
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Solženicyn
" Nel novembre 1962, il presidente russo Kruscev, autorizzava di persona la pubblicazione sulla rivista Novyj Mir di un racconto nudo e crudo, scritto da un ignoto redivivo dei gulag, Solženicyn.
Una giornata di Ivan Denisovic, opera basata in gran parte sulla dolorosa esperienza personale di Aleksandr Solženicyn, venne considerato un evento eccezionale e, da molti comunisti conservatori, addirittura scandaloso. Il testo in sé, meno sconvolgente del successivo Arcipelago Gulag e dei Racconti della Kolyma di Varlam Šalamov, non era una novità assoluta per gli occidentali: lo era invece l’inaudito imprimatur concessogli dal segretario generale del Pcus, che lo legittimò come un reportage fondamentale degli anni bui dell’Urss. Si trattava infatti del primo documento, autenticato dalla massima autorità sovietica, sulle disumane condizioni di vita nei campi di lavoro sovietici che, molto spesso, erano campi di sterminio . Prima di allora non era mai giunta dalla Russia la conferma ufficiale dello schiavismo di Stato praticato fra taiga siberiane e tundre artiche.
Molto interessante la scansione della giornata dell’alter ego contadino di Solženicyn, l'Ivan Denisovic Šuchov. La grigia poesia della narrazione scaturisce dalla ripetitività tediosa delle ore, dei gesti, delle fatiche, delle miserie, delle punizioni, delle brodaglie di un universo concentrazionario consegnato a uno squallore eterno. Quella descritta nel libro è una giornata come le altre, una delle 3653 giornate di prigionia cui Šuchov, come lo stesso Solženicyn, era stato ingiustamente condannato per alto tradimento durante la guerra.
Si possono seguire, in modo ossessivo, tutti i riti quotidiani della sua esistenza nel lager La sveglia urlata alle cinque; la punizione immediata per chi tarda ad alzarsi; la disgustosa poltiglia d’orzo per colazione; la perquisizione in cortile, durante l’appello dei detenuti paralizzati dal gelo; la marcia nella steppa ghiacciata, con i piedi avvolti in corteccia d’albero, dove li attende il duro e spesso inutile lavoro al cantiere; la breve parentesi al caldo della mensa ridotta all'osso; e ancora freddo, lavoro forzato, stenti, insulti, percosse; poi il ritorno al campo, con un altro appello, un’altra brodaglia per cena e, finalmente, il sonno liberatorio.
Ivan vive la sua giornata rassegnato, condensando tutte le sue anemiche energie nella lotta per sopravvivere, per difendersi dal freddo, per conquistarsi una porzione in più di zuppa, una crosta di pane o un po’ di tabacco.
Il fatto che nulla di importante sia accaduto, che nulla accade, tranne la resistenza quotidiana alla morte che arriva innominata nell’aria algida, è la chiave dell'esistenza, , che apre qua e là nel racconto perfino intermezzi di triste comicità. A Ivan gli è andata bene quel giorno: non l’hanno sbattuto in cella, non si è ammalato, è anche riuscito a nascondere del pane sotto il materasso cencioso. Insomma, «una giornata quasi felice». Tristezza, fatalismo primordiale, accanita volontà di sopravvivenza: tutto ciò conferisce al breve racconto il tono elegiaco di una speranza non del tutto perduta e che sarà, un giorno, recuperata in senso patriottico nella Russia di Putin dallo stesso Solženicyn come lo fu da Dostoevskij nella Russia degli zar.
Quella lontana testimonianza narrativa sanzionò la fama internazionale di un oscuro autore russo. " da La Stampa Enzo Bettizza - che è stato il primo traduttore che ha rivelato il nome e l’opera di Solženicyn al pubblico italiano ed il primo divulgatore in assoluto, in una lingua occidentale, della Giornata di Ivan Denisovic.- riassunto di erica
Conosco Solženicyn per la sua storia ma non ho mai letto nulla di lui e del suo triste permanere in un gulag russo degli anni 50. Se riuscirò a trovare questo libro, lo leggerò di certo con molto interesse. Sarà un altro piccolo frammento di memoria che si aggiungerà alle mie conoscenze di una storia non troppo lontana nel tempo
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